- La ricerca di Lisa Littman era stata ritirata dopo le proteste degli attivisti Lgbt. Ora viene ripubblicata: è attendibile e la politica non è bastata a censurarla.
- A Verona parlano in libertà soltanto i tifosi del gender. Al popolo pro family che si riunirà in città arrivano attacchi, insulti e contestazioni. Però l’università scaligera ospita senza problemi incontri sui temi arcobaleno.
- Le posizioni del Congresso delle famiglie coincidono con la dottrina della Chiesa. Sacerdoti di sinistra e teologhe progressiste accusano i partecipanti di «scimmiottare le idee cattoliche». Ma leggendo i documenti del Concilio Vaticano II si scopre una realtà diversa.
Lo speciale contiene tre articoli.
C’è un lavoro accademico che molti in Italia dovrebbero leggere con attenzione. In particolare gli esperti (del Comitato nazionale di bioetica e dell’Agenzia del farmaco) che, nei mesi scorsi, hanno deciso di dare il via libera alla Triptorelina, il farmaco blocca-pubertà che verrà somministrato a carico del servizio sanitario nazionale. Lo studio in questione è firmato da Lisa Littman, ricercatrice presso la School of Public Health alla Brown University (ateneo della Ivy League con sede a Providence, negli Usa) ed è uscito sulla autorevole rivista scientifica Plos One. In buona sostanza, la ricerca sostiene che molti adolescenti, soprattutto ragazze, si convincono di voler cambiare sesso perché influenzati dal contesto sociale, dai media e dai coetanei. Tanti teenager, spiega la Littman, si identificano come transgender perché sottoposti a pressioni esterne.
Questo spiegherebbe perché in alcuni Paesi in cui è piuttosto semplice iniziare il percorso di transizione – ad esempio il Canada o il Regno Unito – sia esponenzialmente aumentato, nel giro di pochi anni, il numero di giovanissimi intenzionati a intraprenderlo.
La Littman è una studiosa seria, il suo lavoro non è influenzato dall’ideologia. È lei stessa a spiegare che la «disforia di genere è un fenomeno reale», dunque non si può dire che sia prevenuta o pregiudizialmente contraria al cambio di sesso. In una intervista recente ha dichiarato che «ci sono alcune persone che beneficiano della transizione, e ci sono alcune persone che sono danneggiate dalla transizione. Non penso che sia contraddittorio preoccuparsi di entrambe queste categorie». Ecco perché dalle nostre parti lo studio di questa signora andrebbe letto con attenzione. In Italia il fenomeno degli adolescenti trans è ancora abbastanza ridotto. Ma lasciando campo libero all’ideologia Lgbt e alle pressioni politiche (e politicamente corrette) il rischio concreto è che il «contagio sociale» cominci a funzionare anche qui, con conseguenze che è facile immaginare.
Per rendersi conto di quanto pesi la spinta ideologica nella «questione trans», tuttavia, non possiamo limitarci a sintetizzare le conclusioni dello studio di Lisa Littman. Dobbiamo raccontare nel dettaglio le vicissitudini che hanno accompagnato la pubblicazione della ricerca.
Tutto è cominciato nell’agosto del 2018, quando su Plos One è stato pubblicato lo studio della Littman intitolato Rapid-onset Gender dysphoria in adolescents and young adults: a study of parental report. La ricerca si occupava della disforia di genere negli adolescenti. In particolare, si concentrava sulla cosiddetta «disforia di genere a insorgenza rapida».
La conclusione a cui giungeva la Littman era esplosiva. Secondo la scienziata, «il contagio sociale e tra pari» influisce sui disturbi di identità di genere di ragazzini e ragazzine. In pratica, la studiosa sosteneva che l’influenza degli amici e del contesto sociale potesse spingere i più giovani a identificarsi come transgender, da cui il consistente aumento dei casi di disforia di genere negli ultimi anni.
E qui sono sorti i problemi. Gli attivisti Lgbt sono sempre pronti a spiegare che il genere è un costrutto sociale, che non dipende dalla biologia ma da numerosi altri fattori. Però questa visione vale solo quando fa comodo. Se ammettiamo che il genere sia, appunto, un costrutto sociale, allora dobbiamo anche ammettere che la società possa influire sulle decisioni degli individui, spingendoli in una direzione piuttosto che un’altra. In questa chiave, le conclusioni della Littman erano cristalline: i giovani possono essere influenzati dagli amici, da ciò che leggono sul Web o vedono in televisione.
Agli attivisti arcobaleno, però, queste affermazioni non sono piaciute per niente. L’idea che possa essere il «contagio sociale» a spingere gli adolescenti a dichiararsi transgender ha fatto infuriare le associazioni per i diritti arcobaleno. E questo malumore ha avuto conseguenze piuttosto gravi. Dopo le proteste di varie associazioni Lgbt, la rivista Plos One ha deciso di condurre un’indagine per «revisionare» il lavoro della Littman.
Lo avevano già esaminato e vagliato, lo avevano trovato ben fatto e avevano deciso di pubblicarlo. Ma gli attivisti si sono lamentati, così i responsabili di Plos One hanno fatto marcia indietro.
La Brown University si è comportata anche peggio. Aveva annunciato con un comunicato stampa l’uscita della ricerca della Littman, e l’aveva pure pubblicata sul proprio sito Web. Ma ecco che, dopo le contestazioni, tutto è stato rimosso da Internet. Bess Marcus, decano della School of public health, ha spiegato che lo studio della dottoressa Littman «potrebbe essere usato per screditare gli sforzi per sostenere i giovani transgender e potrebbe danneggiare le prospettive dei membri della comunità transgender».
Tutto molto semplice: se uno studio scientifico non giova alla battaglia per i diritti dei transessuali, va censurato. Va rimosso dal sito dell’università che lo ha realizzato, va sottoposto a ulteriore revisione allo scopo di scovare qualche imperfezione che possa screditarlo. Fortunatamente, il «caso Littman» ha suscitato lo sdegno di numerosi ricercatori. Centinaia di scienziati hanno firmato una petizione a suo favore. Qualcuno si espresso pubblicamente, come Jeffrey Flier, ex decano della Harvard Medical School, secondo cui il comportamento della Brown University è stato «completamente contrario alla libertà accademica».
Tra una protesta e l’altra sono passati sei mesi. In questo lasso di tempo, i responsabili di Plos One hanno avuto il tempo di sottoporre a esami minuziosi il lavoro della Littman. Hanno preso in considerazione gli articoli accademici che lo criticavano, hanno ascoltato le voci contrarie. Alla fine, sapete che cosa hanno fatto? Hanno dovuto pubblicare lo studio. Nonostante le proteste degli attivisti pro trans, nonostante lo sdegno di alcuni professori e l’ignavia della Brown University, l’autorevole rivista scientifica ha dovuto dare spazio al contributo di Lisa Littman. Non per motivi ideologici o politici, ma – appunto – scientifici.
La ricercatrice ha dovuto limare alcune parole, è stata costretta a utilizzare un linguaggio più felpato in modo da non offendere le minoranze bellicose, ha dovuto citare una mole maggiore di dati. Ma il succo del suo lavoro e le sue conclusioni sono rimaste invariate. Il direttore di Plos One, Joerg Heber, ha rilasciato commenti piuttosto imbarazzati. Ha detto ai giornali che la versione originale dello studio necessitava di correzioni e di maggiori approfondimenti. Si è comunque scusato con la comunità trans (non si capisce bene perché, ma sorvoliamo) e alla fine ha dovuto riconoscere che lo studio della Littman merita di essere stampato e diffuso.
Soprattutto, merita di essere esaminato anche in Italia, prima che i fumi dell’ideologia ottenebrino troppe menti.
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