Il ridicolo ballo del tampone
Ansa

Da presidio fondamentale a strumento per untori al ristorante o al cinema. Però per entrare in studi tv, case di riposo, ospedali e Palazzo Chigi è indispensabile. L’ennesima insopportabile contraddizione di Roberto Speranza. Che trasforma il test in privilegio di Casta.

Va di moda il ballo del tampone. Con le nuove norme, se andate a lavorare, il test anti Covid va bene e vi consente di accedere in fabbrica o in ufficio, ma solo se è stato effettuato nelle ultime 48 ore. Se invece andate al ristorante, il tampone non vi autorizza a varcare la soglia del locale: occorre un green pass che dimostri l’avvenuta vaccinazione. Se però siete giornalisti e vi recate a Palazzo Chigi per una conferenza stampa o dovete partecipare a un talk show in uno studio televisivo, il tampone torna improvvisamente valido e necessario anche se avete completato il ciclo immunologico. Vale a dire che, sebbene abbiate fatto entrambe le dosi, ritenute sufficienti per entrare in un bar o andare al cinema, se vi avvicinate a una sede del governo o a un palazzo dell’informazione dovete «tamponarvi», perché il green pass non basta. Eh già, grazie alle nuove norme predisposte per costringere gli ultimi recidivi a vaccinarsi, il tampone è ballerino e insieme con esso balla anche il green pass, che dà via libera agli immunizzati, ma solo in certe occasioni, mentre in altre no.

Se c’era un modo per confondere le idee agli italiani, ma anche per dimostrare l’assoluta pretestuosità di alcune scelte, diciamo che Roberto Speranza e i suoi compagni lo hanno trovato, dimostrando che le decisioni adottate non hanno alcuna base scientifica, ma sono esclusivamente politiche.

Infatti, se il test fosse inutile, anzi pericoloso come sostengono alcuni virologi da salotto che denunciano isolati falsi negativi del prelievo, non si comprenderebbe perché in un ministero o in una sede tv non si limitino a pretendere il green pass, ma richiedano un tampone. Se non serve a nulla, anzi si rischia pure di risultare negativi quando non lo si è, perché si devono spendere soldi per qualche cosa che è ritenuto a rischio? Sulla Repubblica, giornale che sposa qualsiasi decisione governativa in materia di Covid, ieri c’era un collega che si lamentava perché non gli era bastato esibire il passaporto green per fare visita all’anziana madre, ma la direzione della casa di riposo ha preteso anche il tampone. Perché pagare una cosa in più se non serve, si chiedeva il collega? Ma allo stesso modo ci si potrebbe chiedere come mai lo si debba fare per entrare in ospedale. O per quale motivo se si prende un aereo per Londra la compagnia se ne infischi del green pass e richieda un tampone effettuato nelle ultime 48 ore. La domanda è sempre la stessa: perché per viaggiare su un volo che dura un paio d’ore, e con la mascherina a coprire naso e bocca, è obbligatorio il tampone e invece per cenare o anche solo fare colazione in un ambiente più spazioso di quello di una carlinga di un velivolo il test non va più bene, ma occorre il green pass? Tralascio i confronti con musei, palestre, chiese e supermercati, perché anche un bambino capisce che c’è più affollamento negli ultimi due di quanto se ne registri nelle sale degli Uffizi nelle ore di punta. Ma nonostante ciò, ossia sebbene sia evidente l’incongruità delle decisioni, Speranza e compagni preferiscono il ballo del tampone. Che serve quando fa comodo ed è di nessuna utilità quando non conviene più.

I principali esperti, fin dal principio hanno sentenziato che il lasciapassare verde non è un certificato di buona e sana immunizzazione, al massimo (nel caso sia vero, cioè non taroccato come ogni tanto si scopre) attesta l’avvenuta vaccinazione, ma nulla di più. Il tampone assicura, salvo i pochi casi di falsi negativi, che non si è positivi al virus e dunque non contagiosi. Il green pass, al contrario, non è garanzia di non essere positivi, ma solo di aver ricevuto prima e seconda dose. Possono essere state somministrate un mese o otto mesi fa, essere quindi efficaci o meno contro il Covid (se la terza dose da ieri è anticipata a cinque mesi e in Austria a quattro, significa che passato un certo periodo il vaccino funziona di meno) e dunque una persona può contagiarsi e contagiare, continuando tuttavia a poter andare al ristorante o al lavoro grazie al green pass. Ma il problema, per Speranza e compagni, resta sempre il tampone. E invece di farne di più, per scoprire chi tra vaccinati e non vaccinati si è contagiato, si fa di tutto per farne di meno, complicando la vita a chi non si rassegna alla puntura.

Come detto, ci sono pochi casi in cui si deroga alla guerra contro il test e tra questi c’è l’ingresso alle conferenze stampa di Palazzo Chigi, dove il certificato verde non basta più, ma – nonostante i falsi positivi – è richiesto l’inutile tampone. Chiedetevi perché ciò che è necessario per la Casta non lo è per la gente comune.

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