Donald Trump (Ansa)
- Pakistan e Stati Uniti confermano la sottoscrizione del memorandum (che avverrà a distanza), ma la diplomazia iraniana tentenna: «Non nelle prossime 24 ore». I pasdaran: «Insolita insistenza del tycoon solo per il suo compleanno». Lui intanto attacca Obama.
- L’Idf: «Uccisi 7 membri di Hezbollah». Il sacerdote: «La morte è nostra vicina di casa».
Lo speciale contiene due articoli.
Mentre Pakistan e Stati Uniti continuano a descrivere la pace come imminente, il memorandum di Islamabad resta avvolto da dichiarazioni contrastanti. A eccezione di alcuni principi generali, il contenuto dell’intesa continua infatti a essere oggetto di interpretazioni divergenti tra Washington e Teheran. Il risultato è una guerra di rivendicazioni che accompagna il negoziato e alimenta dubbi sulla reale portata dell’accordo. Nelle ultime ore, tuttavia, sono emersi segnali che indicano come il percorso diplomatico sia ormai vicino alla conclusione. Il portavoce del ministero degli Esteri pachistano, Tahir Andrabi, ha annunciato che Islamabad ospiterà oggi la cerimonia di firma dell’accordo di pace tra Iran e Stati Uniti, in videoconferenza. A rafforzare l’impressione di un’intesa imminente è stato Donald Trump. In un messaggio su Truth Social, il presidente americano ha reso noto che «subito dopo la firma, prevista per domani (oggi, ndr), lo Stretto di Hormuz sarà aperto a tutti», aggiungendo che i rapporti con l’Iran sono oggi «molto diversi e migliori rispetto a quelli avuti dalle amministrazioni precedenti». La riapertura di Hormuz rappresenta uno degli elementi centrali dell’intesa. Più complessa resta la questione nucleare. Nelle ultime settimane Washington ha chiesto la distruzione delle scorte di uranio altamente arricchito accumulate dall’Iran e la progressiva eliminazione delle infrastrutture necessarie alla produzione di materiale fissile. Teheran, al contrario, ha sempre sostenuto che il memorandum non affronti direttamente il programma nucleare e che il tema debba essere discusso nella fase successiva. Trump ha usato il nuovo accordo per marcare la distanza dalla politica di Obama. «L’accordo di Barack Hussein Obama con l’Iran, il Jcpoa, era una strada facile, bella e spianata verso l’arma nucleare», ha scritto. «Il mio accordo con l’Iran è l’esatto contrario: un muro contro l’arma nucleare». Secondo Trump, l’Iran avrebbe rinunciato definitivamente alle ambizioni atomiche. «Non vogliono più un’arma nucleare, né ne avranno una», ha assicurato. Sia i diplomatici iraniani sia le Guardie rivoluzionarie hanno però smentito che Teheran firmerà oggi l’accordo. I pasdaran hanno criticato l’«insolita insistenza» di Trump per sottoscrivere l’accordo, sostenendo che il tycoon voglia far coincidere l’eventuale intesa con il suo compleanno, il 14 giugno, trasformandolo in un evento simbolico e mediatico. Ad ogni modo, le Guardie della rivoluzione hanno sottolineato che il memorandum non è ancora stato finalizzato e che la firma prevista per oggi «non avverrà sicuramente».
Le dichiarazioni del presidente sembrano inoltre chiarire uno dei punti più controversi della trattativa: i fondi iraniani congelati all’estero. Negli ultimi giorni alcune indiscrezioni avevano ipotizzato un graduale alleggerimento delle sanzioni e lo sblocco di miliardi di dollari appartenenti all’Iran. Trump lo ha escluso. «A differenza dei centinaia di miliardi di dollari che Obama ha versato loro, compresi 1,7 miliardi di dollari in contanti, non ci sarà alcuno scambio di denaro», ha affermato. Una posizione che si scontra con le dichiarazioni iraniane, secondo cui la liberazione dei fondi bloccati sarebbe una componente essenziale dell’intesa.
Ancora più significativa appare la parte del messaggio dedicata al materiale nucleare iraniano. Trump ha dichiarato che, una volta stabilizzata la situazione, gli Stati Uniti recupereranno il materiale fissile custodito nei siti sotterranei colpiti dai recenti bombardamenti americani. «Recupereremo la polvere nucleare, sepolta in profondità sotto le montagne di granito, grazie ai nostri bombardieri B-2 e ai loro piloti, e la diluiremo e la distruggeremo, sia in Iran sia negli Stati Uniti», ha scritto. A conferma dell’intensa attività diplomatica, Trump intende incontrare i leader di Egitto, Qatar ed Emirati Arabi Uniti a margine del G7 della prossima settimana in Francia per discutere degli sforzi volti a porre fine alla guerra con l’Iran, mentre con i Paesi alleati parlerà dello sminamento di Hormuz. Il presidente ha concluso esprimendo fiducia in una cooperazione duratura con Teheran e con l’intero Medio Oriente, ma accompagnando l’apertura con un avvertimento: «Se così non fosse, abbiamo l’alternativa definitiva, che speriamo di non dover mai più utilizzare».
Resta tuttavia da capire se questa visione coincida con quella della leadership iraniana. Finora il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha sostenuto che una delle opzioni allo studio fosse la diluizione dell’uranio arricchito direttamente in Iran, senza trasferimenti all’estero. Il viceministro Kazem Gharibabadi ha riferito di aver discusso con funzionari russi e cinesi degli ultimi sviluppi sulla bozza di memorandum in esame a Islamabad. Secondo Teheran, la cooperazione strategica tra Iran, Cina e Russia continuerà a rafforzarsi. Sullo sfondo resta il ruolo della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, il cui assenso viene considerato decisivo per la piena attuazione dell’accordo. Nelle stesse ore il leader iraniano ha approvato la commutazione della pena per 139 detenuti condannati a morte e la concessione della grazia ad altri prigionieri, in quello che diversi osservatori interpretano come un segnale politico destinato ad accompagnare la fase finale del negoziato.
Resta però un ostacolo tutt’altro che secondario. I pasdaran, che rappresentano il centro del potere militare e ideologico della Repubblica islamica, continuano a prendere le distanze dall’intesa. Una posizione che evidenzia ancora una volta le profonde divisioni interne al regime iraniano.
Israele continua l’avanzata in Libano. Altre cinque vittime dovute ai raid
Ci si chiede se un accordo fra Stati Uniti e Iran porrà fine o no anche al conflitto in Libano, dove Israele prosegue l’avanzata terrestre e gli attacchi aerei per debellare il partito armato sciita filoiraniano Hezbollah. Che Teheran leghi la questione libanese a quella del Golfo Persico è stato confermato ancora ieri dal portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei: «Si cessi la guerra su tutti i fronti, incluso il Libano». L’analista israeliano di Axios, Barak Ravid, ha rivelato che il presidente americano Donald Trump ha detto per telefono al premier israeliano Benjamin Netanyahu che «è ora di por fine a questa guerra». Ravid cita indiscrezioni da funzionari statunitensi: «Netanyahu potrebbe tentare di ostacolare l’accordo». Ma responsabili israeliani temono che Trump «possa limitare la libertà operativa contro Hezbollah e pretendere d’esser consultato prima d’ogni attacco».
Israele intensifica l’offensiva, volendo smantellare il più possibile Hezbollah. Quindi Netanyahu potrebbe ignorare eventuali clausole, di accordi peraltro presi dagli Usa ma non da Israele, relativi al fronte libanese. Solo ieri le forze ebraiche hanno colpito 70 obbiettivi di Hezbollah. L’esercito israeliano ha anche ucciso sette miliziani che operavano da un tunnel nel Libano meridionale, dove venivano immagazzinati munizioni, armi e provviste per sostenere attacchi. Come a Gaza, quindi, anche in Libano i passaggi sotterranei si confermano una delle maggiori risorse per la guerra asimmetrica fatta di agguati mordi-e-fuggi contro un potente esercito tecnologico. E già lo si vedeva in Vietnam 60 anni fa con gli americani alle prese coi «formicai» dei Cong. Raid aerei e granate d’artiglieria su varie aree del Libano hanno causato ieri cinque morti, tra cui il sindaco di Al Rihan, Ali Badie. Fra le azioni militari israeliane, un drone ha centrato un veicolo a Kfar Hounah, poi l’artiglieria ha martellato il quartiere Rahbat di Nabatieh. Bombardate anche Sarifa, Maarakeh e Khiam. Toccante la testimonianza del prete maronita Eid Bou Rached, di Sidone, a Vatican News: «Un missile è caduto a poca distanza dal portone d’ingresso della nostra sede episcopale. Grazie a Dio non ci sono state vittime, ma la morte è la nostra vicina di casa».
Secondo il giornale libanese L’Orient-Le Jour, varie persone sono state ferite da bombe di aerei israeliani a Zayyata, a Sud di Sidone, mentre un soldato dell’esercito libanese è stato ferito gravemente da un drone sulla strada fra Kfar Remane e Nabatieh. La posizione dell’esercito libanese, che non è in grado di far valere l’autorità statale sul partito armato Hezbollah, né di respingere gli israeliani, è critica. Ieri le truppe libanesi, che in teoria dovrebbero occupare «zone pilota» per vigilare sul disarmo di Hezbollah, si sono ritirate da Kfar Tebnit per disimpegnarsi dall’avanzata israeliana. Per il 22 giugno si attendono a Washington colloqui per un cessate il fuoco, ma un Libano frammentato, in cui Hezbollah agisce in modo indipendente, rende tutto arduo. Ieri il presidente Joseph Aoun ha esortato all’unità del Libano, «prigioniero della logica delle milizie», ma l’appello pare vano. Hezbollah ha lanciato vari droni, specie gli Ababil d’origine iraniana, su truppe israeliane a Margaliot, Jal al-Dei, Yahmour al-Shaqif, e Hammamas. Secondo Israele «non ci sono stati feriti», ma per gli sciiti «sono stati distrutti un carro armato Merkava e una jeep Hummer». L’Ababil è guidato con un cavo a fibra ottica lungo fino a 60 chilometri ed è quindi immune ai disturbi elettronici avversari, oltre a costare poco, solo 600 dollari l’uno. Il ministero della Salute libanese ha intanto diramato che, dal 2 marzo fino a ieri, il conflitto ha causato 3.756 morti e 11.632 feriti, mentre per il ministero dell’Economia i danni ammontano a 20 miliardi di dollari.
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Milano, le fondatrici americane di The Core querelate dai soci per truffa e bancarotta.
Doveva essere il ritrovo dei soci più esclusivi di Milano. Rischia di diventare un caso giudiziario. Nei prossimi giorni le amiche di Epstein, Jennie Enterprise e Dangene Enterprise, fondatrici americane del progetto di lusso mai aperto in corso Matteotti 14, dovrebbero tornare a Milano dopo quasi un mese lontane dalla scena.
Un vuoto che ha pesato sui soci: in una email inviata agli associati, The Core ha comunicato che l’evento del 19 maggio al Teatro Franco Parenti non si sarebbe più tenuto, rinviando di fatto il confronto con la community. Ma ad attenderle, questa volta, non ci saranno solo banchieri, imprenditori, avvocati, giornalisti e professionisti che chiedono risposte: c’è anche un fascicolo aperto alla Procura di Milano.
In seguito all’esposto depositato dallo studio Pizzoccaro di Brescia, promosso da diversi soci, la Procura ha aperto un procedimento: gli accertamenti sono in corso. Anche perché sarebbero già state depositate almeno 23 denunce-querele, con accuse che vanno dalla truffa alla bancarotta, fino ad altri profili legati alla gestione delle quote versate e al reticolo societario costruito intorno al progetto. Il nodo, in sintesi, è capire se The Core sia stato soltanto un club mai nato o una promessa commerciale tenuta in vita anche quando la sede promessa era ormai perduta.
La vicenda ruota attorno a 1 euro. Il 30 maggio 2025 Core Milan Llc dà in pegno a Reinvest il 100% di Core Matteotti srl, la società legata all’immobile di corso Matteotti 14, a garanzia di un finanziamento da 500.000 euro. Il 18 luglio la stessa società viene ceduta a Reinvest per 1 euro: prezzo simbolico, perché il veicolo era gravato da debiti, morosità e obblighi non rispettati. Reinvest si accolla così il risanamento e le somme non pagate dal mondo Core.
Da quel momento Jennie e Dangene Enterprise non controllano più la società chiave del progetto. Tentano di rientrare con una sublocazione, ma anche quella salta: canone da 4,5 milioni l’anno, garanzie per 10,2 milioni mai consegnate, risoluzione del contratto il 6 febbraio 2026 per inadempimento.
Intanto i soci avevano già pagato. The Core ha parlato di 700 aderenti, con quote tra 8.000 e 26.000 euro più Iva e quote iniziali più alte. Secondo chi segue il dossier, le richieste di restituzione potrebbero arrivare ad almeno 20 milioni; se non saranno pagate, tra le ipotesi c’è anche un’istanza di liquidazione giudiziale, l’ex fallimento.
Le fondatrici continuano a rassicurare i membri: nella comunicazione del 14 maggio scrivono che Core Llc avrebbe investito oltre 10 milioni di euro e che Milano resta «strategica e prioritaria», con apertura entro 12-14 mesi dalla ripresa del cantiere. Ma la versione si scontra con gli atti: a quella data il rapporto su corso Matteotti 14 risulta già risolto.
Oltre poi ai ritardi nei pagamenti ai fornitori, anche il piano B sembra essersi arenato. Dopo l’uscita di scena di corso Matteotti, erano circolate ipotesi su corso Magenta e soprattutto via Meravigli. Ma quest’ultimo tentativo, secondo quanto risulta alla Verità, si sarebbe chiuso ancora prima di cominciare: l’agente immobiliare avrebbe deciso di non incontrare le due fondatrici. Un altro segnale che rende sempre più fragile la narrazione del rilancio.
Ora il ritorno a Milano di Jennie e Dangene Enterprise rischia di diventare il primo vero faccia a faccia con i soci. Anche perché ormai i discorsi vertono tutti su querele, richieste di rimborso, possibili azioni fallimentari e ora anche un fascicolo aperto in Procura. Un club può anche non aprire. Ma se la società chiave viene prima data in pegno, poi ceduta per 1 euro, se la sublocazione salta per mancata garanzia e, nel frattempo, ai soci si continua a raccontare la favola che tutto va bene, allora la vicenda passa da progetto fallito a possibile caso giudiziario.
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Un'immagine della Manifestazione nazionale per la vita svoltasi ieri a Roma (Ansa)
La nascita di Futuro nazionale ha proposto di nuovo il dibattito su chi rappresenti al meglio i conservatori. Per dirimere il battibecco, si riparta dalla visione del mondo: più verticalità, senso del sacro e dell’umano.
Abbiamo assistito nell’ultima settimana a un dibattito i cui fuochi ancora non si sono spenti a proposito della «vera destra«. È una discussione antica che, se condotta con superficialità o con rancore, non conduce da nessuna parte e si può rivelare, più che sterile, controproducente.
Tuttavia il tema è serio, e non si può liquidare semplicemente sostenendo che sia più «vero» chi è più estremo, più granitico, più scorretto nei toni. O, al contrario, che lo sia chi ha più successo, chi è più maturo perché capace di compromessi e meno avvezzo a infantili radicalismi. Queste, diciamocelo, sono schermaglie utili più che altro ad animare i social e i talk show. Quindi sorvoliamo.
Dovremmo chiederci, per cominciare, che cosa possa distinguere ancora, oggi, la destra dalla sinistra. Rispetto ai tempi in cui ne dibattevano Norberto Bobbio e Marcello Veneziani, il contesto è radicalmente mutato. Fra destra e sinistra ci sono più sovrapposizioni, più intrecci. Il cosiddetto sovranismo ha sbriciolato le barriere robuste che sorgevano attorno alle due categorie, ha mescolato gli approcci economici e stabilito singolari convergenze di critica alle istituzioni europee, al sistema finanziario, al globalismo. A dimostrarlo, più che il successo di movimenti trasversali che in effetti faticano a emergere, è il dilatarsi del fronte che il sistema dominante considera nemico. Oggi vengono considerati allo stesso modo «fascisti» (cioè nemici assoluti, da distruggere con ferocia) sia gli esponenti della destra poi sociale sia quelli della sinistra critica, considerati con disprezzo rossobruni. Critiche al politicamente corretto, al wokismo e alle sue derive deliranti arrivano sia da destra sia da sinistra. Analoghe sovrapposizioni si notano sul versante opposto, tra coloro che si definiscono «liberali». Il che, di nuovo, rende piuttosto complicato stabilire distinzioni e stilare classifiche basate sulla purezza. Apparentemente, dunque, non se ne esce: se è difficile distinguere fra destra e sinistra, figuriamoci se è semplice stabilire che cosa sia la «vera destra». Come regolarsi, allora? Beh, una chiave di lettura forse c’è, e ci perdonerà chi la trova banale.
A marcare la differenza reale, oggi, è soltanto la visione del mondo. Meglio: la concezione della vita. Tanti possono criticare, da prospettive diverse, il sistema dominante. Ma potremmo azzardarci a sostenere che a distinguere la destra sia la visione verticale della vita contrapposta a quella orizzontale della sinistra. La destra tende a stabilire un ordine verticale che non è tanto gerarchico quanto qualitativo. La qualità aumenta tanto più si sale, e a forza di salire si giunge a un livello trascendente. O comunque si riconosce che tale livello esiste, ed è da questo livello che derivano le leggi che governano l’esistente e, se vogliamo, pure la sovranità. Questo ordine verticale attribuisce alla vita un valore che non può essere negato e cancellato dall’uomo. Stabilisce dei limiti che l’uomo, gli piaccia o meno, non può varcare se non vuole autodistruggersi. È tale ordine a rendere «magnifica» l’umanità, che senza di esso giace priva di senso e di scopo. Che cosa è dunque la vera destra, che cosa potrebbe essere? Quella che rispetta e aderisce maggiormente a questo ordine. Quella che esprime una visione a cui la sinistra - per costituzione, per antropologia - non potrà mai adeguarsi. Poiché essa glorifica la spinta dal basso verso l’alto e non può fare diversamente. La «vera destra» contesterà dunque il pensiero dominante, ma da un punto di osservazione completamente diverso, radicalmente anti progressista, che deve manifestarsi e concretizzarsi in scelte ben precise a proposito delle questioni fondative che riguardano l’essere umano.
Ieri, a Roma, si è tenuta la Manifestazione per la vita, e quelle questioni le ha poste con urgenza davanti agli occhi di tutti. Fine vita e suicidio assistito, aborto, transumanesimo, attenzione ai deboli e ai fragili. Non c’è nemmeno bisogno di lambiccarsi troppo: le linee di faglia sono tutte lì, e non si può restare indifferenti. Tutti possono criticare l’immigrazione di massa o affermare che l’Unione europea va cambiata. Tutti possono, se vogliono, difendere la sovranità nazionale, parteggiare per questa o per quell’altra postura geopolitica. Ma altro rileva di più. Riteniamo che i corpi siano un bene di consumo come gli altri oppure no? Riteniamo che la vita debba essere sempre disponibile o pensiamo che vada difesa sempre e comunque? Riteniamo che esistano categorie di esseri umani che non meritano di venire o al mondo o non meritano di restarci? Pensiamo che esistano limiti che l’uomo non dovrebbe superare? È a queste domande che una «vera destra» dovrebbe rispondere senza particolari tentennamenti, sulla base di una antropologia magari non univoca ma chiara. Non eliminando il dubbio o negando la libertà di pensiero e espressione o cancellando le sfumature, ma rimarcando che esistono spazi non negoziabili. Purtroppo, notiamo che di questi tempi la chiarezza è poca, e l’antropologia molto confusa. Eppure, volendo, fugare ogni dubbio sarebbe perfino semplice: con la vita o contro? Basta rispondere.
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Elly Schlein (Getty Images)
L’elettore moderato o radicale di centrodestra non deve temere la «feccia» di Futuro nazionale, come l’ha ribattezzata ieri il generale. La iattura sarebbero Schlein premier, Renzi agli Esteri, Conte all’Economia, Speranza alla Salute, Zan alla Famiglia e Landini al Lavoro.
Da giorni l’attenzione della grande stampa è concentrata sul generale Vannacci, il nuovo pericolo nero. Strumentalmente i giornali passano al setaccio le idee e la squadra di Futuro nazionale nella speranza che, enfatizzando le notizie che riguardano il nuovo partito, i moderati della coalizione al governo si spaventino e se la diano a gambe levate. Oppure che gli elettori più radicali di Lega e Fratelli d’Italia si facciano conquistare dalle proposte dell’uomo forte, voltando le spalle ai rispettivi partiti.
Nell’uno o nell’altro caso l’obiettivo è lo stesso: togliere voti all’attuale maggioranza, in vista delle future elezioni politiche.
Tuttavia, dal mio punto di vista il vero pericolo per l’elettore moderato o radicale non arriva da destra, fosse anche quella estrema dell’ex ufficiale, ma da sinistra. Mi spiego. Ho letto ieri sul giornale diretto da Marco Travaglio che il Pd sta già predisponendo l’organigramma del governo a guida Schlein, senza dimenticare gli incarichi istituzionali che la sinistra dovrà ricoprire in caso di vittoria. Nell’articolo del Fatto quotidiano non tutte le caselle risultano occupate, dunque ho provato a immaginare quali potrebbero essere ministri e presidenti di un prossimo esecutivo formato dal cosiddetto campo largo. L’elenco che segue è da film horror, ma non credo che le ipotesi che ho messo nero su bianco si discostino molto da quelle che potrebbero essere le scelte dei compagni.
Cominciamo dal presidente del Consiglio che, è vero, dev’essere incaricato da Sergio Mattarella, ma che per il capo dello Stato potrebbe rivelarsi una scelta obbligata nel caso di un candidato premier espresso dalla coalizione. Primarie a parte, mi pare evidente che i nomi più in vista della galassia giallorossa siano quelli di Elly Schlein e di Giuseppe Conte e dunque, a seconda di chi sia il prescelto da elettori o maggiorenti di partito, da questi due nomi non si scappa. Al momento, sono più propenso a credere che se non si affiderà la decisione ai gazebo, a spuntarla sarà la segretaria del Pd e dunque il presidente della Repubblica sarà costretto ad affidare a lei la guida dell’Italia. Ma se a Palazzo Chigi andranno Schlein e il suo cerchio magico, composto da Marco Furfaro e Chiara Braga, chi occuperà gli altri posti chiave? Comincio da quelli più in vista. Se non opterà per la presidenza del Senato, occupando la poltrona della seconda carica dello Stato (in modo da essere pronto per la prima quando Mattarella libererà il Quirinale), Conte potrebbe andare all’Economia. Anche se non si è laureato alla Bocconi come Giancarlo Giorgetti, in fatto di bilancio ha già dato ampia prova di saperci fare sia con il Reddito di cittadinanza che con il Superbonus e dunque lo si può definire l’uomo giusto al posto giusto.
Al lavoro vedrei bene Maurizio Landini, che presto lascerà l’incarico di segretario della Cgil e al ministero di via Veneto potrebbe mettere in pratica le sue teorie su occupazione e retribuzione, trovando risorse per entrambe con la patrimoniale, di cui la stessa Schlein ha di recente parlato. All’Interno, incarico importante perché ormai è chiaro che sulla sicurezza i governi si giocano il consenso, i candidati ideali mi paiono Pierfrancesco Majorino oppure Sandro Ruotolo, entrambi assai vicini a quell’area movimentista che in questi anni non si è fatta sfuggire una manifestazione: con loro al Viminale almeno potremmo sperare di evitarci i cortei in centro anche il sabato pomeriggio. All’Immigrazione invece non credo ci sia alternativa: la persona più indicata è Nostra Signora dell’Accoglienza, la madonna addolorata del Pd, ovvero Laura Boldrini, già funzionaria di organismi Onu poi trasformata in presidente della Camera da quel simpatico zuzzurellone di Pier Luigi Bersani. Alla Salute ovviamente non potrà non andare Roberto Speranza, che ai tempi del Covid tutti quanti ricordiamo per la straordinaria capacità di aver predetto la fine della pandemia con due anni di anticipo, salvo essere costretto a ritirare, alla seconda ondata del virus, il libro in cui sanciva il trionfo sulla malattia. Alla Famiglia credo non ci sia partita: il politico più qualificato per ricoprire il delicato incarico non può che essere Alessandro Zan. Così come alle Politiche abitative non potrà che andare un’onorevole sensibile agli alloggi come Ilaria Salis (che però avrebbe competenza anche per la Giustizia). Alle Grandi opere, ministero che dovrebbe inglobare pure quello dell’Ambiente in quanto non si può fare un ponte o un viadotto senza avere contezza del Green deal, il candidato naturale è Angelo Bonelli, quello che a una delle prime uscite di Giorgia Meloni si presentò in Parlamento armato di pietre. Non per scagliarle contro la premier, ma per denunciare il prosciugamento dell’Adige, che per fortuna continua a scorrere lieto fra Trento e Verona. Al governo non potrà mancare un posto per l’altro componente della coppia di fatto di Alleanza Verdi e Sinistra, Nicola Fratoianni, che senza indugio verrà schierato alla Difesa. Infine, la compagine verrà completata da un ministro della Giustizia davvero competente e qui la partita potrà essere giocata da Roberto Scarpinato o Federico De Raho, che vantando un curriculum in toga ma anche un’esperienza da commissari antimafia per conto dei 5 stelle, avranno finalmente la possibilità di fare luce sui misteri d’Italia.
Ho dimenticato qualcuno? Ah, sì. Paola Taverna all’Istruzione (del resto se c’è stata Lucia Azzolina, che ha di meno l’ex impiegata del Quarticciolo?). E agli Affari esteri Matteo Renzi (a cui, oltre a fare soldi, piace tanto viaggiare); Teresa Bellanova all’Agricoltura (del resto, come ha risolto lei il problema del capolarato non lo ha risolto nessuno). Manca qualcosa? Certo: il futuro presidente della Repubblica nel 2029. Ma lì la casella è già occupata: resta Mattarella per un altro settennato. In fondo, non c’è due senza tre.
Vi sentite male? Se ci pensate, la sporca dozzina di Vannacci è niente al confronto della dozzina di impresentabili del campo largo.
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