Fuori dal nostro ombelico è chiaro che i malati d’Europa non siamo noi
Sia il «Times» che il «Wall Street Journal» collocano la crisi in Francia e Germania. Soprattutto Berlino soffre della propria dipendenza dall’export. L’Ue, senza una vera frustata di investimenti, sarà stritolata.

Davanti all’ingresso in recessione tecnica, sarebbe bene uscire dal giochino adolescenziale del blame game («colpa mia, colpa tua») e affidarsi a letture meno provinciali.

Ieri, sul Times di Londra, Ed Conway, responsabile economia di Sky News Uk, ha firmato un commento in cui si legge: «Quella italiana è la prima recessione in una delle maggiori economie europee in mezzo decennio, ma è improbabile che sia l’ultima: la Germania potrà evitare i due trimestri consecutivi di contrazione, ma sta affrontando il semestre più debole dal 2012». E a seguire altre considerazioni cupe sulla Francia. Conway diffida delle spiegazioni provinciali («parochial»), e individua un punto che riguarda l’intera eurozona: la debolezza della domanda interna, e un eccesso di fiducia nell’export. Spiega Conway: «Questo va bene quando l’economia globale funziona e la Cina cresce a rotta di collo. Ma che succede quando la Cina decelera e la crescita legata all’export rallenta?». Segue la parte più urticante per tedeschi e germanofili, quando l’editorialista del Times parla dell’ossessione tedesca per il surplus di bilancio, per l’azzeramento di qualunque deficit, con il paradosso di «non tollerare che l’Italia abbia un deficit del 2%». E siamo arrivati al punto: un modello export-led vulnerabile agli choc esterni, e una domanda interna che andrebbe rinvigorita con investimenti e tagli di tasse.

Approccio non dissimile da parte dell’americano Wall Street Journal, che l’altro ieri (mentre i nostri giornaloni piangevano sull’Italia come presunto unico malato d’Europa) ha pubblicato un approfondimento sulla frenata dei «motori gemelli dell’economia europea», cioè Francia e Germania.

Ieri il Wsj è tornato sul tema concentrandosi sulla Germania con un commento di Joseph Sternberg che va al cuore della questione: una sorta di propensione tedesca a negare i problemi della propria economia. «Se il motore economico dell’Europa rallenta, ti aspetteresti una riflessione da classe politica e casta economica». E invece, perfino dinanzi al dimezzamento delle previsioni di crescita per il 2019 (dall’1,8% all’1%), in Germania è forte la «speranza che si tratti solo di una “moderazione” del tasso di crescita e non del primo passo verso la recessione». E qui il Wsj fa un’altra operazione spiazzante per molti osservatori mainstream: collega alla crisi economica e alla paura dei colletti blu (e quindi non solo all’emergenza immigrazione) l’ascesa del partito di destra dura Afd.

Sono considerazioni che i media e la politica italiana farebbero bene a inserire nel nostro dibattito. Perché l’Ue nel suo complesso rifiuta politiche espansive e sembra preferire alla crescita il catechismo dei suoi parametri? Donald Trump, nella sua grande eterodossia, ha adottato una ricetta metà liberista (taglio-choc di tasse e deregolazione burocratica) e metà keynesiana (potenti investimenti pubblici): il risultato è una crescita spettacolare. L’Ue, invece, dice no a tutto: sia agli investimenti che ai tagli di tasse. Basti pensare alla trattativa con l’Italia, che ci ha restituito una legge di bilancio peggiorata, con più tasse (la Web tax), meno investimenti (circa 4 miliardi in meno), e altri 23 miliardi di clausole di salvaguardia in più in un biennio (rispetto ai 28 già pianificati dal governo). Una chiara operazione anti crescita.

E serve a poco sperare che tutto sia «risolto» da un allentamento della tensione tra Pechino e Washington. Certo, è bene augurarsi che una trade war globale sia scongiurata. Ma, se così sarà, a beneficiarne saranno soprattutto Usa e Cina: il ricasco positivo per l’Europa sarà solo indiretto, senza dimenticare che Trump ha un conto aperto proprio con l’Ue (e in particolare con la Germania) su auto e dazi.

Su un altro piano, comunque la si pensi sulla Bce e sul Qe, era chiaro che la fine di questo programma avrebbe creato un effetto di incertezza generale. Ora, com’è noto, la Bce ha preso tempo e si è riservata altre ipotesi. C’è da chiedersi come mai non si annuncino misure complessive di garanzia per i debiti sovrani in euro: il solo annuncio sarebbe un super-estintore in grado di spegnere molti fuochi.

A proposito di banche centrali, alcuni report di analisti internazionali nelle ultime 36 ore si sono concentrati sulla decisione della Fed (per una volta, accomodante rispetto alla linea Trump), che ha omesso riferimenti alla possibilità di ulteriori rialzi dei tassi e ha parlato di «pazienza» rispetto alle prossime scelte di politica monetaria.

Ma non tutti ne hanno tratto auspici rassicuranti. La nota emessa da BNY Mellon («Tassi Fed invariati, ottimismo immotivato?») è assai esplicita al riguardo: «Una Fed “neutrale” potrebbe non essere sufficiente ad arrestare una fase di rallentamento sincronizzato dell’economia globale. Tipicamente, i mercati guardano con ottimismo le pause da parte della Fed. Ma chi oggi prevede una fase toro per i mercati azionari dovrebbe forse prestare più attenzione ai segnali evidenti sui mercati obbligazionari, che invece rispecchiano un outlook molto più prudente per l’economia reale». Cauto anche il fondo multi asset Navigator di Unigestion che parla di una Fed «colomba» ma vede ancora nubi, sia pure non scurissime: «La tendenza alla decelerazione a livello macroeconomico è preoccupante ed esistono rischi di portafoglio significativi, in particolare sul fronte politico e geopolitico, sebbene la probabilità di una recessione globale resti piuttosto bassa nel brevissimo periodo».

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