Il Veneto ha approvato la legge sul suicidio medicalmente assistito. Il Consiglio regionale ha dato il via libera nel pomeriggio al progetto di legge di iniziativa popolare «Liberi subito», con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astensioni. Il Veneto diventa così la quarta Regione italiana, dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, a dotarsi di una normativa sul tema e la prima amministrata dal centrodestra.
Il voto arriva al termine di una discussione segnata da divisioni e tensioni. Nel centrodestra non c’è stata una posizione comune: Fratelli d’Italia ha votato contro, mentre Lega e Forza Italia hanno sostenuto il provvedimento. Favorevoli anche i consiglieri dell’opposizione di centrosinistra. A spingere per l’approvazione è stato soprattutto Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale ed ex governatore del Veneto, che aveva definito il provvedimento una «legge di civiltà».
La proposta era già arrivata in Aula nel gennaio 2024, sostenuta da circa 9.000 firme raccolte dall’Associazione Luca Coscioni. Allora era stata bocciata per un solo voto. Due anni dopo il risultato è cambiato, ma la frattura politica è rimasta: il provvedimento è passato grazie a una maggioranza trasversale, mentre una parte consistente del centrodestra si è schierata contro.
Il punto di partenza della nuova legge è il quadro tracciato dalla Corte costituzionale nel 2019, che ha stabilito le condizioni entro le quali il suicidio medicalmente assistito non è punibile. Il Parlamento, nonostante i successivi richiami della Consulta, non ha però approvato una disciplina nazionale della materia. È su questo vuoto che le Regioni hanno cominciato a muoversi.
Zaia: «Non stiamo votando sul fine vita»
La scelta del Veneto ha quindi un peso politico che va oltre la Regione. Per la prima volta una giunta di centrodestra approva una legge che disciplina le procedure attraverso le quali il servizio sanitario regionale deve gestire una richiesta di suicidio medicalmente assistito.
È il risultato della linea sostenuta da Zaia, che nei giorni scorsi aveva difeso la necessità di arrivare al voto. Il presidente del Consiglio regionale aveva anche sottolineato che non si trattava di decidere se il suicidio medicalmente assistito dovesse essere consentito: secondo questa impostazione, la possibilità è già stata delineata dalla Corte costituzionale e il provvedimento regionale serve a stabilire come gestire le richieste.
Una posizione condivisa dal presidente della Regione, Alberto Stefani, che ha lavorato alla modifica del testo durante l’esame in Aula. «Nulla è più importante della dignità della vita umana, che va tutelata sempre e con tutti i mezzi necessari», ha spiegato Stefani dopo il voto, sostenendo che gli emendamenti approvati hanno modificato sostanzialmente il testo originario nel senso del «favor vitae».
Tra le modifiche introdotte c’è il rafforzamento del ruolo del medico palliativista all’interno della commissione chiamata a esaminare le richieste, oltre all’istituzione di un Comitato bioetico regionale. La legge prevede inoltre la priorità alle cure palliative e l’obbligo di informare il paziente della possibilità di accedervi prima di procedere con la richiesta di suicidio medicalmente assistito.
Resta però la spaccatura politica. Fdi ha scelto di non seguire Zaia, mentre Lega e Forza Italia hanno consentito ai propri consiglieri di sostenere il provvedimento. Una divisione che nei giorni precedenti al voto aveva provocato uno scontro aperto anche all’interno del mondo vicino al centrodestra.
La domanda che il caso Lombardia lascia sul tavolo
C’è però un altro aspetto che accompagna l’approvazione della legge veneta. Se il suicidio medicalmente assistito è già possibile in Italia alle condizioni stabilite dalla Consulta, quanto è indispensabile una legge regionale per consentire l’accesso alla procedura?
La domanda non è teorica. Pochi giorni fa in Lombardia Domenico Zuccarella, 59 anni, è morto attraverso una procedura di suicidio medicalmente assistito gestita dal servizio sanitario regionale. E in Lombardia non esiste una legge regionale sul fine vita. La procedura è stata resa possibile attraverso le linee guida adottate dall’assessore al Welfare Guido Bertolaso.
È proprio il precedente lombardo ad avere alimentato le perplessità sulla scelta del Veneto. Se una procedura può essere organizzata anche senza una legge regionale specifica, il provvedimento approvato oggi serve soprattutto a fissare un percorso amministrativo più preciso e uniforme. È anche per questo che nei giorni scorsi La Verità aveva sottolineato il contrasto fra l’urgenza attribuita alla legge sul fine vita e la possibilità di intervenire sul tema attraverso gli strumenti già esistenti.
La vicenda lombarda ha inoltre mostrato quanto sia delicato il rapporto tra decisioni politiche e applicazione delle sentenze della Consulta. La proposta di legge regionale sul fine vita era stata respinta dal Consiglio lombardo nel 2024, ma la procedura per Zuccarella è stata comunque portata avanti sulla base delle indicazioni regionali. L’Associazione Luca Coscioni ha utilizzato il caso per tornare a chiedere tempi e procedure certi.
Quarta Regione, ma il Parlamento resta fermo
Il Veneto si aggiunge così a Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, che negli ultimi anni hanno scelto di intervenire sul fine vita. La differenza, questa volta, è soprattutto politica: le prime tre sono amministrate dal centrosinistra, mentre il Veneto è guidato dal centrodestra.
Il provvedimento approvato oggi nasce dalla stessa iniziativa popolare dell’Associazione Luca Coscioni che aveva portato alla discussione del testo già nel 2024. Allora il tentativo era fallito per un voto. Questa volta, invece, i numeri hanno permesso di superare l’ostacolo, nonostante il no di Fratelli d’Italia.
Per i sostenitori della legge, il vantaggio principale è quello di rendere più chiaro il percorso per chi presenta una richiesta. Filomena Gallo, segretaria dell’Associazione Luca Coscioni, presente a Palazzo Ferro Fini, ha parlato di «un passo importante per tutti i cittadini veneti, che devono avere certezza nelle risposte nel momento in cui chiedono di poter accedere alla morte volontaria assistita».
Gallo ha ricordato anche il caso di Gloria, una delle prime persone in Veneto a ricevere in tempi brevi le verifiche sulla propria richiesta, sostenendo però che in altri casi seguiti dall’associazione i tempi si siano allungati.
Il voto di oggi chiude dunque una partita regionale iniziata oltre due anni fa, ma non quella nazionale. Il Parlamento continua a non avere una legge organica sul suicidio medicalmente assistito, mentre la materia viene regolata, pezzo dopo pezzo, attraverso le pronunce della Corte costituzionale e le iniziative delle singole Regioni. E il Veneto, con la scelta di Zaia, è diventato il primo territorio governato dal centrodestra a entrare direttamente in questo terreno.
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