- Boom di richieste da Egitto (+106%) e Bangladesh (+59%), le mete che la magistratura ha interdetto ai rimpatri rapidi.
- Veneto contro i violenti sui treni: viaggi gratis ai militari con la divisa. Un’azione di deterrenza dopo le recenti aggressioni dei clandestini sulle carrozze.
Lo speciale contiene due articoli.
Pare che la crociata dei magistrati, specie di quelli «democratici», proceda di pari passo con l’evoluzione del fenomeno migratorio. Bengalesi ed egiziani prendono d’assalto le nostre coste, mentre i giudici si prodigano affinché non siano rimpatriati. Almeno, non con le procedure d’urgenza che consentirebbero di portarli nel Cpr in Albania.
È un duetto perfetto. Come ha certificato ieri l’Ocse, in Italia si registra un vero e proprio boom di richieste d’asilo. La maggior parte, da persone che arrivano da Bangladesh ed Egitto. Si tratta proprio dei due Paesi che, secondo le nostre toghe, non sono sicuri e dunque non possono diventare mete dei respingimenti rapidi. Risultato: i tribunali non convalidano i provvedimenti dei questori; adesso si rivolgono alla Corte di giustizia europea; e intanto gli immigrati sono liberi di entrare e uscire dai Centri di accoglienza, nei quali li dobbiamo alloggiare. Liberi di circolare. Liberi pure di prendere il treno, magari senza biglietto, magari con una lama in tasca. Non sia mai che capiti un alterco con il controllore.
È successo, ad esempio, in Liguria, dove un ventunenne egiziano ha pensato bene di accoltellare il capotreno, a causa di un «fraintendimento», perché «non parlo bene l’italiano». Un suo connazionale di 19 anni, il 27 luglio, su un regionale diretto a Ferrara, aveva malmenato un ferroviere. Quattro giorni prima, il controllore invece le aveva prese da un pakistano. Coincidenza istruttiva: la Repubblica islamica è il terzo Paese per numero di richieste d’asilo in Italia.
Le cifre le ha presentate ieri, a Parigi, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Fanno riferimento al 2023, anno in cui le domande per ottenere asilo qui sono aumentate del 69% a paragone con l’anno precedente, toccando quota 131.000. La maggioranza degli stranieri giungeva dal Bangladesh (23.000 persone, +59% rispetto al 2022), dall’Egitto (18.000, +106%, l’incremento maggiore su base annua) e dal Pakistan (17.000, +47%). Né si può insinuare che l’Italia maltratti i suoi ospiti: al 48% dei richiedenti asilo ha risposto spalancando le porte. Nel 2022, aveva già accolto 235.000 nuovi immigrati, il 15% in più del 2021. Un crescendo forse rossiniano, sicuramente rosso: il colore delle toghe che proibiscono di sottoporre all’iter veloce per i rimpatri chi giunge da Dacca e dal Cairo, in nome della direttiva Ue e della sentenza della Corte del Lussemburgo. Eppure, Bruxelles giura – lo ha fatto di nuovo ieri una funzionaria della Commissione – che continua a guardare «con interesse al modello introdotto» da Giorgia Meloni. Ovvero, il trasferimento al di là dell’Adriatico di uomini adulti, non vulnerabili, partiti da Stati che il governo considera sicuri. Peccato che la magistratura la pensi diversamente.
Secondo i tribunali, c’è ben poco da fare per arginare l’esodo da Bangladesh ed Egitto. Quelli non sono Paesi sicuri, quindi è impossibile sveltire le pratiche per il rimpatrio: lorsignori devono essere sottoposti all’iter ordinario e, giacché aspettano un verdetto, sono autorizzati ad andarsene a spasso per l’Italia. Se non sono brava gente, picchieranno, scipperanno, spacceranno. Si vede che solo i migranti sono titolari di inalienabili diritti umani, che verrebbero violati in caso di trasloco a Gjadër. I giudici sono loro paladini infaticabili. Il diritto degli italiani a vivere in sicurezza non è argomento altrettanto umanitario e chic.
Certo, nell’Ue si sono resi conto che i confini colabrodo sono un problema. Se n’è accorta persino Lilli Gruber. L’Ocse l’ha messo nero su bianco: per il secondo anno consecutivo, nel 2023, i flussi verso l’Europa hanno raggiunto «livelli record», anche se non sarebbero «fuori controllo». Stiamo comunque parlando di 6 milioni e mezzo di nuovi immigrati permanenti, distribuiti tra i vari Stati membri dell’organizzazione. Per rimediare, l’Europa ha varato un regolamento più severo, capace di superare pure i limiti imposti dalla recente sentenza della Corte di giustizia. Dal 2026, sarà possibile considerare sicuro un Paese d’origine escludendo parti del suo territorio o alcune categorie di persone. Per capirci: se in Bangladesh perseguitano gli omosessuali e tu sei etero, possono rimandarti a casa in quattro e quattr’otto. Ciò sbloccherà, ancorché in clamoroso ritardo, i trasferimenti dall’Italia all’Albania? Non è detto.
Nel loro ricorso al tribunale dell’Ue, le toghe di Roma chiedono che il governo reintroduca il decreto interministeriale con la lista dei Paesi sicuri. Una fonte del diritto secondaria, esposta alle picconate dei giudici. I quali, in aggiunta, vogliono l’ok a servirsi di «fonti proprie» per verificare se la designazione degli Stati di provenienza sia compatibile con il diritto europeo. Sono mosse che potrebbero prolungare il sindacato giuridico sulle nostre politiche migratorie ben oltre il 2026. Con buona pace della nave Libra, dell’accordo con Edi Rama e delle eloquenti statistiche sugli sbarchi. Tanto, cari italiani, alla fine sui treni ci salite voi.
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