Luca Ricolfi: «Troppe toghe accecate sui migranti»
Luca Ricolfi (Ansa)

«La cultura woke è al tramonto, ma la sinistra non è in grado di liberarsene. Faranno finta di nulla. È sulla sicurezza che il Campo largo rischia di andare in tilt».

Luca Ricolfi, sociologo e scrittore, autore del saggio Il Follemente Corretto (La nave di Teseo), certifica la crisi del wokismo e si interroga sull’allarme sicurezza e sul tema migranti. Dopo la vicenda del bengalese accusato di violenze su una 13enne e subito scarcerato, Ricolfi non ha dubbi: «Troppa discrezionalità affidata ai giudici, molti magistrati sui migranti difendono posizioni di principio senza riflettere, con loro non si può discutere. Serve una legge che faccia scattare i rimpatri automatici per chi delinque». E il sogno dell’integrazione? «Distrutto da decenni di politiche permissive».

A lanciare il sasso contro la cultura woke, in vista della corsa alla leadership del Campo largo, è stato Giuseppe Conte: «Non possiamo fondare la coalizione sul woke». Cosa pensa della mossa del leader dei 5 stelle?

«Penso sia stata una mossa intelligente, anche se si è limitato a enunciare ovvietà, tipo che la cultura woke non può essere la base della proposta politica del Campo largo. C’è qualcuno che pensa il contrario?».

Lei ha anche scritto che l’intervento di Conte non tocca nessuno dei nodi cruciali della dottrina woke, dalla libertà di espressione all’attacco ai principi costituzionali. Insomma, quanto c’è di opportunistico nell’uscita del capo dei 5 stelle: si tratta di una mossa puramente elettorale, più che di un vero pentimento?

«Una mossa di posizionamento rispetto al resto della coalizione. Come dire: scegliete me, perché io sono meno ideologico di Schlein-Bonelli-Fratoianni. E vado alla sostanza dei problemi della gente: è troppo tempo che la sinistra si occupa di quisquilie».

Se Conte ha dato la scossa contro il politically correct, come prevede risponderà Elly Schlein? La sinistra italiana possiede la forza e la volontà per liberarsi del dogma woke, di cui è prima paladina? Oppure non può farlo, perché poi sarebbe costretta a parlare di temi più impegnativi, come ad esempio la sicurezza e l’impunità?

«Non credo che la sinistra sia in grado di liberarsi veramente (ed esplicitamente) dei dogmi woke, però può mettere la sordina, facendo finta di niente. Finiranno per fare come Deng Xiaoping che, per fare i conti con l’imbarazzante eredità storica del maoismo, inventò la formula “Mao 70% buono e 30% cattivo”. Quanto ai temi impegnativi, credo che la sinistra ne parlerà, ma temo che saranno solo salari, sanità, scuola. Sulla sicurezza mi aspetto i soliti discorsi generici, corredati però da una piccola apertura sui rimpatri di chi delinque».

In generale, la dittatura del follemente corretto sta tramontando, sepolta da problemi più pressanti, oppure è ancora viva, e si è diffusa non solo tra le élite intellettuali ma anche tra le classi popolari?

«Direi che sta tramontando. Ci sono dati che indicano che, nella società americana, la svolta è avvenuta già nel 2023, poco prima della vittoria di Trump. Il problema è che il tramonto è lento, e molti riflessi condizionati sono difficili da estirpare. Temo che, per liberarci del morbo, ci vorranno almeno una decina di anni. E poi c’è il fattore Trump che rallenta la liberazione: molti cominciano a pensare “se l’alternativa al woke è il politicamente scorretto di Trump, teniamoci il woke”».

Tornando al cosiddetto Campo largo, Conte sinora sembra ignorare volutamente il tema dell’immigrazione. Che pure non è un tema secondario, ma fortemente divisivo nell’alleanza. È una resa dei conti che non si potrà rinviare?

«Me lo sto chiedendo anch’io. Il problema è che se Conte interviene, non può che farlo in senso restrittivo, proponendo ricette più severe. E questo rischia di mandare ai matti la trimurti Schlein-Bonelli-Fratoianni, arroccata su una difesa acritica dei migranti».

Restiamo sul tema migratorio. Forse il problema che più preoccupa gli italiani non è tanto il ping-pong con gli altri Paesi europei sui «dublinanti», bensì l’impossibilità di rimandare a casa gli irregolari che delinquono. Perché è così difficile?

«È difficile per diversi ordini di motivi. Primo, le leggi lasciano troppa discrezionalità ai giudici, vedi il caso della 13enne molestata a Torino, con scarcerazione del molestatore. Secondo, manca una legge che faccia scattare i rimpatri in modo automatico per chi delinque ripetutamente. Terzo, il problema Albania è tuttora irrisolto. Quarto, non abbiamo abbastanza accordi di rimpatrio funzionanti. Quinto, i posti in carcere sono del tutto insufficienti».

Pensa che esista un legame tra sicurezza, certezza della pena, e gestione dell’immigrazione?

«Riguardo al legame sicurezza-certezza della pena-immigrazione la mia opinione è che sia molto stretto. Se chi delinque sapesse che rischia di essere rispedito automaticamente al suo Paese ci penserebbe due volte prima di commettere reati. Ma questo discorso non vale solo per gli stranieri, vale anche per gli italiani: reati come i furti e le aggressioni sarebbero molto meno frequenti se non ci fosse la certezza dell’immediata scarcerazione, vedi il caso delle borseggiatrici con il certificato di gravidanza pronto in tasca».

Dunque?

«La cultura di sinistra tende a dire: non ci sono prove che la minaccia del carcere funzioni da deterrente. Ignora che, invece, di prove ce ne sono, ad esempio per i furti e le violenze sessuali. Solo l’omicidio è insensibile alla severità del sistema penale».

Anche negli ultimi giorni, le cronache parlano di «bande» di nazionalità miste, i cosiddetti «maranza», dediti a furti e scippi. È esagerato parlare di una «bolla criminale» delle gang etniche in città, o lei crede nel sogno dell’integrazione?

«Non è esagerato parlare di bolla criminale. Quanto al sogno dell’integrazione è stato distrutto da decenni di politiche permissive, comprese quelle di questo governo, che sono securitarie solo sulla carta».

Vasti ambienti della magistratura italiana hanno esternato il loro punto di vista sul tema migratorio, anche opponendosi apertamente all’idea degli hub esterni – vedi Albania. Servirebbe una riflessione seria anche tra le toghe?

«Molte toghe non mi paiono in grado di riflettere, perché chi sceglie di occuparsi di immigrazione nella stragrande maggioranza dei casi lo fa non perché vede l’importanza del problema, ma perché ha una posizione politica di principio pro migranti che vuole difendere a qualsiasi costo. E con chi ha posizioni di principio, che percepisce come etiche e non negoziabili, nessuna discussione costruttiva è possibile».

Chiudiamo con il futuro del centrodestra. Vannacci sembra volare nei sondaggi. Per il centrodestra, è più conveniente osteggiarlo – magari con una nuova legge elettorale – o imbarcarlo nella coalizione?

«Bel dilemma. Il problema è che Vannacci viene percepito come “la vera destra”, che vuole fare quello che Meloni non è stata in grado di fare. Che poi nemmeno lui possa fare quel che promette di fare, sfortunatamente non è chiaro a tutti. Quanto alle convenienze del centrodestra, il problema è che quelle dei tre principali partiti – Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega – sono diverse tra loro. E introdurre il ballottaggio è pericoloso, molto pericoloso per la destra. Il ballottaggio crea la classica situazione tipo referendum, in cui gli elettori di sinistra si mobilitano “per battere questa destra fascista”, sorvolando sulle divisioni interne del campo progressista; mentre l’elettorato di destra è tentato dall’astensione al secondo turno, come spesso accade nelle elezioni locali».

Quindi sconsiglia il ballottaggio?

«È una pessima idea per la destra, e una grande opportunità per la sinistra (ovviamente non la saprà cogliere, accecata com’è dall’odio per Giorgia Meloni)».

Pensa che l’era Salvini nella Lega si avvii verso la conclusione, visti i sommovimenti della «fronda del Nord» di questi giorni?

«Penso che l’era Salvini sia finita da un pezzo, perché in questi anni non ne ha azzeccata una. Però non credo che i governatori del Nord – Zaia, Fedriga, Fontana – siano in grado di salvare la Lega. Per farlo dovevano muoversi prima. Sono stati poco coraggiosi, e ora la Lega paga il prezzo della loro timidezza».

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