Dopo la figuraccia sul tetto del gas l’Ue ripete il balletto pure per il petrolio
  • Mentre litiga ancora col Consiglio sul price cap, la Commissione annuncia più sanzioni e limiti al barile. Stallo anche sui migranti.
  • Tensioni fra Washington e Bruxelles. «Gli Usa fanno affari con la guerra». Un diplomatico a Politico: «Male se un alleato trae profitto dai tuoi problemi».

Lo speciale comprende due articoli.

L’Unione europea vive uno dei suoi momenti più difficili. Le contraddizioni insite nel modello politico ed economico europeo stanno esplodendo man mano che gli shock esterni ne mettono alla prova la tenuta. La vicenda del grottesco nulla di fatto di tre giorni fa sul tetto al prezzo del gas è emblematica della crisi istituzionale europea. Dopo la riunione del Consiglio dei ministri dell’Energia degli Stati membri, il ministro per la Transizione ecologica francese, Agnès Pannier-Runacher, ha affermato che «la Commissione europea dovrà fare nuove proposte». A stretto giro le ha risposto però il portavoce della Commissione, Eric Mamer: «La Commissione ha presentato una proposta e spetta al Consiglio decidere. Non abbiamo assolutamente dato alcun segnale che metteremo un’altra proposta sul tavolo». Il messaggio di Mamer è chiaro: la Commissione ha fatto il proprio dovere, ha fornito agli Stati quanto richiesto dal Consiglio del 20 ottobre scorso, cioè un meccanismo di correzione dei prezzi che non abbia impatti negativi sugli approvvigionamenti. Poco importa che questo significhi la sua virtuale impraticabilità: se non piace ad alcuni Stati, è un problema del Consiglio. Un modo assai sbrigativo per uscire dall’impasse, che ora però si trasferisce all’interno del Consiglio stesso. Ursula von der Leyen ha lanciato la palla (avvelenata) nel campo di Charles Michel e attende. Da qui al 13 dicembre saranno gli Stati membri che dovranno trovare un accordo. La Germania, cui la proposta della Commissione è piaciuta, resta contraria in generale al tetto, ma il fronte di 15 Paesi tra cui l’Italia ha ora legato l’approvazione degli acquisti congiunti di gas, che interessano alla Germania all’approvazione del price cap. Una condizionalità che rende la trattativa ancora più piccante.

Ma non finisce qui. Ursula von der Leyen ha affermato in una conferenza stampa durante la sua visita in Finlandia che l’Ue sta «lavorando a tutta velocità al nono pacchetto di sanzioni e approveremo molto presto un price cap sul petrolio russo con il G7 e gli altri principali alleati». Posto che dal 5 dicembre l’Unione smetterà di importare petrolio e derivati dalla Russia, si tratta di un elemento marginale ai fini dei consumi europei ma rilevante in termini di commercio mondiale. Anche qui, è scontro. Da una parte la Commissione, che propone 70 dollari al barile come prezzo massimo. Dall’altra, Polonia e Paesi baltici che premono per abbassare il tetto a un punitivo 30 dollari al barile. Nel mezzo, l’Ungheria, che ha già ottenuto un’esenzione dall’applicare qualsiasi sanzione al petrolio russo.

A questo quadro già frammentato si sovrappone la questione dei migranti e della mala gestio europea, che sin qui ha generato scontento. Il Consiglio dei ministri dell’Interno europei tenutosi venerdì si è occupato proprio di migranti e ha sancito (si fa per dire) che l’apertura di porti sicuri è un obbligo, che le Ong andranno in qualche modo regolamentate e infine che l’Unione europea non è competente sul tema (sic) ma che un compromesso in sede europea è possibile.

Bizzarro che l’Unione europea si dichiari incompetente su un tema che riguarda non solo la difesa dei confini esterni, ma anche l’equilibrio sociale ed economico interno degli stati membri. A quanto pare, il vecchio (e cinico) adagio di Jean Monnet secondo cui l’Europa «sarà forgiata nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per quelle crisi» è vero solo per certe crisi. Evidentemente quella dei migranti, per Bruxelles, non è una crisi per cui valga la pena «forgiare» alcunché. Non ci si spiega allora perché attendere che l’Unione europea faccia qualcosa, visto che non può e non vuole farlo: sui migranti ha dichiarato la propria inutilità.

La pressione della realtà sulla farraginosa macchina unionista però si fa sentire. Da una parte la crisi energetica, dall’altra le sanzioni applicate alla Russia, che certo la danneggiano nel lungo termine ma che all’Europa richiedono un immediato e pesantissimo tributo. Ancora, i migranti che premono sulle due rotte, quella mediterranea e quella dei Balcani. La casa comune scricchiola. Alcuni osservatori indicano nel meccanismo della unanimità tra Stati il problema dello stallo in cui si trova l’Unione attualmente. Ma se passasse il concetto che le decisioni in Europa si prendono a maggioranza, lo stallo si trasformerebbe nel dominio di una maggioranza consolidata di cui, siamo certi, l’Italia non farebbe parte, per molti temi e in molti campi.

La realtà della guerra russo-ucraina costringe l’Unione europea a confrontarsi con il proprio limite intrinseco, con ciò che mina alle fondamenta tutta la costruzione europea per come immaginata dall’asse franco-tedesco: le ambizioni imperiali dell’Unione devono fare i conti con l’appartenenza alla Nato e con la fedeltà al Patto atlantico. Se i commerci e i legami internazionali europei devono sottostare a una agenda geostrategica dettata da una capitale d’oltreoceano, con il contributo non marginale di un’altra capitale che sta oltremanica, la praticabilità del modello di Unione rovina sotto i colpi della realtà.


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