Manca la formazione sull’ascolto dei piccoli. E così si arriva a strapparli ai genitori
  • Secondo Angelo Zappalà, psicologo forense e criminologo, i magistrati minorili talvolta sono carenti di competenze: «Servono studi specifici».
  • Parla Francesco Morcavallo, l’ex giudice che lasciò il suo ufficio al Tribunale per i minorenni di Bologna perché «strappavano i bambini alle famiglie». «Spesso i miei colleghi prendono decisioni sugli allontanamenti basandosi sulle relazioni dei servizi e senza ulteriori controlli».

Lo speciale contiene due articoli.

Angelo Zappalà parla stando seduto su una montagna di titoli accademici. È psicologo, specialista in psicoterapia cognitiva comportamentale e criminologo clinico. Ha tenuto corsi all’università, scrive libri, ha ideato e diretto il Festival della criminologia. E, soprattutto, conosce molto bene il sistema di gestione dei minori attivo nel nostro Paese.

È lui che ci aiuta a compiere un altro passo – piuttosto importante – nel nostro percorso all’interno dell’«orrore dei bimbi» che abbiamo raccontato nelle ultime settimane. Fino ad oggi, infatti, ci sono occupati dei servizi sociali e del modo in cui lavorano. Abbiamo raccontato il sistema delle cooperative e delle Onlus che – proprio come avviene con gli immigrati – stanno in piedi e fanno soldi grazie alla presa in carico di bambini. Abbiamo anche parlato degli psicologi e dei metodi che utilizzano per intervistare i piccini, talvolta facendo emergere ricordi non veri e affermazioni pesanti e forzate.

Di fronte a tutto questo, ogni volta, ci siamo sempre posti la stessa domanda: ma nessuno controlla? O, meglio, non dovrebbe spettare ai giudici l’ultima e definitiva parola? Perché permettono che certe situazioni giungano all’estremo? L’ho chiesto al professor Guglielmo Gulotta, un’autorità in materia, e la sua risposta è stata piuttosto diretta: «Nella mia esperienza, che è vasta, anche magistrati intelligenti, preparati e attenti in questa materia abbassano la guardia», ha detto. «In questo ambito il senso critico, come il coraggio per don Abbondio, se non ce l’ha non se lo può dare. Bisogna mettersi in una prospettiva quasi darwiniana: la tutela dei cuccioli è fondamentale. I bambini vengono difesi a oltranza, l’ipotesi diventa una certezza. Ho visto persone intelligenti e preparate perdersi in questa materia».

Ma davvero è tutto qui? Davvero è solo una questione di difesa a oltranza dei più piccoli? Probabilmente, in realtà, c’è anche dell’altro. Ed è qui che interviene Zappalà. Di esperienza sul campo ne ha parecchia: «Io ho fatto per quasi 20 anni il magistrato onorario. Per la precisione: 9 anni il magistrato onorario al tribunale di sorveglianza e 9 anni al tribunale dei minori». Ne ha viste tante, insomma.

«In questi giorni», spiega, «si sta parlando tanto di assistenti sociali e di psicologi. Ma le sentenze non le scrivono psicologi e assistenti sociali. Alla fine, dunque, dobbiamo arrivare a questo punto, che è quello centrale. L’affidamento e l’adottabilità dei minorenni dipendono da provvedimenti scritti da un giudice. Dobbiamo attribuire un pezzo di responsabilità a i giudici. Perché il terminale di tutto questo meccanismo è una sentenza».

E allora, per quanto l’argomento sia delicato, cerchiamo di affrontarlo.

«Per prima cosa», spiega Zappalà, «dobbiamo considerare che nei casi di presunto abuso sessuale su minore molto spesso i processi si basano quasi esclusivamente sulle parole della presunta vittima. Anche perché, in queste vicende, non sappiamo se sia successo qualcosa, che cosa sia successo e chi sia stato. Però abbiamo la vittima. E allora tutti pensano: basta chiedere, no?».

Già, basta chiedere alla presunta vittima, cioè al bambino. Il problema, però, è che talvolta i bambini non dicono la verità, per mille motivi. «Questi processi», continua lo studioso, «sono per lo più fatti di parole. E queste parole sono quelle della presunta vittima. C’è un momento molto importante: l’incidente probatorio. Si ascolta subito il minore, e in questo modo si cristallizza la prova».

Ed è qui che sta il punto. «Raccogliere il racconto del minore è come prendere un campione di Dna sulla scena del crimine. Si tratta di una prova che sarà veramente regina. Anche perché se il bimbo dice qualcosa e il giudice lo ritiene credibile, il processo è praticamente finito. Ma troppo spesso sia i giudici sia gli avvocati si dimenticano di quanto sia difficile ascoltare un minore».

Le difficoltà possono essere tanti. «Come per raccogliere un campione di Dna ci vogliono tecnici esperti, anche qui abbiamo bisogno di elevate competenze tecniche. Abbiamo bambini che spesso sono traumatizzati, che hanno uno spazio di attenzione molto basso. Ci vogliono abilità che uno psicologo abilitato, subito dopo laurea e tirocinio, al 99% non ha. E se non le ha uno psicologo abilitato, come possono averle giudici o avvocati che non hanno magari mai studiato un volume di psicologia forense? Io ho fatto anni e anni di studi a livello internazionale prima di accumulare una esperienza sufficiente».

Secondo Zappalà, «non basta fare qualche corso di formazione ogni tanto. E non basta ripetere tante volte la stessa cosa – cioè sentire tanti minori – per avere esperienza. Bisognerebbe sviluppare le competenze tecniche. E allora probabilmente certi casi mostruosi si eviterebbero».


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