Dinnanzi alle divisioni che attraversano l’Europa c’è da immaginare che trovare un accordo sul prossimo Quadro finanziario pluriennale (Qfp) sarà un’impresa per la presidenza irlandese del Consiglio dell’Ue. Nonostante l’ottimismo, la sfida che attende Dublino si preannuncia tutt’altro che semplice. Ma su almeno una voce i 27 saranno costretti a trovare un accordo: la migrazione.
Rispetto all’attuale Quadro, i fondi previsti sono destinati ad aumentare. A metà luglio, il Consiglio ha approvato la propria posizione. Si tratta però di un’intesa parziale. Per quanto riguarda il fronte interno, i fondi rientrano in un più ampio Fondo europeo per la coesione economica, sociale e territoriale, che comprende anche agricoltura e sviluppo rurale, pesca e politica marittima, prosperità e sicurezza. In questo «mega fondo» confluiranno diverse voci, ma quella dedicata a migranti e frontiere avrà uno stanziamento minimo garantito di almeno 30 miliardi di euro.
Gli strumenti sono molteplici e altrettanto lo sono gli obiettivi. Diversi governi, tra cui quello italiano, chiedono di aumentare i finanziamenti per il controllo delle frontiere, la sicurezza interna e le agenzie operative, a fronte di un incremento più contenuto per asilo e integrazione.
Non solo. Con la nuova architettura di bilancio, la gestione dei fondi concorrenti sarà molto più centralizzata e sempre più legata alle relazioni tra le Capitali e la Commissione. Gli Stati membri avranno molta libertà d’azione nel definire i propri National and regional partnership plan e potrebbero, per esempio, decidere di destinare la maggior parte dei fondi ai rimpatri piuttosto che a percorsi d’inserimento lavorativo. Spetterà alla Commissione approvare o respingere queste scelte, ma è difficile immaginare una forte opposizione da parte del Berlaymont. Infine, sarà la Commissione stessa a gestire altri fondi relativi a migrazione, frontiere e sicurezza interna.
Nella nuova architettura del Qfp, le azioni esterne dell’Ue sono finanziate dallo strumento Global Europe, sul quale il Consiglio ha raggiunto una posizione comune a giugno. L’obiettivo è semplificare il complesso sistema del finanziamento esterno dell’Unione, consolidando in un unico quadro i molteplici strumenti precedenti dedicati a sviluppo, vicinato, allargamento e politica estera.
Al momento, tuttavia, non è ancora chiaro quale sarà l’entità compessiva di Global Europe, né quanti fondi saranno destinati alla migrazione. L’Europarlamento ha chiesto che lo strumento valga circa 198 miliardi di euro (a prezzi 2025) e che contribuisca «ad affrontare le cause profonde della migrazione». La presidenza cipriota, che ha preceduto quella irlandese, si era fermata a 169 miliardi, chiedendo però che il 10% di questa cifra fosse dedicato «ad azioni a sostegno della dimensione esterna della migrazione, comprese le cause profonde». Se dovesse passare questa seconda linea, si tratterebbe comunque di risorse rilevanti, utilizzabili anche per sostenere accordi come quelli con Libia o Tunisia, solo per citarne alcuni.
I fondi di Global Europe, rappresenterebbero, in sostanza, uno degli strumenti principali della cosiddetta «diplomazia migratoria», con l’obiettivo di creare una condizionalità sempre più stretta tra il sostegno Ue a Paesi terzi e la loro collaborazione in materia di migrazione.
Uno dei temi più controversi, e che sempre più lega la dimensione interna a quella esterna delle politiche migratorie europee, è quello dei rimpatri, per i quali è stato appena approvato il nuovo regolamento. Da un lato l’Ue ha varato norme sempre più severe contro l’immigrazione irregolare, dall’altro, tramite la condizionalità, esercita pressioni crescenti sui Paesi d’origine perché accettino di riprendersi i loro cittadini espulsi.
Questa linea è sollecitata dalle forti pressioni dell’opinione pubblica, sempre più preoccupata dalle conseguenze di un’immigrazione fuori controllo. È in questo contesto che Italia e Danimarca hanno promosso una lettera indirizzata alla Commissione – firmata da altri 17 Paesi – per chiedere di accelerare sulla creazione dei return hub, i centri di detenzione di migranti in attesa di rimpatrio da istituire in Paesi terzi.
La possibilità di aprire queste strutture è prevista dal nuovo regolamento sui rimpatri. Sul tema lo scontro politico ha raggiunto toni elevati: sia il presidente francese, Emmanuel Macron, sia lo spagnolo Pedro Sánchez hanno duramente criticato il concetto di return hub. Ma, dopo quanto accaduto a Ceuta, sarà difficile per i due leader contrastare la linea sull’immigrazione che sta prevalendo in Europa. La verità è che, se non si vuole che Schengen diventi carta straccia, è indispensabile costruire un nuovo approccio alla migrazione.
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