Iniziato il distacco dei macchinari. «Indi ha ossigeno per una settimana»
Indi Gregory (Ansa)
  • Ieri la piccola è stata portata in un hospice presidiato dalla polizia, dove è partita la procedura per fermare i trattamenti. La maschera con cui respira le verrà tolta tra sei giorni. Vietato rianimarla in caso di crisi.
  • Francesco esprime vicinanza ai Gregory dopo lo stop ai supporti. Una «sconfitta dell’umanità» per Pro Vita. Beppino Englaro: «Nessun parallelismo con Eluana».

Lo speciale contiene due articoli.

La paziente inglese sta morendo. Ieri pomeriggio a Nottingham sono state avviate le procedure per il distacco dei macchinari di sostegno vitale della piccola Indi Gregory, che, mentre il giornale va in stampa, è ancora viva. «Piano pano», hanno indicato i giudici della Corte d’Appello dopo aver respinto l’ultimo ricorso della famiglia. Piano piano, per tentare di attutire il rumore mediatico e quello della coscienza, viene diminuito il supporto di ossigeno così da accompagnare lentamente la bimba di otto mesi alla morte. Le previsioni danno la fine di questa triste vicenda per oggi o domani; Indi potrebbe restare in vita ancora per ore o qualche giorno a seconda della risposta del suo organismo. Ieri è stata trasferita in un hospice segreto con un’ambulanza scortata dalla polizia per evitare eventuali contestazioni da associazioni cattoliche.

Il papà Dean Gregory, che da settimane è in prima linea per difendere il diritto alla vita della figlia afflitta dalla nascita da una sindrome da deperimento mitocondriale irreversibile, ha spiegato all’agenzia LaPresse con infinita tristezza le modalità dell’ultimo viaggio. «Le viene tolto il ventilatore per respirare e le viene messa una maschera per l’ossigeno con un dosatore che potrà tenere per una settimana», ma gli esperti sono convinti che si arrenderà prima all’asfissia. Il protocollo, inoltre, prevede il divieto di rianimazione in caso di crisi. Dean si dichiara «distrutto e arrabbiato, perché il Regno Unito ha condannato a morte una bambina ancora viva invece di accettare l’offerta dell’Italia di curarla senza alcun costo per il governo britannico». Lui e la mamma, Claire Staniforth, ora si affidano a un miracolo o a qualcosa di simile: «Speriamo che la nostra guerriera sopravviva fino a lunedì. Quando l’hanno estubata ha smesso di respirare, pensavamo di averla persa. Ma sta ancora combattendo».

Gli occhi vivaci di Indi, la sua manina che stringe le dita dei genitori, quel video che la mostra mentre «piange, ride, sgambetta» rimarranno come testimonianze di un’altra battaglia persa. Ha vinto ancora una volta il protocollo inglese della buona morte, decretato dai giudici dell’Alta Corte e della Corte d’Appello, sperimentato negli ultimi sette anni con successo nei casi egualmente eclatanti ed egualmente perdenti di Charlie Gard (10 mesi), Alfie Evans (2 anni), Archie Battersbee (12 anni), Isaiah Haasrtrup (8 mesi). Il sistema è identico. C’è un malato inguaribile (ma non incurabile); un ospedale – in questo caso il Queen’s Medical di Nottingham – fa ricorso al Tribunale perché non intende spendere denaro in ulteriori cure; i giudici non accettano altro che la sua diagnosi e avviano la procedura ormai sperimentata di eliminazione. Una Rupe Tarpea 2.0 con la giustificazione dell’accanimento terapeutico («bisogna evitare che soffra») e della soppressione dell’essere umano «per il suo bene».

Questa volta la pratica s’è inceppata per l’inserimento del governo italiano, che ha dato la cittadinanza d’urgenza a Indi Gregory, ha chiesto che venisse trasferita all’Ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma, dove vige un diverso protocollo d’intervento e ha sottolineato l’importanza di rispettare la Convenzione dell’Aia laddove indica (articolo 32) che uno Stato firmatario può chiedere a un altro «di esaminare l’opportunità di adottare misure volte alla protezione della persona o dei beni del minore con cittadinanza». Per rafforzare la posizione italiana, due giorni fa Giorgia Meloni aveva firmato una lettera diretta a Downing Street per sensibilizzare il primo ministro Rishi Sunak a far applicare quest’ultima norma.

Tutto ciò è risultato vano perché il giudice d’Appello Peter Jackson ha definito l’intervento italiano «non nello spirito della Convenzione dell’Aja» e ha stabilito che «i tribunali inglesi sono nella posizione migliore per valutare l’interesse superiore della bambina». Frasi lapidarie che evidenziano, dietro la cortesia, il fastidio per quella che viene considerata un’ingerenza dalla giustizia britannica. E invece si tratta semplicemente di umanità, di rispetto del diritto naturale. Sopprimere una vita senza il consenso dei genitori, responsabili dei minori per legge, è sempre un passo verso la barbarie da Stato etico.

La vicenda di Indi Gregory è un’altra battaglia persa. «Abbiamo azionato ogni procedura dei trattati internazionali, abbiamo offerto trasferimento, cure, collaborazione. L’Italia ha fatto il possibile su suggerimento dei genitori, ma ha trovato solo muri», ammette l’avvocato Simone Pillon, cofondatore del Family Day, impegnato fino all’ultimo per salvare la piccola malata. Ora papà Dean accompagna la bimba verso l’orizzonte senza ossigeno. «Ricordo momenti di tenerezza con lei, quando era possibile tenerla in braccio, quando l’ho lavata e l’ho pulita. Lei rispondeva, cercava di esprimersi, di comunicare. Quando la toccavo e l’accarezzavo le piaceva e faceva gesti vitali». Si commuove, non si dà pace e ripete che «negli Stati Uniti c’è un bimbo con la stessa malattia e adesso ha nove anni». A differenza di Indi, Charlie, Alfie, Archie e Isaiah ha la fortuna di non essere nato in Inghilterra.

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