• Giovedì Raùl uscirà di scena lasciando la presidenza. Favorito alla successione è Miguel Díaz-Canel, definito negli Usa la faccia civile dalla dittatura militare. Fedelissimo della dinastia, promette il cambiamento, che però è soltanto di facciata.
  • La situazione della libertà di opinione sull’isola, una delle mete turistiche preferite dalla sinistra chic, non cambierà. A nulla è servita neppure l’apertura di Barack Obama: proprio durante la sua storica visita, finirono in manette 50 dissidenti delle Damas de blanco.
  • La sfida più importante per il nuovo leader sarà risolvere la questione della doppia moneta. Tuttavia, qualsiasi sia la soluzione a rimetterci saranno sempre gli stessi: i cittadini cubani.

Lo speciale contiene tre articoli.

INFOGRAFICA

Si avvicina la successione a Cuba. Il presidente in carica, Raùl Castro, ha annunciato infatti il ritiro dalla scena politica per il prossimo 19 aprile, giovedì. E – salvo imprevisti – il parlamento monocamerale dell’isola dovrebbe designare come successore del fratello di Fidel un volto (almeno teoricamente) nuovo: quello di Miguel Díaz-Canel, che su Cuba lo chiamano «El Lindo». Sorriso e folta chioma bianca, tanto che il Miami Herald lo paragona a Richard Gere. Vicepresidente della Repubblica cubana dal 2013 ed ex ministro dell’Istruzione, questo cinquantasettenne ha scalato silenziosamente i vertici del Partito comunista, guadagnandosi, forse anche grazie ai suoi silenzi assensi, la piena fiducia dello stesso Raùl, che – non a caso – avrebbe pensato da tempo a lui come proprio erede. Per Nora Gámez Torres, esperta di Cuba del Miami Herald, «per arrivare dov’è, Díaz-Canel ha dovuto rispettare le regole del regime. E lui è stato molto bravo in questo. Tuttavia, si sa molto poco di cosa pensa veramente e di che cosa sarà capace».

È considerato un uomo semplice, un buon ascoltatore. Grazie a queste caratteristiche è arrivato a un passo dalla successione al lìder. Nato il 20 aprile del 1960 a Placetas, provincia di Villa Clara, è sempre stato uomo del regime. Negli anni Ottanta faceva parte dell’Unione di giovani comunisti, e successivamente, dal 1994 al 2003, è stato segretario del Partito comunista a Villa Clara. Nel capoluogo, Santa Clara, fu uno dei fondatori del movimento rock nell’isola sostenendo El Mejunje, un centro culturale frequentato anche da omosessuali, ai tempi duramente combattuti dal regime così come era la stesa musica considerata frutto del demonio americana. Qui si è accattivato i favori dei giovani per poi conquistare anche gli anziani durante il Periodo speciale, la grave crisi economico seguito alla fine dell’Urss, mostrandosi uomo del popolo, abbandonando l’autovettura per spostarsi soltanto in bicicletta.

Il passaggio di consegne avrebbe ovviamente una portata storica non indifferente. Dai tempi della rivoluzione del 1959, per la prima volta la famiglia Castro lascerebbe infatti il controllo diretto della presidenza cubana. Ciononostante, tutto questo non implicherebbe, di per sé, eccessive novità sul fronte politico. Non solo perché, secondo molti, il vecchio Raùl è probabilmente deciso a mantenere una considerevole influenza sul governo dell’isola. Ma anche perché, come accennato, il papabile neopresidente è considerato particolarmente vicino all’ortodossia castrista del Partito. Se da una parte pare sia incline ad allentare un poco i controlli sulla stampa, dall’altra sostiene comunque la necessità di usare il pugno di ferro nei confronti dei dissidenti. Otto Reich, uomo di riferimento per gli Usa nel Sud America durante gli anni di George W. Bush, ha definito Díaz-Canel «la faccia civile della dittatura militare», sostenendo che nonostante il passaggio di consegne il Paese rimarrà nelle mani dei Castro, visto che Raùl rimarrà segretario generale del Partito comunista, mentre suo figlio, il colonnello Alejandro Castro Espín – che inizialmente sembrava il favorito alla successione -, resterà a capo dalla polizia politica e quindi principale custode dell’ordine, dell’ideologia e della lealtà verso la dinastia.

Insomma, sembrerebbe che dietro questo volto (parzialmente) nuovo, si celino in realtà ricette politiche vecchie. Un’incognita non da poco, viste le ingenti problematiche che il regime cubano sta affrontando in questo periodo storico. Le grane infatti sono molteplici. Innanzitutto i tradizionali legami con il Venezuela non sembrano più in grado di sostenere la debole economia cubana. Dai primi anni del 2000, Fidel Castro attuò un’azione di progressivo avvicinamento – dettato principalmente da ragioni di ordine ideologico – nei confronti del governo di Caracas, all’epoca guidato dal presidente Hugo Chávez. Entrambi i leader siglarono infatti una dichiarazione congiunta per condannare il neoliberismo, con l’obiettivo di attaccare le politiche economiche dello Zio Sam. In quest’ottica, i due Paesi iniziarono a collaborare nell’ambito di svariati settori: dal riso, all’elettricità, passando per il nichel. Senza poi dimenticare il petrolio. Eh sì, perché a partire dal 2000, Caracas ha inviato un numero non indifferente di barili di greggio all’Avana, ricevendone in cambio sostegno tecnico in comparti come educazione, sanità e scienza. Tuttavia questi legami commerciali si sono man mano impoveriti, soprattutto a seguito dello scoppio della crisi venezuelana nel 2012. Con ripercussioni ovviamente nefaste per la sempre più scricchiolante economia dell’isola. Si pensi soltanto che, tra il 2014 e il 2016, l’export cubano verso Caracas ha visto ridurre significativamente il proprio giro d’affari complessivo (passando da 2 miliardi a 642.000 dollari). Se a tutto questo si aggiunge l’isolamento internazionale cui risulta attualmente sottoposto il presidente venezuelano, Nicolás Maduro, si comprende come Cuba stia perdendo un alleato politico, nonché un partner commerciale, di vitale importanza per la propria autonomia. Díaz-Canel potrebbe quindi ben presto trovarsi costretto a ripensare i rapporti internazionali dell’isola. Perché se lo storico amico venezuelano sta ormai implodendo sotto il peso della propria crisi economico-politica, l’atavico nemico yankee non sembra troppo ben disposto verso il governo dell’Avana.

Le relazioni tra Washington e Cuba non sono infatti esattamente idilliache. Negli ultimi mesi del suo mandato, l’ex presidente statunitense, Barack Obama, aveva concesso delle significative aperture nei confronti dell’isola, per cercare di arrivare a una normalizzazione dei rapporti diplomatici tra i due Paesi. Su questo tentativo di disgelo si è ben presto tuttavia abbattuta la doccia fredda di Donald Trump. Il nuovo inquilino della Casa Bianca ha difatti iniziato a invertire la strategia obamiana, tornando a inasprire le relazioni nei confronti dell’Avana. In particolare, Trump ha optato per questa scelta seguendo criteri legati principalmente a questioni di politica interna. Non dimentichiamo infatti che, negli Stati Uniti, soprattutto la Florida sia un territorio particolarmente ricco di esuli cubani anti Castro. Un bacino elettorale spesso decisivo, che Trump non può permettersi di perdere: soprattutto in vista delle elezioni presidenziali che si terranno nel 2020. A tutto questo si aggiungano poi le pressioni che il presidente statunitense subisce anche dalle frange più tradizionali dello stesso Partito repubblicano: frange in cui i falchi anti-castristi risultano particolarmente numerosi. Tra costoro, spicca in particolare la figura del senatore della Florida, Marco Rubio: da sempre contrario a ogni distensione verso Cuba e sostenitore – tra l’altro – delle recenti sanzioni economiche statunitensi ai danni di Caracas. Senza poi trascurare come l’embargo di Washington continui a pesare duramente sull’economia cubana: sopratutto in termini di turismo.

In questa situazione complicata, Díaz-Canel dovrà scegliere quale strada intraprendere. La sua posizione appare infatti sin da subito delicata: una posizione fondamentalmente sospesa tra il lealismo al vecchio regime e la necessità – forse ineluttabile – di cambiamento e innovazione. Quello stesso cambiamento, intriso di apertura ai valori democratici, che era stato invocato appena un anno fa da Donald Trump. Díaz-Canel dovrà insomma decidere se mantenersi vicino al blocco sinorusso oppure se tendere una mano verso Washington. Ipotesi, quest’ultima, attualmente molto improbabile. Almeno fin quando il nuovo presidente non riuscirà a liberarsi della pesante tutela di Raùl Castro e della vecchia guardia del Partito. Che di disgeli, al momento, non vuole sentir parlare.

Stefano Graziosi – Gabriele Carrer

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