C’è una trattativa segreta tra l’Iran e gli Stati Uniti. Ma i pasdaran non ci stanno
  • Teheran annuncia: «Abbattuto un drone americano». E la tensione sale ancora Dondald Trump e Hassan Rouhani, tuttavia, continuano a parlarsi con la mediazione del Giappone.
  • La successione a Theresa May per la guida del Partito conservatore britannico entra nel vivo. Ieri i parlamentari hanno eliminato Sajid Javid e Michael Gove, ora gli iscritti dovranno scegliere tra l’attuale ministro degli Esteri e il suo eccentrico predecessore.
  • Il leader cinese incontra l’autocrate nordcoreano a Pyongyang Il primo cerca un alleato contro la guerra degli Usa a Huawei, il secondo vuole mostrare di non essere isolato.

Lo speciale contiene tre articoli

Il comandante delle Guardie della rivoluzione islamica di Teheran, il generale Hossein Salami, ha annunciato ieri alla televisione di Stato d’aver abbattuto un drone americano nel Sud del Paese, vicino allo stretto di Hormuz. Secondo Salami l’abbattimento è un chiaro messaggio all’America e prova che Teheran, nonostante non lo desideri, è pronta alla guerra. L’evento è stato confermato dal Pentagono il quale però ha voluto precisare che il velivolo si trovava a sorvolare legalmente lo spazio aereo internazionale. Si tratta del secondo drone ufficialmente perso dagli Stati Uniti in terra iraniana da quando nel 2011 un RQ-170 era stato catturato dall’esercito locale sulla base di attacco cibernetico ed in seguito vivisezionato in cooperazione con gli esperti cinesi.

Dopo l’attacco alle petroliere nel golfo dell’Oman avvenuto la scorsa settimana, l’incidente di ieri non fa altro che aumentare la tensione tra l’Iran e gli Stati Uniti d’America ma dimostra anche che vi è in atto una chiara strategia della tensione da parte di alcune forze iraniane che avrebbero interesse a provocare uno scontro internazionale per motivi politici esclusivamente interni. A nessuno certamente sfugge il fatto che la strategia di Donald Trump nei confronti di Teheran consista nel costante accerchiamento e nel suo isolamento internazionale, tanto in campo economico quanto in quello diplomatico. Tuttavia, nonostante lo scenario sia effervescente, il presidente americano mantiene aperto un canale di comunicazione riservata con il presidente iraniano Hassan Rouhani attraverso il governo della Svizzera e i due si parlano per interposta persona grazie ai buoni uffici del premier giapponese Shinzo Abe. Dietro alla facciata guerrafondaia, quindi, il dialogo esiste e i dialoganti sanno bene che le vicende iraniane sono intrinsecamente connesse ai destini di tutto il Medio Oriente. Rouhani comprende d’avere un’economia sofferente a causa delle pesanti sanzioni americane e soprattutto è conscio del fatto che il suo popolo non uscirebbe vincitore da uno scontro diretto con Washington. Egli è un politico moderato che a marzo ha confermato come ministro degli Esteri un altro moderato, Mohamad Javaf Zarif, ovvero l’uomo che ha negoziato l’accordo sul nucleare e che continua, nei limiti del possibile dopo che gli Stati Uniti l’hanno ricusato, a rispettarlo. Sempre a Rouhani si devono l’approvazione poche settimane addietro della nuova legge antiriciclaggio, volta a smantellare le possibilità di finanziamento del terrorismo, voluta fortemente dall’Osce in modo da far rimanere l’Iran nei canali bancari internazionali nonostante le forti limitazioni imposte dagli Stati Uniti e la proposta di legge che vieterebbe ai vecchi politici, tendenzialmente legati alle ali conservatrici facenti capo alla Guida Suprema della rivoluzione l’ayatollah Ali Khamenei, d’essere rieletti per più di tre mandati.

Trump e Rouhani si muovono sul filo del rasoio, consci di dover trovare una soluzione accettabile per entrambi evitando di cadere nella trappola del conflitto che invece paiono voler far scattare i pasdaran ovvero l’esercito, cioè le fazioni più conservatrici della politica iraniana che in vista delle prossime elezioni parlamentari di febbraio 2020 fomentano lo scontro con la fazione moderata impersonata proprio dal presidente Rouhani e per ora tacitamente, indirettamente, sostenuta nelle sue scelte da Trump.

Lo scontro tra le varie correnti politiche in Iran si è palesato lo scorso marzo, quando il ministro degli esteri Zarif ha dato le dimissioni per protestare contro l’eccessiva libertà di azione in politica estera, nello specifico contro l’aperto, sostegno al presidente siriano Bashar Al Assad mostrato da Khamenei e dal suo prediletto Salami. Il fatto che Rouhani abbia immediatamente rigettato le dimissioni ha svelato la frattura esistente tra le varie istituzioni costituzionali del Paese.

Per tali ragioni uno scontro diretto tra Usa e Iran al momento pare altamente inverosimile. Trump inasprendo la posizioni nei confronti dell’Iran mira certamente ad un cambio di regime, ma spera che a crollare, per sommossa interna, siano gli islamisti radicali non certo Rouhani. Inoltre, qualora uno scontro dovesse divenire inevitabile, a portarlo avanti non sarà certamente Washington, ma verrà rilasciata delega all’Arabia Saudita che al momento però non è ancora pronta a tale eventualità. Il riarmo da 110 miliardi di dollari, ben pianificato con gli Usa, è ancora in corso, ma soprattutto il vitale sistema di difesa aerea Thaad prodotto dalla Martin Lockheed necessita di alcuni mesi per essere pienamente funzionante. Una volta che la piattaforma sarà attiva essa darà modo a Riad d’essere al riparo da eventuali attacchi balistici portati innanzi dall’Iran ovvero di poter gestire un conflitto su diversi fronti qualora le tensioni in Yemen dovessero, parallelamente, rinvigorirsi.

Il fatto che dopo l’attacco alle petroliere della settimana scorsa, tra cui vi era non a caso una battente bandiera giapponese, dato che proprio Abe era in quelle ore in missisone presso Rouhani per conto della Casa Bianca, Trump abbia tenuto toni sostanzialmente conciliati nei confronti del governo di Teheran e che questo abbia come segno di buona volontà rilasciato un prigioniero libanese con passaporto americano, denota a favore della tesi che il dialogo è intenso e che nonostante gli sforzi di Salami per ora la trappola della guerra non scatterà.

Laris Gaiser

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