• Per fare la cresta sui 35 euro giornalieri che lo Stato destina a ogni migrante, sono esplosi i casi di sfruttamento. Cibo scaduto, igiene assente, punizioni corporali per chi si ribella: da Nord a Sud sono decine le coop finite sotto inchiesta per i trattamenti degni dei lager.
  • La denuncia di un giovane straniero: «Padre Antonio Zanotti mi obbligava a rapporti sessuali promettendo soldi». Il sacerdote, con la sua Oasi 7, nel solo 2017 ha ricevuto 6,5 milioni per gli immigrati da diverse prefetture.
  • L’uomo di fede gestisce una rete di case di accoglienza, anche di pregio. In una di esse un’operatrice venne stuprata da un ospite.

Lo speciale contiene tre articoli

Secondo l’Unione europea la Libia non è un porto sicuro dove sbarcare i profughi. Questo perché una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo stabilisce che Tripoli «non offre alcuna garanzia di trattamento secondo gli standard internazionali dei richiedenti asilo e dei rifugiati». In alte parole qui i migranti rischiano di fare una brutta fine ed essere accolti alla stregua di animali. Tutto ciò pone però una domanda: siamo certi che l’Italia si possa considerare un porto sicuro? Dopo le denunce di violenze e abusi su minori stranieri nella comunità di don Antonio Zanotti il dubbio affiora. E interrogarsi è un dovere.

Se non altro per rispetto ai tanti volontari che si fanno in quattro per aiutare, con generosità e senza alcun ritorno economico o di altro genere, i migranti che approdano sulle nostre coste. Che, comunque la si pensi, necessitano d’assistenza per spirito umanitario.

Dunque, l’Italia è un porto sicuro? Non si può nascondere l’esistenza di una masnada di intrallazzatori e furbetti che vede nei flussi migratori un business e alla quale non importa nulla del destino dei profughi. Che li tratta più o meno come la Ue sospetta avvenga in Libia, con la differenza che qui lo Stato elargisce milioni e milioni di euro per l’assistenza. Gli esempi, purtroppo, si sprecano. A Benevento la prefettura aveva affidato 770 migranti al consorzio Malaventum, che già nel nome è un programma. Per anni il dominus dell’organizzazione, Paolo Di Donato, ha incassato circa 30.000 euro al giorno dallo Stato per accogliere gli immigrati nelle sue 13 strutture. Che in tasca gli girassero molti soldi non ne ha mai fatto mistero, visto che postava su Facebook sue foto su una Ferrari rossa fiammante, su una Porsche e un selfie al timone di un motoscafo con sfondo i Faraglioni di Capri. Peccato però che tenesse gli ospiti ammassati in palazzine dove i profughi erano costretti a bere e lavarsi con l’acqua di un pozzo, dal momento che quella potabile non c’era. Ora Di Donato è finito agli arresti domiciliari. La Procura lo accusa di aver organizzato un sistema di corruzione per cui gli venivano assegnati più migranti di quanti potevano ospitarne i suoi centri.

Il caso non è purtroppo isolato, il business sulla pelle dei disgraziati fa gola a molti affaristi senza scrupoli. Infatti c’è da guadagnare bene per chi sa mettere a tacere la coscienza: due euro al giorno dello Stato vanno a ogni immigrato, il «pocket money», e i restanti (da 28 a 38, a seconda dei contratti) a chi gli fornisce vitto e alloggio.

E così anche la cooperativa Multicons di Empoli, che tratta di «pulizie civili, industriali, sanificazione ambienti, derattizzazione», ha preso a carico 141 stranieri. Mandandone 36, come denuncia redattoresociale.it, «in un casolare diroccato in aperta campagna, a 5 chilometri da Castelfiorentino e lontano da qualsiasi centro abitato», con le «pareti ammuffite, i muri sgretolati, le cucine abbandonate, gli angoli pieni di sporcizia» e «due bagni per tutti». Il presidente della coop in questione ha pure dovuto risarcire due migranti, uno del Gambia e l’altro della Guinea Bissau, per averli bastonati con un manico di scopa.

Sotto inchiesta è anche la coop Edeco, gestrice del centro d’accoglienza di Cona, in provincia di Venezia, con circa 1.400 migranti: un’ex base missilistica in mezzo al nulla. Un grande tendone pieno zeppo di letti a castello con appena lo spazio per passare. I vertici della coop sono accusati di maltrattamenti che includono cibo scarso, stanze fredde e sporche, indumenti con il contagocce ma anche violenze e minacce per chi si ribellava, talvolta con l’uso di armi.

La coop Versoprobo di Vercelli, invece, è stata multata di 15.000 euro, poiché faceva lavorare gratis come muratori gli ospiti che lo Stato le aveva affidato. Per legge i migranti, dopo due mesi dallo sbarco, possono trovare impiego, ma chi intende assumerli deve firmare un regolare contratto, pagare i contributi e tutto il resto.

C’è poi il fatto che toccherebbe alle strutture d’accoglienza vigilare su cosa combinino i profughi, ma questo non avviene quasi mai. Come a Correggio, dove cinque richiedenti asilo utilizzavano come centrale dello spaccio direttamente il palazzo della cooperativa: smerciavano la droga ai clienti in fila attraverso un varco nella recinzione. Nessuno si era accorto di nulla prima dell’intervento dei carabinieri.

Altra storia per niente edificante è quella raccontata da Mario Giordano nel suo libro Profugopoli. Parliamo della coop Csfo di Monselice, in provincia di Padova: fa corsi di formazione per buttafuori e addetti alle pompe funebri, ma decide di prendere in gestione «una cinquantina di immigrati, incassando per ognuno di loro un contributo pari a 34,89 euro al giorno». E dove li mette? In una ex colonia alpina a 1.000 metri d’altitudine a Pian delle Fugazze. In un’interrogazione al ministro dell’Interno di Rossana Filippin, senatrice del Pd, si spiegava che «la struttura non è dotata di impianto di riscaldamento», e si denunciavano «degrado inaccettabile», «abisso di inciviltà», «bagni intasati» e «allagamenti di corridoi». Inoltre a tutti gli ospiti vennero consegnati all’inizio del soggiorno un piatto e due posate in plastica da usare per sempre. «Da mesi sono costretti a mangiare con quelli. Sporchi e rotti. Da far schifo», scrive Giordano nel suo libro. Dove rivela un ulteriore particolare sulla società che, foraggiata da soldi pubblici, accoglieva così degnamente i profughi: «L’ 86 per cento del capitale è vincolato nel CalvetTrust, un fondo soggetto alla legge di Jersey. Un paradiso fiscale».

Ma nel nostro Paese ci sono richiedenti asilo, secondo l’ultimo report di Medici senza frontiere, in situazioni ancora più degradate: 10.000 di loro vivrebbero all’aperto, in palazzi occupati o in baraccopoli.

Quelli più sani hanno problemi respiratori, dermatologici e gastrointestinali. Siamo ancora certi che l’Italia sia un porto sicuro?

Alfredo Arduino

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