Influencer?
«Persone in cerca di visibilità che vogliono vendere piastre per capelli e abbonamenti a piattaforme cinesi».
Da querela.
«Mia mamma, la professoressa Laura Parodi, giustamente s’incazza: “Hai studiato, hai fatto il banchiere alla JP Morgan, hai scritto nove libri, hai diretto una rivista. Ora fai l’influencer”».
Aspirante sindaco, però.
«Non che per queste cose ti proponi. Fino a febbraio, certo, se n’è parlato».
E adesso?
«La botta del referendum, i casini creati da Trump, l’aumento della benzina. La destra non vive un buon momento».
Il «Parods», suo nome di battaglia, teme la sconfitta.
«De Coubertin diceva che l’importante è partecipare. Col piffero! L’importante è vincere. Per lo meno, avere buone probabilità».
Non s’immolerà.
«Le probabilità sono basse. Non vorrei finire come quell’eroe di guerra che esce dalla trincea offrendo fieramente il petto ai nemici».
Chi l’ha sondato?
«Due partiti di destra».
Democristiano.
«Più da pentapartito».
Conservatore?
«Moderatamente».
Tendenza Meloni?
«Mi piace molto. La compagine governativa, però, non è sempre al suo livello».
È stato ad Atreju.
«Mi hanno invitato per un bel dibattito su elettrico ed ecologia. La mobilità mi sta a cuore. Sono un ingegnere meccanico».
Qualcuno osa: «È un Vannacci più chic».
«Ho massimo rispetto nei confronti di un ex generale della Folgore, ma sono piuttosto lontano da alcuni suoi eccessi ideologici».
Quali?
«I riferimenti alla Decima Mas, per esempio. Anche se condivido chi fatica a definirsi antifascista, parola ormai ostaggio dei peggiori attivisti: da Askatasuna all’estrema sinistra. Sono quelli che vanno in giro a spaccare Milano sventolando tutte le bandiere, meno che il tricolore».
L’epopea di Beppe Sala volge al tramonto.
«Nel secondo mandato ha svaccato. Ha finto, in malafede, che un certo tipo di immigrazione non fosse un problema».
La città è in mano ai maranza?
«È aumentata la piccola criminalità, quella che continuano a giustificare e blandire. Vadano a farsi un giro a Piazzale Corvetto. Poi provino a ripetere che i migranti sono tutti buoni, belli e bravi».
Le «risorse» evocate a sinistra.
«Portano una nuova cultura: questo è l’approccio ideologico. Si continuano a giustificare politicamente. Vedi quello che è successo a Modena».
Salim El Koudri si è lanciato in auto sulla folla.
«Prendono per il culo la gente. Se fossi al posto loro, farei una riflessione. Quando escono queste notizie, vado a leggere cosa scrivono i lettori di Stampa e Repubblica. Il 90% dei commenti era contro le palle sparate dal sindaco di Modena».
Ha provato a minimizzare.
«Attaccando il governo e chi spaccia cattiverie. Bisognava fare passare l’attentatore da italiano: era solo uno psicolabile, la religione non c’entrava niente. Dopo aver letto i suoi messaggi, abbiamo scoperto che schiumava odio contro i cristiani. È il palese fallimento della decantata accoglienza».
Immigrato di seconda generazione.
«Un’aggravante. Grazie al nostro Paese aveva casa, camicia e laurea. Continuiamo a importare disagio sociale. Anzi, ancora peggio».
Cosa?
«Gente che non abbiamo scelto. Nel 1901 finivi a Ellis Island prima di entrare in America. Se non gli andavi bene, montavi sul piroscafo e tornavi a casa con le pezze sul sedere».
Ora c’è troppo permissivismo?
«Noi abbiamo Open Arms che carica duecento persone. Se l’Italia non li vuole, va a processo il ministro degli Interni. Se fa i centri in Albania, i magistrati decidono che non possono funzionare. Ma questo era un segnale: non solo ai migranti, ma alla cricca che li porta qui».
Comprese le Ong?
«Sanno che comunque c’è la Rackete che li carica al largo di Tripoli. Il messaggio, allora, doveva essere: “Non vi facciamo più sbarcare, andate direttamente in Albania”».
Tantissimi poi arrivano a Milano.
«Tre cose cambierebbero la città senza troppo sforzo. La prima è, appunto, la guerra totale a microcriminalità e degrado».
Non sembra agevole.
«Basterebbe usare la polizia locale: è un piccolo esercito, numeroso come quello della Norvegia».
Poi?
«Un’onesta e pragmatica rivoluzione della mobilità. Basta ideologia. L’applicazione becera del Green deal non ha dato alcun beneficio: né alla viabilità né all’ambiente».
Le ciclabili restano il vanto del sindaco.
«Penalizzano le macchine. E le usano solo i privilegiati: devi vivere vicino all’ufficio, godere di ottima salute, tornare presto la sera. E se piove? E se stai a Truccazzano?».
Vuole incentivare quelle che lei chiama «macchinine a pile».
«Sulle elettriche vale lo stesso discorso: serve la wallbox, un ampio box e più soldi per comprarle. Un’altra élite. Ma basta che non impongano di vendere le Euro 6 che vanno benissimo».
«Inquinano meno della scorreggia di un criceto», assicura.
«Circolavano i dati sulla qualità dell’aria. Hanno smesso di darli».
Perché?
«Era peggiorata, visti i colli di bottiglia e le code».
Lei gira a bordo del «Naftone», una Range Rover azzurra del 1984.
«Palese provocazione: è un’auto d’epoca che gode di qualche deroga».
Terza cosa?
«Ripensare culturalmente la città, diventata cafona e rumorosa. Basta con questa attrattività da influencer, con i cocktail a ventidue euro e il sushino».
Si ostenta?
«Un po’ come a Dubai. Ci sono i super ricchi e quelli che non ce la fanno. La borghesia sta sparendo».
Milano è antipatica?
«Respingente. Non puoi più entrare perché c’è l’area B. La metropolitana chiude a mezzanotte. Uno di Busto Arsizio che fa?».
Torna nel contado.
«Sono orgogliosamente sabaudo. Milano mi ha accolto dandomi tutto: opportunità, soldi, case».
Nato ad Alessandria.
«Ma vivo qui da quando avevo venticinque anni».
Sessantadue anni.
«Io dico sessanta».
A cinquantuno decise di cambiar vita.
«Non sono un sostenitore del vendo tutto e apro un chiringuito in Costa Rica. Avevo tre figli. Non potevo fare stupidaggini, ma arrivò un’offerta».
Come andò?
«Ho sempre avuto un talento: raccontare, coinvolgere, intrattenere. Mentre facevo il banker, di notte scrivevo libri e articoli sulla mia passione».
Le moto.
«Mi chiamò un altro grande esperto: Yves Confalonieri, dirigente di Mediaset».
Il figlio di Fedele.
«Aveva letto due di quei libri. Mi spiegò: “Vorrei farci un format”. Dopo che lo scrissi, domandò: “Ti piacerebbe anche condurlo?”. E lì venne fuori l’allineamento astrale».
Ovvero?
«C’era stata la crisi dei subprime. Il mondo degli investimenti non era più tanto divertente. Io ero un altissimo dirigente, che guadagnava un fracco di soldi».
La sua poltrona scricchiolava?
«Anche quella di tutti i colleghi. La gente pensa che i banker abbiano una gran fortuna».
Non è così?
«Ho sempre tenuto a mente Ungaretti: “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”. In queste grandi società non arriva mai la Cgil a salvarti il fondoschiena».
Quindi?
«Mi sono preso una liquidazione della madonna e ho cominciato a fare il conduttore. Poi sono diventato direttore di Riders, una rivista per motociclisti».
Fino alla luminosa carriera sui social.
«Un colpo di culo. Quando scoppiò il Covid, tutti stavano attaccati al computer sparando stupidaggini. Così, ho iniziato a parlare dei morti di figa che telefonavano alle fidanzate chiuse in casa. Ma è con un altro sproloquio che ho fatto il botto».
Su cosa?
«I dieci errori di look nelle donne: due milioni di visualizzazioni. Adesso ho un milione e mezzo di follower».
Tanti.
«Tantissimi. Guadagno più di quando ero direttore della Société Générale».
Improvvisa?
«Mai. Ogni parola è soppesata decine di volte. È fondamentale il gancio iniziale: hai otto secondi per evitare che scrollino».
Quanti video a settimana?
«Li faccio quando mi vengono. E mi vengono solo quando sono incazzato».
Lo scorso martedì ha esordito in teatro con il monologo Non trovo parcheggio.
«C’è tutto il repertorio: le auto elettriche, le biciclette, le mamme radical chic alla Jacaranda che fanno togliere le scarpe prima di entrare a casa».
La filosofia del «Parods» in una frase.
«Se ha le tette o le ruote, prima o poi ti darà dei problemi».