Islam, l’autogol del capopopolo di Mestre. Isolato e sotto la lente della Guardia di finanza
Prince Howlader

Doveva mostrare una comunità islamica compatta. Ma in meno di due settimane la battaglia per la maxi moschea di via Giustizia a Mestre ha prodotto l’effetto opposto. Lo sciopero è naufragato, il progetto resta bloccato (c’è chi sta provando a ridimensionarlo) e Prince Howlader, presidente di Giovani per l’Umanità, appare sempre più isolato.

La situazione del capogruppo Islam a Marghera

E nel frattempo le minacce di bloccare Venezia hanno prodotto solo l’attenzione di Regione Veneto e Guardia di finanza sui flussi di denaro gestiti dal mondo islamico locale.

L’ultimo colpo è arrivato dall’assemblea di Marghera. Islamic Forum Venezia, Associazione centro culturale del Bangladesh, Riyadul Jannah Human Welfare Foundation Venice e altre realtà della terraferma hanno preso le distanze dalla mobilitazione. Ognuno di questi centri raccoglie tra 60 e 80 persone e svolge attività religiose e sociali. «Non possiamo essere rappresentati da una persona sola», ha spiegato Abdul Mhade, consigliere Pd della Municipalità di Marghera. I centri culturali islamici, ha aggiunto, «non hanno né promosso né condiviso mobilitazioni». Vogliono un luogo di culto, ma attraverso il dialogo con il Comune e «nel rispetto delle regole».

È il rovesciamento della strategia iniziale di Prince. Il tentativo di trasformare via Giustizia in una prova di forza ha finito per restringere il suo spazio politico e associativo. Più il caso cresceva, più emergevano interlocutori alternativi, centri già radicati sul territorio e dirigenti bengalesi disponibili a trattare direttamente con il Comune. Così Howlader, da portavoce quasi unico della protesta, si ritrova oggi circondato da realtà che rivendicano autonomia e rifiutano che una sola associazione detti la linea a tutti.

Le contromisure del sindaco di Marghera

Il pugno di ferro del sindaco Simone Venturini ha funzionato. La variante urbanistica necessaria per trasformare l’ex segheria Rosso non è arrivata e, nel frattempo, i promotori hanno iniziato a correggere il progetto. Ora stanno provando a ridurre i piani, rivedere le altezze, eliminare cupole e minareti, aprendo alla possibilità di ulteriori modifiche. Più il Comune ha tenuto ferma la propria posizione, più l’impianto originario si è ristretto. Così il grande centro immaginato per accogliere fino a 1.500 persone ha perso forma e forza, mentre i piccoli centri già attivi sul territorio hanno rivendicato la propria autonomia e la possibilità di soluzioni più distribuite.

Il duello fra il Comune e il capopopolo islamico

Il boomerang più evidente riguarda però i soldi. La battaglia sulla moschea ha finito per alzare il coperchio anche sulla dimensione economica della comunità bengalese. Per il complesso servirebbero fino a 15 milioni di euro. L’area, circa 8.000 metri quadrati, costa 1,5 milioni ed è oggetto, secondo Howlader, di una compravendita con riserva di proprietà e pagamento triennale. Sono emerse donazioni da mille, duemila e tremila euro, fino ai 33.000 attribuiti a un imprenditore. Lo stesso Howlader ha ammesso che serviranno fondi «dall’Italia, ma anche dall’estero». Proprio allora è intervenuta la Regione Veneto. Dai controlli sul Runts è risultato il mancato deposito dei bilanci di Giovani per l’Umanità per quattro anni consecutivi, dal 2022 al 2025.

L’associazione ha trenta giorni per regolarizzarsi, altrimenti rischia la cancellazione. L’europarlamentare Anna Maria Cisint ha inoltre depositato un esposto al nucleo di polizia economico-finanziaria della guardia di finanza chiedendo verifiche su provenienza, gestione e tracciabilità dei fondi raccolti: i conti sono ormai sotto una doppia lente di ingrandimento. Howlader ha risposto annunciando un esposto contro Cisint. La leghista Susanna Ceccardi ha replicato che «a domande precise sui fondi si risponde con bilanci e documenti». Insomma, il caso moschea, ha avuto il merito di accendere i riflettori su un sistema molto più opaco e complesso di quanto apparisse.

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