- Per il presidente dell’Unione delle comunità islamiche, le responsabilità della scomparsa della giovane sono delle nostre istituzioni, ree di non averla protetta. E derubrica la probabile uccisione a «femminicidio dettato dal contesto patriarcale».
- L’esperto Lorenzo Vidino: «Enfatizzando l’odio antimusulmano, ogni critica viene definita islamofoba».
Lo speciale contiene due articoli.
La fatwa, una condanna religiosa, che molti hanno interpretato come un segnale positivo da parte dell’associazione islamica, emessa per condannare il «matrimonio forzato», spregevole pratica alla quale la povera Saman Abbas voleva sfuggire e che con tutta probabilità le è costata la vita, rischia di trasformarsi in una bomba innescata nella comunità musulmana in Italia. E a ribadire la posizione dell’Ucoii, l’Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia, che la fatwa l’ha emanata, dopo le dichiarazioni che da qualche giorno va rilasciando Nadia Bouzekri, la vicepresidente dell’associazione, che sta cercando di far passare l’idea che l’islam non c’entri nulla («La religione non c’entra e nemmeno la cultura», ha detto al Corriere della Sera), ieri è sceso in campo anche il presidente Yassine Lafram. «l’islam non c’entra», ha ribadito Lafram, originario di Casablanca, alla guida dell’Ucoii, in un’intervista all’Agi, «ed è evidente che ci sono state delle falle nel protocollo d’intervento e su queste dobbiamo intervenire subito». Ma qual è il protocollo d’intervento? «Ragioniamo in primis su chi aveva il dovere di monitorare e salvaguardare Saman, soprattutto dopo le denunce», ha sottolineato Lafram, scaricando sulle istituzioni italiane. E aggiunge: «Poi c’è una responsabilità più ampia spartita sulla nostra società e qui ognuno ha il dovere di riflettere su come meglio aumentare la propria azione affinché non ci siano più altre Saman». E infine ha tirato fuori una teoria che ricalca le più recenti boldrinate: «Siamo di fronte a un femminicidio vero e proprio, che tenta di prendere una veste religiosa senza riuscirci, dettato dal contesto patriarcale, e dalla cultura del possesso maschile sulle donne, che è trasversale a tutte le culture». Per i vertici dell’Ucoii, insomma, seguire la pista religiosa trasformerebbe il caso in un femminicidio di serie B. Ma è proprio derubricandolo a femminicidio che il caso di Saman rischia di non essere inserito nel giusto contesto, come l’inchiesta giudiziaria sta dimostrando. D’altra parte la posizione dell’Ucoii è stata criticata addirittura da chi sembra avere delle posizioni perfino più oltranziste e che da tempo si occupa di contrastare quella che definiscono «islamofobia»: il bollettino di informazione online La Luce news. Ibrahim Gabriele Iungo, che in un precedente articolo si era occupato della conquista di Costantinopoli e della salvaguardia ottomana della cultura bizantina, ha fornito il suo punto di vista sulla fatwa per Saman. E sostiene che della fatwa «sono apprezzabili la buone intenzioni e la sostanza dei contenuti, ma le criticità risultano maggiori dei benefici». Per spiegarsi, Iungo usa le parole del muftì (che nel mondo islamico è un dotto autorizzato a emettere responsi in materia giuridica e teologica) Shaykh Muhammad al Yaqoubi, che definisce un «sapiente giurisperito (faqìh)»: «Mentre la sentenza (qadà’) di un giudice non si può respingere, se non appellandosi ad un nuovo giudizio, il parere (fatwa) di un muftì può essere accolto o meno: […] esso non implica per nessuno l’obbligatorietà della sua applicazione, ed a ciascuno è lasciata la libertà di accoglierlo o meno, a seconda del suo timor di Dio». Poi sostiene: «Il muftì che in un Paese occidentale si pronunci, non solo in termini informativi, bensì con pretese di efficacia giuridica, rispetto a questioni come il divorzio o controversie commerciali fra fedeli musulmani sbaglia, poiché assume il ruolo del giudice senza averne la facoltà (sultàn); la sua responsabilità è piuttosto quella di consigliare e edificare spiritualmente i fedeli». E ancora: […] Chi agisca diversamente sbaglia, collocando la fatwa in una posizione che non è la propria, eccedendo i propri limiti, ed arrogandosi prerogative che non gli spettano – facendo sì che la fatwa divenga un nuovo motivo di confusione e controversia, anziché uno strumento di conciliazione». Nelle sue conclusioni, Iungo boccia definitivamente la fatwa per Saman con questi argomenti: «Non essendo sottoscritto da alcuna autorità sapienziale (muftì) od organismo giuridico specializzato (darul-iftà’), né afferendo ad alcuna specifica scuola giuridica tradizionale (madhhab), che, oltre a costituire un riferimento immediatamente riconoscibile per i fedeli, ne garantirebbe autorevolezza tradizionale e consistenza metodologica, questo documento costituisce di fatto una sorta di comunicato stampa, pur avvalorato dall'(ovvia) adesione morale di “imam e guide religiose”». Liquida così la fatwa dell’Ucoii a un comunicato stampa. Che, inoltre, sempre secondo Iungo, «contribuisce ad acuire la confusione, tanto fra i fedeli, quanto in seno all’opinione pubblica, circa la natura dei riferimenti religiosi islamici». La conclusione trasforma in carta straccia la fatwa dell’Ucoii: «Ribadendo un’ovvietà (la proibizione del matrimonio forzato), e in assenza di circostanze inedite (nawàzil), questa dichiarazione risulta tecnicamente superflua».
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