- Avevano legami con uno degli attentatori di «Charlie Hebdo». Il leader ha lo status di rifugiato, però pianificava delle stragi.
- Intercettazioni inequivocabili sul nostro Paese: «Una volta lì, farò di tutto». Si organizzavano: «Lavoro due mesi e trovo una tana».
Lo speciale contiene due articoli.
La rete di giovani pakistani sparsa per l’Italia che la Procura antiterrorismo di Genova considera un’articolazione del Gruppo Gabar, connessa agli spietati jihadisti che hanno insanguinato a Parigi la redazione della rivista satirica Charlie Hebdo, è stata smantellata all’alba di ieri dagli investigatori della Digos e del Servizio centrale antiterrorismo della polizia di Stato.
Gli indagati, stando alle accuse, volevano punire gli infedeli occidentali e chi si macchiava di blasfemia. Erano pronti ad azioni violente. E nel curriculum vantavano contatti diretti con Hassan Zaher Mahmood, uno degli attentatori che il 25 settembre 2020 attaccò Charlie Hebdo e che per alcuni di loro era un eroe.
Per 14 sono scattate le manette (sei erano in Italia, gli altri tra Francia e Spagna). Ed erano tutti ben mimetizzati: un operaio metalmeccanico di circa 30 anni viveva a Firenze; un muratore di 22 anni, che non parla italiano ma solo l’urdu, condivideva con nove connazionali un appartamento a Treviso; un bracciante agricolo aveva scelto Bari per la sua residenza e a Reggio Emilia il giovane arrestato avrebbe messo a disposizione la sua abitazione, che gli investigatori definiscono «covo». Ma al centro dell’inchiesta ci sono i due islamisti che avevano scelto Chiavari, provincia di Genova, come base operativa. Uno dei due, Tair Y., 25 anni, considerato il leader della cellula Gabar in Italia, aveva pure ottenuto lo status di rifugiato nel 2015 dalla Commissione territoriale di Genova, dopo essere arrivato con un barcone (come la maggior parte degli indagati). Lo scorso febbraio era stato fermato in Francia perché se ne andava in giro con un grosso coltello. Dopo la parentesi francese, però, è tornato in Italia (in passato era stato indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina), prima a Chiavari da un connazionale, poi a Fabbrico, provincia di Reggio Emilia, dove è stato arrestato. Postava con cadenza giornaliera, su Facebook, TikTok e Youtube, video nei quali era ripreso avvolto da tunica e copricapo neri mentre recitava testi inneggianti alla violenza oppure mentre, in compagnia di connazionali, brandiva machete o coltellacci, mimando il taglio della gola. Non solo, due mesi prima dell’attentato a Charlie Hebdo, insieme ad altri quattro uomini della banda finiti in manette, si era fatto scattare una foto ricordo sotto la Torre Eiffel proprio con Hassan Zaher Mahmood. E con una certa sfrontatezza i cinque l’avevano anche pubblicata sui loro social, con tanto di inquietante didascalia: «Abbiate un po’ di pazienza… ci vediamo sui campi di battaglia». Dopo l’attentato il gruppo social «Gabar Parigi» viene chiuso. E Tair ne apre subito uno in Italia, con questo messaggio: «Non appena fece luce, le farfalle iniziarono a bruciare. Si inizia con il nome di Dio, che fine sarà lo sa solo Dio». Secondo il gip che l’ha privato della libertà, avrebbe fornito il suo contributo partecipativo all’associazione terroristica «[…] promuovendo, a partire dall’aprile 2021 (ovvero da quando è rientrato a Chiavari, ndr), la formazione di una cellula operante in Italia, attraverso il reclutamento di sodali, la individuazione di un covo, l’acquisto di armi, offrendo ospitalità a sodali, mantenendo rapporti e contatti con personaggi al vertice della organizzazione». Ma è il 24 luglio 2020 che, stando alla ricostruzione degli investigatori, nasce ufficialmente l’idea di creare il «Gabar group Italy». Su Whatsapp comincia a circolare un’immagine con questo slogan: «I leoni attaccano senza far rumore, sono i lupi che gridano per ogni singola cosa». L’ipotesi associativa con finalità di terrorismo sarebbe confermata, poi, non solo attraverso i continui contatti, virtuali e di persona, tra gli indagati ma anche grazie alla captazione di conversazioni intercorse tra Tair Y. e un altro pakistano che veniva appellato «Peer», ovvero «maestro», poi identificato in N.R., pakistano di 33 anni arrestato in Francia. A lui veniva promesso di costruire la cellula italiana. Il covo, anche per la centralità logistica e per permettere ai fratelli residenti al Sud di non fare troppa strada, era stato individuato a Reggio Emilia. Gli investigatori sono riusciti anche a filmare e monitorare un summit in un ristorante di Soliera, provincia di Modena, al quale avrebbero preso parte anche gli indagati provenienti dall’estero.
Anche in questo caso, a documentarla c’è una foto ricordo, con 11 persone in posa, due delle quali con tunica e una con copricapo tradizionale pakistano.
E in piena emergenza sanitaria, ovvero tra il 2 e il 5 settembre 2021, vengono monitorati altri incontri. Sempre a Fabbrico. Ancora una volta in foto ci sono 11 persone. Tra il 19 e il 29 ottobre, poi, gli investigatori riescono a filmare dei sospetti spostamenti notturni con Mercedes e Alfa Romeo.
L’Italia, secondo gli inquirenti, era diventata quindi il luogo privilegiato per il supporto logistico del Gruppo Gabar. Una circostanza che sarebbe dimostrata anche dall’arresto a Lodi, a fine settembre 2021 di Ali Hamza, pachistano di 19 anni, su mandato di arresto europeo emesso dalla Procura antiterrorismo di Parigi perché legato all’attentatore di Charlie Hebdo, al punto da essere stato incaricato di diffondere il video di rivendicazione dell’attacco una volta avuta la certezza che l’assalto fosse andato a buon fine. L’inchiesta si è poi incrociata e saldata con un’indagine dell’antiterrorismo spagnolo, che nel febbraio scorso ha portato all’arresto di cinque persone seguaci del predicatore Sheik Khadim Hussain Rizvi, tre delle quali in contatto con gli indagati in Italia.
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