Nemmeno a dirlo: il molestatore di Torino è in Italia come richiedente asilo. E nemmeno nella classica formula della protezione internazionale, ma addirittura grazie a una «protezione speciale», riservata a quelli che non fuggono da nessuna guerra (e quindi non possono ambire allo status di rifugiati), ma chiedono di poter rimanere nel nostro Paese perché, nel loro, sarebbero perseguitati.
È da protetto speciale, dunque, che Rahaman Ocikur, 42 anni, originario del Bangladesh, ha deciso di molestare una tredicenne e di usarle violenza (perché, piaccia o meno ai buonisti, essere palpate al seno contro il proprio volere a 13 anni, da uno sconosciuto adulto, è violenza sessuale) per poi nascondersi dietro a un facile «ho sbagliato». A renderlo noto, annunciando che la protezione concessa a suo favore potrebbe – a questo punto – essergli ritirata è stato il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, che, intervistato da Annalisa Bruchi nella prima puntata della nuova stagione di Agorà su Rai 3, rispondendo alla domanda in merito al caso della scarcerazione del quarantaduenne, ha risposto: «Io ho sempre molto rispetto delle decisioni giudiziarie però francamente è molto singolare. È stata impugnata dalla stessa Procura della Repubblica, quindi ci aspettiamo delle decisioni successive». E ha aggiunto: «Stiamo aspettando l’esito giudiziario per valutare anche se c’è la possibilità di revocargli la protezione speciale. Questi casi vanno analizzati non solo alla luce degli esiti giudiziari penali, ci possono essere altri strumenti di intervento. Se dovesse farla franca dal punto di vista giudiziario ci riserveremo di adottare altri provvedimenti».
Ricostruiamo i fatti. Ocikur lavora in un minimarket nella periferia di Torino. Sta in negozio come commesso e vive in un appartamento poco distante, che divide con altri connazionali. Il 28 agosto, con pochi clienti in giro e un caldo da far girare la testa, mentre è in «servizio», butta giù un paio di bicchieri di tequila (lo ammetterà lui stesso intervistato dal Corriere della Sera) ed evidentemente alterato dall’alcol comincia a mettere le mani addosso alle clienti che passano di lì.
Prima tocca ripetutamente le natiche di un’avventrice, inseguendola avanti e indietro tra gli scaffali, poi vista entrare la ragazzina più giovane che già conosceva di vista, perde i freni inibitori e la approccia, prima a parole, offrendole di prendere qualcosa gratis dal bancone delle bibite e poi la costringe a un abbraccio e le palpa ripetutamente il seno destro, commentando «molto buono». La ragazzina esce sconvolta dal negozio, chiama la mamma al telefono, ha un attacco di panico per strada: «Avevo sensi di nausea, mi sono come bloccata, non riuscivo più a muovermi», racconterà poi, e quando viene soccorsa, è in lacrime e sotto choc.
Ocikur viene arrestato in poche ore: le telecamere del negozio hanno ripreso tutta la scena e lui non prova nemmeno a negare. Passa due notti in carcere, ma quando viene portato davanti al gip questo non conferma la misura cautelare, pur riconoscendo «i gravi indizi di colpevolezza», la possibilità di «un concreto e attuale pericolo di commissione di reati della stessa specie» e la «difficoltà dell’indagato a contenere i suoi impulsi». Tuttavia per il suo «atteggiamento collaborativo», «l’effetto deterrente del trauma dell’arresto» e la «resipiscenza dimostrata durante l’interrogatorio», il giudice ritiene sufficiente l’obbligo di firma.
Contro questa decisione la Procura di Torino ha fatto ricorso, il ministro della Giustizia Carlo Nordio, come noto, ha inviato gli ispettori e Ocikur, qualche giorno dopo la liberazione, raggiunto dalle telecamere, ha confermato il suo punto di vista: «Avevo bevuto» e «ho sbagliato». Ma la questione della protezione, in questa vicenda, ha un suo peso specifico.
La protezione speciale, infatti, è disciplinata dall’art. 19 del Testo unico sull’immigrazione ed è considerata una forma di protezione complementare, da concedere a chi non ha ottenuto la «protezione internazionale», perché (per semplificare) non scappa da zone di guerra, ma chiede di rimanere perché nel Paese d’origine rischia «persecuzione, tortura o trattamenti inumani o degradanti». Intorno a questa ulteriore forma di accoglienza, si sono affollati i giuristi che si ergono a difesa dei richiedenti asilo e numerosi sono i casi di protezione speciale concessa con casi che hanno fatto giurisprudenza a cittadini del Bangladesh, perché considerato un Paese sicuro.
Forse anche per questo, ieri, a Torino, la comunità bengalese ha organizzato un presidio, schierandosi nettamente a favore dell’idea del ministro: «Per quello che ha fatto questa persona, diciamo al giudice che due giorni in carcere sono troppo pochi. Chiediamo che venga fatta giustizia e che non si pensi che siamo tutti uguali», ha dichiarato il portavoce della comunità. «Questa persona deve andare via dal Paese. Noi vogliamo rispettare le regole», ha aggiunto con fermezza, Ismail Sikder, presidente della moschea bengalese di Torino.
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