Delrio e soci a bordo della nave di Carola che trasportava pure tre torturatori libici
  • Nel 2019 vari esponenti di sinistra salirono sulla Sea Watch 3 con cui giunsero qui i macellai appena condannati a 20 anni.
  • Sanatoria: i titoli di soggiorno saranno dati agli irregolari da subito. Le verifiche verranno dopo.

Lo speciale contiene due articoli.

Il 27 giugno del 2019 un gruppo di parlamentari di sinistra decise di salire a bordo della nave Sea Watch 3, capitanata da Carola Rackete. C’erano esponenti del Pd tra cui Graziano Delrio e Matteo Orfini, poi Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana e il radicale Riccardo Magi. Lo scopo della sfilatina era ovviamente quello di contestare la politica dei «porti chiusi» messa in atto dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini. Il quale, come noto, dall’opposizione agli sbarchi ha guadagnato un bel po’ di grane giudiziarie.

Quel giorno di giugno di un anno fa, Graziano Delrio fu particolarmente duro. Si rivolse direttamente a Giuseppe Conte puntando il dito: «È intollerabile», disse, «che un suo ministro permetta tutto questo. Il governo italiano sta agendo al di là delle regole, è disumano tenere in ostaggio 42 persone, tra cui dei minori, in mezzo al mare sotto un sole cocente. Il presidente del Consiglio ha il dovere di intervenire immediatamente per porre fine a quest’assurda situazione che sta minando la credibilità e il prestigio del nostro Paese nel mondo».

In buona sostanza, gli esponenti del Pd e della sinistra descrissero Salvini come un torturatore. Ora però si scopre che i veri torturatori non erano in via Bellerio, nella sede della Lega, ma proprio lì, a bordo della Sea Watch 3, e Delrio, Orfini e gli altri andarono a omaggiarli raccontandoli come vittime bisognose di aiuto immediato.

Sulla nave di Carola Rackete – come raccontò la giornalista Chiara Giannini già nel settembre 2019 – c’erano infatti Mohammed Condè, detto Suarez, originario della Guinea, 27 anni, Hameda Ahmed, egiziano, 26 anni e Mahmoud Ashuia, egiziano pure lui, 24 anni. Ebbene due giorni fa costoro si sono presi ciascuno una condanna a 20 anni di carcere (senza rito abbreviato sarebbero stati forse 30) per «associazione a delinquere finalizzata alla tratta di persone, alla violenza sessuale, alla tortura, all’omicidio e al sequestro di persona a scopo di estorsione».

La sentenza, pronunciata dal Gup di Messina, è stata accolta con grida di giubilo dalla sinistra immigrazionista, che l’ha presentata come un epocale passo avanti nella difesa dei diritti umani (e in effetti è proprio così). Solo che, riportando la notizia, i più hanno trascurato di ricordare che i torturatori ci furono consegnati dalla capitana Carola Rackete, gentilmente traghettati a bordo di una nave di una Ong.

Succede, quando pretendi di far varcare i confini di uno Stato sovrano a chiunque, senza verificare prima chi sia e perché cerchi di raggiungere illegalmente l’Europa. Già nel 2019, interpellato sul passaggio via mare fornito ai torturatori, il portavoce di Sea Watch Ruben Neugebauer si arrampicò malamente sugli specchi: «Non possiamo escluderlo, ma non abbiamo informazioni sicure», disse. «Non possiamo rilevare i dati delle persone, salgono a bordo senza passaporto».

A individuare i torturatori furono altri migranti, giunti in Italia qualche tempo dopo a bordo della nave Mediterranea. A quanto risulta, i tre gentiluomini lavoravano come carcerieri a Zawyia, in uno dei campi libici gestiti dai trafficanti di uomini in cui gli operatori umanitari non potevano mettere piede. Alcuni dei migranti che sono passati di lì hanno raccontato dettagli atroci: «Tutti i giorni venivamo, a turno, picchiati brutalmente dai nostri carcerieri. Personalmente sono stato picchiato, per ben due volte, da Mohamed, l’egiziano», disse una delle vittime agli inquirenti italiani.

«Per bere utilizzavamo l’acqua dei bagni», spiegò un altro. «Tutti noi migranti venivamo spesso picchiati, anche duramente. Se sbagliava uno, venivamo picchiati tutti, in modo tale da dare un chiaro esempio. Io sono stato picchiato più volte, anche senza alcun motivo apparente. Noi migranti venivamo picchiati tramite un tubo di gomma che ci procurava tanto dolore e, alcune volte, anche delle ferite». Ci fu anche un testimone che rivelò di avere «visto che un carceriere, tale Mohamed l’egiziano, una volta, ha sparato e colpito alle gambe un nigeriano, colpevole di aver preso un pezzo di pane. Ho avuto modo di vedere che, tante volte, nel corso della giornata, le donne venivano prelevate dai carcerieri per essere violentate».

Testimonianze raccapriccianti come questa dovrebbero suscitare un minimo di riflessione anche fra i sostenitori dell’apertura indiscriminata dei confini. Finché sarà possibile entrare in Italia via mare, esisteranno macellai pronti a lucrare sulla pelle dei più deboli. E finché qualcuno si ostinerà a fare servizio taxi, anche i torturatori potranno approdare qui, rischiando pure di cavarsela.

Solo che, da queste parti, chi trasporta gli stranieri, di fatto facilitando la vita ai trafficanti, viene celebrato come un eroe (anche se formalmente indagato, come Carola). Chi vuol bloccare il commercio di vite umane, invece, è trattato da mostro e si cerca di mandarlo a processo.

E in questo mondo ribaltato può pure accadere che i parlamentari di sinistra si dilettino a sfilare sulle navi per portare solidarietà e appoggio (anche) a chi stupra e tortura.


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