Le violente proteste contro gli immigrati delle ultime settimane in Sudafrica hanno lasciato dietro di sé morti, feriti e un clima di paura che ha spinto diversi governi africani a organizzare voli di rimpatrio per i propri cittadini. Il Ghana ha rimpatriato 300 dei circa 16.000 connazionali che vivevano in Sudafrica, la Nigeria sta raccogliendo molte richieste di rimpatrio. Il Sudafrica, una delle economie più industrializzate del continente, ospita oltre quattro milioni di lavoratori stranieri – il 6% della popolazione totale – in gran parte provenienti da Zimbabwe e Mozambico.
Di fronte a queste notizie, molti governi africani e osservatori internazionali, europei compresi, hanno parlato apertamente di xenofobia. Ma è davvero così? Bollare il fenomeno con un’unica etichetta rischia di semplificare troppo una realtà complessa. Certo non è difficile biasimare movimenti come Operation dudula (un gruppo di vigilanti nato nel 2021 per cacciare dal paese gli immigrati irregolari) o partiti come ActionSA, Patriotic, che hanno fatto della espulsione degli immigrati un loro cavallo di battaglia. Più difficile, e più scomodo, è chiedersi perché tanti lavoratori africani scelgono di lasciare i propri Paesi, disposti a rischiare umiliazioni, violenze e persino la vita. Operation dudula, il cui nome, in lingua zulu, significa «respingere», ha costruito il proprio consenso sull’accusa che gli stranieri sottraggano lavoro, attività commerciali e opportunità ai sudafricani. Una presa di posizione che attecchisce su un terreno già fragile: la disoccupazione giovanile è a livelli drammatici, intere comunità si sentono abbandonate, la criminalità dilaga, i servizi pubblici crollano sotto il peso di problemi irrisolti. Il Sudafrica, insomma, siede su una bomba a orologeria sociale.
Ma il resto del continente non può permettersi il ruolo di spettatore innocente. Da oltre un secolo, nell’Africa australe, funziona un brutale sistema di esportazione di manodopera. Oggi, ad esempio, molti malawiani lavorano come giardinieri nei quartieri ricchi di Johannesburg, come guardie di sicurezza nei centri commerciali, camerieri, parrucchieri, sempre col rischio, alle spalle, del rimpatrio. In Malawi il passaporto è ormai diventato, per molti, sinonimo di fuga.
La xenofobia sudafricana non è nata dal nulla. È l’eredità di un apartheid che ha lasciato una società profondamente frammentata, dove la popolazione nera è stata tenuta in povertà per generazioni e dove, ancora oggi, le condizioni di vita restano difficili per molti. È in questo contesto che si inserisce la questione migratoria. Ma la responsabilità non è solo sudafricana: molti governi del continente hanno per anni fatto affidamento, silenziosamente, sull’emigrazione come valvola di sfogo sociale, invece di costruire economie capaci di assorbire una forza lavoro giovanile in crescita.
Oggi quel modello sta mostrando tutti i suoi limiti. Il Sudafrica è piegato da estreme disuguaglianze, disoccupazione strutturale e istituzioni fragili. La xenofobia, in questo scenario, non è più un fenomeno spontaneo: si sta istituzionalizzando. Ed è un campanello d’allarme che dovrebbe interrogare tutto il continente. I Paesi africani devono creare le condizioni economiche e sociali per trattenere le proprie forze giovani. Nessuna nazione può continuare a esportare la parte più produttiva della propria popolazione senza, prima o poi, svuotarsi all’interno. Ciò che sta accadendo in Sudafrica dovrebbe essere una lezione per tutti, anche qui in Europa.
Dovrebbe essere chiaro che una politica che aiuti a trattenere le giovani generazioni nei Paesi di origine non può essere tacciata come discriminatoria e razzista ma riconosciuta per quello che è, ovvero uno strumento capace di cogliere due obiettivi insieme: favorire la crescita di quei Paesi ed evitare che flussi migratori incontrollati generino tensioni negli Stati di destinazione.
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