Pubblichiamo il dialogo di Carlo Pelanda con Consultique Scf, la tv dei consulenti finanziari indipendenti.
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Il cardinale Matteo Zuppi (Ansa)
Confronto sul lavoro tra Elly Schlein, Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni alla festa dei 125 anni del sindacato dei metalmeccanici rossi. Oltre al leader dei Verdi manca ancora Matteo Renzi, in compenso arriva un messaggio del presidente Cei.
Pare che Matteo Renzi abbia appeso un cartello: «Tornio subito». Non è un refuso, è il riferimento a uno degli strumenti di lavoro dei metalmeccanici; lui alla loro festa non ci sarà.
È in America a farsi accreditare dai reduci democratici: Barack Obama (chissà come lo invidia Elly che fece la galoppina alle presidenziali Usa) e Bill Clinton così ha evitato l’imbarazzo di non essere invitato ai 125 anni della Fiom, il più antico sindacato d’Italia. Del resto era complicato chiamarlo al tavolo delle celebrazioni dopo che un annetto fa Maurizio Landini (leader sindacale in cerca di occupazione visto che gli scade il mandato non rinnovabile da segretario nazionale della Cgil) con Elly Schlein e la coppia di fatto di Avs – i Fratonelli – gli hanno apparecchiato contro un referendum: quello sul jobs act.
Né la Cgil né tanto meno il Pd, che quando era segretario il senatore singolo di Rignano sull’Arno ha voluto e sostenuto il jobs act, ci fecero bella figura; quorum non raggiunto e tutti a casa. A memoria d’uomo Elly Schlein è la prima segretaria dai tempi del Pci che per dare retta al Landini testa calda – fu un mitico trattore della rivoluzione verde, ma ora è un sindacalista sempre pronto alla baruffa politica – ha smentito il suo partito.
Con Enrico Berlinguer era il sindacato – a capo c’era un tal Luciano Lama - a fare da cinghia di trasmissione, ma si sa i tempi mutano e pure gli uomini, e anche le donne, cambiano. Dunque era complicato invitare Matteo Renzi che continua però predicare la sua indispensabilità. Ha ripetuto alla Schlein: senza di me non vinci né le politiche né la partita del Quirinale. E lei di rimando ha detto: ma io sono testardamente unitaria, vedrai caro Matteo avremo modo di stare insieme. Sta di fatto che per ora senza i centristi per Elly non c’è campo. Resta il fatto che la famosa cena dalla «sora Costanza» a Roma con Elly, Giuseppi e i «Fratonelli» - la coppia di fatto di Avs - al campo largo qualche grattacapo lo ha prodotto. Il quadretto si ripropone ancora più spostato a sinistra sotto le sigle della Fiom perché a Bologna, dove oggi si conclude la tre giorni di festeggiamenti per il compleanno dei metalmeccanici che più rossi non si può, si è vista un’edizione del campo stretto.
Sul palco con Elly Schlein solo Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e ovviamente Maurizio Landini. Una seggiola virtuale l’hanno aggiunta: quella per il cardinale di Bologna, nonché presidente dei vescovi italiani, nonché intimo di Andrea Riccardi che con la Comunità di Sant’Egidio costruisce ponti tra sinistra e sacrestia, Matteo Maria Zuppi. Che ha mandato un videomessaggio per esortare i lavoratori a non rassegnarsi alle ingiustizie e alla precarietà. Ma il dato politico interessante è che la piazza della Fiom è cosa diversa dalla tela che a Bologna Romano Prodi e anche una parte dei cattolici, Zuppi compreso, stanno tessendo per riproporre una sorta di Ulivo. Che certo non cresce con il “quartetto cena” da Costanza. Elly Schlein è tornata a Bologna dove una settimana fa è stata in «udienza» per oltre due ore da Romano Prodi sperando di ottenere la piena investitura e non l’ha avuta.
Ieri Dario Franceschini su Repubblica è tornato a spiegare alla segretaria: «La Meloni punta ai pieni poteri se sale al Quirinale: rischi così alti richiedono una risposta molto forte e io penso che un’alleanza per l’Italia vada fatta per cerchi concentrici». Tradotto. vedetevi pure in trattoria, ma Renzi con tutti gli altri non potete lasciarli fuori. Invece nella piazza «Lucio Dalla» Elly Schlein sente forte il richiamo della giungla rossa. Del resto Bologna significa 63.000 iscritti alla Fiom, 8.000 aziende con almeno un “fiommista”, 3.000 delegati, una rappresentanza del 73%, 130 dirigenti sindacali. Una sorta di partito delle fabbriche nel partito della Ztl che è invece quello che piace agli ulivisti. Da qui lo strabismo di Elly: dare retta ai cacicchi o buttarsi a sinistra col Campo largo e senza Renzi?
Così con Nicola Fratoianni che predica patrimoniali e salario minimo (ma l’dea è tramontata anche nella Cgil) con Giuseppe Conte che dopo aver appena detto «il Movimento cinque stelle non è di sinistra» fa il populista rosso rivendicando il reddito di cittadinanza, e con Landini che tuona a prescindere contro i padroni Elly si sente a casa sua (lei da Bologna è partita con OccupyPd). Al punto che sul palco non c’è neppure Angelo Bonelli; il green deal non s’addice al rosso Fiom. Perché bisognerebbe spiegare a quelli di Mirafiori, come a quelli di Cassino, o a quelli di Modena della Maserati che grazie all’ostracismo ai motori endotermici hanno perso il lavoro senza che Maurizio Landini abbia detto un fiato a John Elkan o a Ursula von der Leyen. Per la verità a spiegare che il sindacato è vivo e lotta insieme a loro ci ha provato il segretario generale della Fiom Michele De Palma che però pare molto attento a quello che (non) succede in Palestina o alle intemerate di Tommaso Montanari piuttosto che a vertenze senza speranza come quella dell’Electrolux.
Le celebrazioni sono cominciate lunedì e martedì scorsi a Livorno – lì il 16 giugno del 1901 fu fondato il sindacato dei metalmeccanici ancor prima del Pci – dove la prima preoccupazione è stata per la Palestina, finiscono stasera col concertone. Lo striscione della Fiom recita: «Senza lavoro non c’è storia». A Elly Schlein ripetono: senza Matteo Renzi non c’è storia. Maurizio Landini stasera tiene il comizio finale: proverà a evitare che il campo largo diventi – con l’aggregazione di centristi e renziani – un campo minato per lui che fara il politico. In cuor suo preferirebbe stare all’opposizione: ai sindacalisti viene meglio rivendicare piuttosto che governare.
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Una foto del concerto di Olly a Genova. Nel riquadro lo scatto postato su Instagram dal sindaco Silvia Salis
La probabile concessione a canone zero del sindaco Silvia Salis per le date del cantante fa infuriare l’opposizione genovese, che parla di danno erariale.
Ormai è praticamente ufficiale. La giunta di Silvia Salis ha concesso a titolo gratuito lo stadio Luigi Ferraris per i tre concerti genovesi di Olly. In cambio, come da consuetudine per le esibizioni dei cantanti negli stadi d’Italia, le società che hanno prodotto lo spettacolo, la capofila Magellano, emanazione della Friends & partner di Ferdinando Salzano, la Rst e la Ops, dovranno occuparsi della rizollatura del prato rovinato dalla presenza dei fan.
Ma questo è il requisito minimo per la concessione dei campi di calcio.
In compenso Olly ha risparmiato circa 180.000 euro, dal momento che Genoa e Sampdoria pagano circa 60.000 euro per ogni partita che disputano dentro al Luigi Ferraris. E la sindaca Salis si è goduta il concerto da invitata speciale, con tanto di foto in camerino con l’artista, ovviamente postate a tutto spiano sui social, la specialità della casa.
Ieri, dopo avere letto i nostri articoli, la consigliera comunale Anna Orlando, della lista Vince Genova, ha presentato un’interrogazione a risposta immediata per la prossima seduta del Consiglio comunale con questo oggetto: «Chiarimenti in merito alla concessione gratuita dello stadio Luigi Ferraris per i concerti di Olly, nonché riguardo ai precisi accordi con il promoter dell’artista e con la società organizzatrice dei tre concerti».
Contattata dalla Verità, la consigliera, storica dell’arte ed esperta di organizzazione di eventi, precisa: «L’opposizione ha il dovere di fare tutto ciò che è possibile presso le sedi preposte per chiarire se effettivamente lo stadio (quindi uno spazio di proprietà pubblica perché del Comune) sia stato ceduto gratuitamente al promoter del cantante o alla società che gestisce l’evento patrocinato dal Comune. Se così fosse, sarebbe grave: da un lato, è un modo per abbassare i costi dell’organizzazione, che coinvolge nuovamente la Rst events, che nei mesi scorsi ha vinto una gara giudicata irregolare dal Tar; dall’altro, implicherebbe un mancato incasso da parte del Comune che potrebbe, dunque, anche costituire un danno erariale. In ogni caso sono necessari un chiarimento e una quantificazione dell’ipotetico indotto che potrebbe aver motivato tale scelta. Si tratta di questioni molto serie, poiché riguardano le finanze pubbliche».
Intanto due delle ditte che hanno contribuito alla realizzazione dei concerti al centro delle polemiche, la Rst e la Ops, continuano a farla da padrone in città. Nonostante, come abbiamo già raccontato, siano praticamente ditte con strutture particolarmente leggere.
Entrambe svolgerebbero il ruolo di promoter della Friends & partner a livello locale.
E a ottobre hanno ottenuto dal Comune 736.000 euro per l’organizzazione del Capodanno, con l’impegno dell’amministrazione a dargli ulteriori incarichi per il successivo triennio.
le strane quote
Ma la vittoria è arrivata dopo l’esclusione, bocciata dal Tar, della Duemilagrandieventi per cui lavorava Nicolò Sasso, dal 2025 unico dipendente e socio al 45 per cento della Rst.
Sasso ha ottenuto le quote circa due settimane dopo l’aggiudicazione del bando e dopo aver portato i Pinguini tattici nucleari a Genova, sempre grazie alla collaborazione con la F&p di Salzano.
In sostanza Sasso con 4.500 euro ha comprato il 45% di una società che a fine ottobre aveva quasi 80.000 euro di utile. Quindi ha fatto un investimento che, sulla carta, gli è valso un guadagno secco di 36.000 euro e una resa dell’800%. «Non è facile trovare chi ti concede di entrare in società regalandoti di fatto 31.500 euro», commenta un commercialista contattato dalla Verità. Ma evidentemente i buoni uffici di Sasso sono stati premiati.
Jessica Nicolini, fondatrice insieme con l’ex governatore Giovanni Toti della società di comunicazione Philia associates, ieri, ha voluto attribuire il merito del concerto di Olly a Sasso e Orlando.
La Nicolini ha scritto sui social: «Se vi siete divertiti è merito di questi due qui». E ha postato le loro foto con lei. Nei giorni scorsi aveva anche intervistato Sasso sulla riapertura dello stadio di Genova ai grandi concerti.
I due eroi di giornata, pur parlando malvolentieri con i giornali dei loro affari, si divertono a scherzare su vicende che potrebbero presto non interessare solo il Tar, ma anche la Corte dei conti e, forse, persino la Procura della Repubblica.
Sasso ha pubblicato una storia su Instagram dal Ferraris e l’ha intitolata «Concertopoli», come la nostra prima puntata sugli affari poco chiari della Rst e della Ops.
segnali in codice?
Orlando è stato più criptico e ha citato una canzone di Olly: «Tutti sanno tutto, tutti parlano, tutti millantano».
Quelli che stanno in silenzio sono loro. Che al Ferraris sono di casa, come Olly e la Salis. Tutti ultrà della Sampdoria.
Sasso la domenica si siede in tribuna autorità a fianco dei dirigenti blucerchiati, Orlando lavora come addetto alla regia a fianco di Samuele Maragliano che fa lo speaker. Quest’ultimo ha anche presentato il Capodanno e il recente concerto di Rds. Il filo blucerchiato lega il gruppo anche alla Nicolini, figlia dell’ex capitano sampdoriano Enrico, e ai ristoratori stellati Marco Visciola e Carlo Barile. Che avrebbero gestito il catering nella lounge sotto il palco durante il concerto di Capodanno.
Maragliano è figlio di un dipendente comunale che lavora nell’ufficio Grandi eventi, diretto da Monica Bocchiardo e dove opera anche Pietro Toso, responsabile della struttura Eventi culturali, Spettacolo, Edu-Entertainment. Bocchiardo e Toso sono in ottimi rapporti sia con Orlando che con Sasso.
Anche se la giostra degli eventi in questo periodo non può girare a pieno regime. Il Comune, per evitare di dover rifare subito la gara ritenuta «irregolare» per l’organizzazione del Capodanno, ha «espressamente assunto l’impegno di non procedere medio tempore all’affidamento diretto di servizi analoghi» al Concertone di fine anno. Ma la stella di Orlando (ex promoter di discoteche e ideatore del festival di musica tecno First) e Sasso sembra tutt’altro che oscurata. I due hanno appena presentato, con a fianco la Salis, anche la seconda edizione dell’Altraonda festival che, tra giugno e luglio, avrà come ospiti Bresh, Sayf, Emma, Fiorella Mannoia, i Negramaro, i Litfiba e gli Ex-Otago.
Il consigliere delegato ai Grandi eventi del Comune, Lorenzo Garzarelli, ha definito una «fortuna avere organizzatori così sul territorio genovese, perché permettono di riposizionare la città su un panorama dal quale, volente o nolente, Genova si era un po’ allontanata».
lacrime amare
Anche la Salis ha mostrato il medesimo entusiasmo. Sarà per questa grande apertura di credito che Sasso si starebbe, come si dice a Roma, ad allarga’. Secondo una ricostruzione fatta da più fonti il 6 dicembre scorso la titolare della Golden sabre agency, Cristina Lodi, mentre prendeva un aperitivo in piazza Colombo, sarebbe scoppiata in lacrime dopo aver ricevuto una telefonata di Sasso. La ragazza, scossa, avrebbe raccontato alle amiche, con cui era al tavolo, che il socio di Rst e Ops le aveva detto che la sua presenza non era gradita dalla giunta Salis né alla conferenza stampa, né all’evento di Capodanno (presentato anche dalla sua assistita Serena Garitta), in quanto mesi prima era stata candidata in Consiglio comunale per la Lista Civica di Bucci.
La donna avrebbe risposto in modo concitato, minacciando Sasso di avvertire il governatore Marco Bucci. Quindi, avrebbe confidato alle amiche la presunta risposta dell’imprenditore. Una frase tipo questa: «Se fai una cosa del genere non lavorerai più a Genova. Tu, i tuoi ragazzi e la tua società».
La Lodi, presentata da Forbes Italia tra le 100 donne Leader del 2024, contattata dalla Verità, ha commentato: «Non voglio parlare di quanto accaduto con Sasso e non ho mai voluto strumentalizzare l’episodio, riferendolo al governatore. Le dico solo che conosco personalmente da anni Silvia Salis e non la ritengo capace di tali bassezze. Sia io che il mio socio Aldo Montano, dopo quella telefonata, abbiamo immediatamente contattato la sindaca che in maniera molto carina e cordiale ha risolto questo spiacevole equivoco e ho potuto presenziare tranquillamente sia alla conferenza stampa che allo show di Capodanno a fianco della mia artista».
Ieri sera abbiamo chiesto un commento a Sasso su questo episodio. Al momento di andare in stampa non ci aveva ancora risposto. Forse preferisce fare lo spiritoso sui social.
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L'immagine satellitare di Vantor mostra una panoramica dell'aeroporto di Niamey e delle basi militari circostanti prima di un attacco in Niger (Getty Images)
Il JNIM, ramo saheliano di al Qaeda, rivendica l’assalto all’aeroporto della capitale e a diverse basi militari. Nel complesso colpito è presente anche il contingente italiano impegnato nell’addestramento dei paracadutisti nigerini. L’offensiva conferma la crescente pressione jihadista sulla regione.
L’attacco all’aeroporto internazionale Diori Hamani della capitale del Niger è stato rivendicato dal gruppo Jnim (Gruppo di Sostegno all’Islam e ai musulmani), il rappresentante di al Qaeda nel Sahel, che ha diramato un comunicato pubblicato su Chirpwire dalla sua fondazione di propaganda Az-Zallaqa.
Questa operazione, respinta con grande fatica dalle forze speciali nigerine, assistite dai mercenari russi dell’Africa Corps, ha visto la morte di 13 persone, 11 membri delle forze armate e due civili, mentre altre 4 persone sono rimaste ferite in maniera grave. Il generale Salifou Mody, attuale ministro della Difesa del Niger, ha dichiarato che 23 islamisti sono stati uccisi e che un’imponente caccia all’uomo sarebbe ancora in atto, mentre una ventina di persone sono già state arrestate. I militari da ieri stanno perlustrando tutta l'area intorno all'aeroporto e alla base aerea militare della capitale, e hanno provveduto a demolire una serie di insediamenti abusivi. Le polizia nigerina è alla ricerca di militanti che durante la fuga sarebbero stati nascosti dalla popolazione locale, che il governo accusa di praticare una forma di fiancheggiamento ai terroristi. Intanto gli investigatori stanno ricostruendo la dinamica dell’attacco che ha visto arrivare gli aggressori a bordo di due veicoli bianchi, anche se un testimone ha raccontato di un terzo possibile arrivo con un taxi, portando a tre le auto giunte nel perimetro che sarebbe dovuto essere irraggiungibile. Un’altra fonte della sicurezza interna ha raccontato che un gruppo di aggressori era nascosto dalla sera precedente in un edificio della dogana dell'aeroporto e sono stati loro ad uccidere quattro agenti di sicurezza.
Questo farebbe pensare a un basista all’interno del Diori Hamani che avrebbe facilitato l’assalto dei terroristi. L’operazione contro l’aeroporto e le sue basi era inserita in un quadro molto più ampio che il giorno precedente aveva visto due attacchi coordinati contro le basi militari di Banibangou e Inates situate nella regione occidentale di Tillaberi. A Banibangou sono stati uccisi 10 soldati dell’esercito nigerino e altri 40 feriti gravemente, mentre a Inates i militari hanno addirittura abbandonato la loro base che sarebbe adesso in mano ai jihadisti. L'aeroporto internazionale di Niamey e le basi militari ospitate restano da sempre l’obiettivo primario delle forze islamiste, che vogliono rovesciare la giunta militare al potere dal 2023. Qui ha sede il quartier generale dei mercenari russi dell’Africa Corps, le forze dell’Alleanza del Sahel (AES), formate da soldati provenienti da Mali e Burkina Faso e anche il contingente italiano, in Niger per addestrare i paracadutisti. In un deposito dell’aeroporto sono anche accatastate 1000 tonnellate di uranio che è stato sequestrato a un’azienda francese, dopo la rottura con Parigi, ed è destinato a Mosca e che potrebbe essere il vero obiettivo degli islamisti.
Il presidente della giunta Abdourahamane Tchiani ha rassicurato la popolazione dichiarando che la situazione era tornata sotto controllo e che l’esercito nazionale aveva respinto gli aggressori, ma il Niger appare sempre più fragile. Nel gennaio scorso era invece stato lo Stato Islamico della Provincia del Sahel (ISSP) erede dello Stato Islamico del Grande Sahara, branca locale dell'Isis, a rivendicare un attacco al complesso aeroportuale, dove erano rimasti uccisi venti combattenti e quattro soldati regolari. Tutto il Sahel è ormai da anni sottoposto alla pressione dei due network del terrorismo internazionale che si sono radicati in questa area vitale per raggiungere il Mediterraneo. I due gruppi di JNIM e ISSP sono arrivati a combattersi fra di loto per aumentare la propria influenza nella regione, scontrandosi per la prima volta in Niger nell’aprile scorso. La rivalità e la competizione di lunga data per il predominio regionale stanno alimentando attacchi sempre più frequenti e di grande impatto contro obiettivi strategici per dimostrare la debolezza dei governi africani ed espandere la propria influenza.
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Ansa
- La Meloni e altri 18 leader chiedono di accelerare sugli hub nei Paesi terzi. Macron: «Non è conforme ai nostri principi».
- Immigrati scatenati nel Nord d’Italia: a Brescia un africano, regolare, aggredisce un piccolo di 3 anni al parco. Nella Bergamasca, un magrebino entra in una casa e prova a stuprare una ventitreenne.
Lo speciale contiene due articoli.
Migranti e bilancio europeo. Su questo si concentra l’azione di Giorgia Meloni che ieri, nella seconda giornata di Consiglio europeo, ha riunito 13 leader proprio per parlare delle soluzioni basate sui Paesi terzi. «Negli ultimi mesi l’Europa ha compiuto passi avanti significativi: dalla lista europea dei Paesi sicuri di origine al nuovo concetto di Paese terzo sicuro, dalla Dichiarazione di Chisinau all’accordo sul nuovo regolamento Rimpatri, fino al sostegno finanziario dell’Unione europea per soluzioni innovative in materia migratoria», ha dichiarato Meloni sui social.
Ora serve accelerare. È il momento di passare dalle regole ai fatti, a partire dall’attuazione del regolamento Rimpatri. Con la lettera congiunta inviata oggi insieme al primo ministro Frederiksen e ad altri 17 Capi di Stato e di governo, chiediamo di avviare rapidamente progetti pilota concreti, efficaci e replicabili. Valutando anche ipotesi di centri di rimpatrio congiunti in Paesi terzi». La lettera indirizzata al presidente del Consiglio Ue Antonio Costa firmata, oltre che dalla premier italiana e danese, dai leader di Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Grecia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Slovacchia, Slovenia, Svezia. Si legge: «Dobbiamo mostrare risultati concreti che facciano una reale differenza per i nostri cittadini e procedere con soluzioni basate in Paesi terzi il prima possibile». Per i leader si tratta del modello «più efficace per scardinare i modelli di business dei trafficanti di migranti, rimuovere gli incentivi alla migrazione irregolare verso l’Europa e garantire che coloro che non hanno il diritto legale di soggiornare in Europa siano rimpatriati».
Fonti di Palazzo Chigi hanno fatto sapere che nel corso della riunione è stato mostrato apprezzamento per i risultati conseguiti negli ultimi mesi, tra cui l’istituzione della lista europea dei Paesi sicuri di origine, l’introduzione del nuovo concetto di Paese terzo sicuro, l’adozione della Dichiarazione di Chisinau sulla migrazione, l’accordo politico sul nuovo regolamento Rimpatri e, più recentemente, l’inserimento di un riferimento al sostegno finanziario dell’Unione per le soluzioni innovative in materia migratoria nell’ambito dei negoziati sul prossimo Quadro finanziario pluriennale.
Nella lettera mancano le firme di Spagna e Francia. Infatti se da un lato il cancelliere tedesco Friedrich Merz si pone contro la linea italiana in materia di bilancio Ue, il presidente francese Emmanuel Macron e il premier spagnolo Pedro Sanchez, prendono le distanze dal modello Albania.
«La Francia non sostiene il modello dei cosiddetti “return hubs” i centri per il rimpatrio dei migranti irregolari in Paesi terzi sostenuti da un gruppo di Stati membri guidato da Italia, Danimarca e Paesi Bassi», ha spiegato Macron al termine del Consiglio europeo. «Per quanto riguarda la Francia, noi non effettuiamo rimpatri verso Paesi terzi perché non credo che sia né efficace né conforme ai principi della nostra comunità», ha affermato il capo dell’Eliseo esprimendo anche contrarietà all’ipotesi di utilizzare il bilancio dell’Unione europea per finanziare questo tipo di strumenti. «Per quanto mi riguarda, occorre rispettare le politiche di ciascuno Stato». Fonti diplomatiche spagnole assicurano invece che non ci sarebbe stato alcuno scontro tra Meloni e Sánchez, sulla politica Ue per le migrazioni, ma che si sarebbe trattato di uno «scambio» di opinioni, un «dialogo» che non avrebbe restituito le sensazioni di un vero e proprio scontro come riportato dai media. Sánchez ha rivendicato i risultati dell’approccio alla migrazione spagnolo, chiarendo che si tratta di una competenza specifica di ogni Paese e che non tutti devono usare gli stessi strumenti. Il premier spagnolo avrebbe anche ribadito il pieno impegno per il controllo delle frontiere dell’Ue, nel rispetto del patto per la migrazione europeo e in tutte le relazioni dell’Unione. I due leader, precisa la fonte, hanno avuto anche un incontro bilaterale al termine della riunione degli amici della Coesione, in cui non sarebbe emerso nessun problema.
Acqua sul fuoco rispetto a quanto riportato da Politico che ha scritto che i due si sarebbero scontrati sulla decisione di Madrid di regolarizzare la posizione di circa 500.000 richiedenti asilo. Comunque sia andata, la distanza dei due Paesi su questi temi resta. Una posizione quella spagnola e francese, che però risulta evidentemente minoritaria in Europa.
Una posizione che non rispetterebbe neanche i desideri dei propri cittadini perché secondo un sondaggio di Swg commissionato da Will media, mostrato nella trasmissione di La7, Tagadà, più della metà dei cittadini spagnoli e francesi è favorevole all’attuazione dei centri di rimpatrio in Paesi terzi. Un dato più alto di quello italiano, in cui la fetta di popolazione che è favorevole si aggira intorno al 40% mentre circa il 25% sarebbe contrario. Ad ogni modo il tema migranti verrà ampiamente discusso a ottobre, quando è prevista una riunione strategica così come spiegato nelle conclusioni del vertice sul quadro finanziario pluriennale, migrazione, droghe e altri temi del vertice dei leader Ue a Bruxelles. Il Consiglio europeo ha fatto il punto sui progressi compiuti nell’ambito dell’agenda legislativa e nell’attuazione delle sue precedenti conclusioni e alla luce della recente lettera della presidente della Commissione Ursula von der Leyen, il Consiglio europeo sollecita la prosecuzione dei lavori intensificati su tutti i fronti, compresa la dimensione esterna e i partenariati globali, in linea con il diritto dell’Ue e internazionale.
Nigeriano tenta di strangolare bimbo. Tunisino cerca di violentare ragazza
Prima un bambino di dieci anni, poi uno di appena tre. Presi per il collo in un parco pubblico, davanti alle famiglie, in pieno giorno. Una scena che a Brescia, e non solo, nessuno riesce a togliersi dalla testa. Un video di pochi secondi, diffuso dal Tg1, mostra gli istanti successivi all’aggressione. Si vede un uomo agitato che cerca di divincolarsi dalla presa di chi lo ha fermato. Poi l’arrivo della polizia e il trasferimento in Questura. La polizia lo identifica: cittadino nigeriano di 29 anni con permesso di soggiorno ma con precedenti per droga. Lo straniero era nel parco Guido Alberini e, secondo gli investigatori, era «in evidente stato di alterazione psicofisica». A un certo punto, hanno raccontato i presenti, ha afferrato al collo i due bambini. Il primo sarebbe riuscito a sfuggire alla presa e a scappare. Il secondo, un bambino di tre anni, sarebbe stato invece afferrato con forza al collo, strattonato violentemente e scaraventato a terra. Gli investigatori parlano di un tentativo di strangolamento. Poi, uno dei presenti, Aslam Naveed, pakistano, si è lanciato contro il nigeriano. «L’ho messo a terra, l’ho stretto e ho detto a mia moglie di chiamare la polizia». Ma le ha prese anche lui: «Sono malato di cuore e mi ha colpito al petto, avevo dolore ma non l’ho lasciato andare», ha aggiunto Naveed. Poteva trasformarsi in una tragedia. Le accuse sono pesanti: lesioni personali aggravate, resistenza e violenza a pubblico ufficiale. Durante il fermo avrebbe infatti colpito gli agenti intervenuti con calci e pugni. Le notizie diffuse successivamente parlano anche di un disagio psichico. E siccome sono state avviate le pratiche per la revoca del permesso di soggiorno e l’espulsione, questo è un dettaglio che potrebbe avere un peso. Perché se dovesse finire in un Cpr qualche camice bianco (come è accaduto in modo seriale a Ravenna) potrebbe certificare l’incompatibilità con il trattenimento. Per ora il giudice ha disposto gli arresti domiciliari. Ma il caso merita particolare attenzione sul fronte giudiziario. I due bambini presi di mira non hanno riportato conseguenze fisiche e non hanno avuto giorni di prognosi. Ma l’episodio, considerato particolarmente grave, ha provocato sgomento in città. A intervenire è stata anche il sindaco di Brescia, Laura Castelletti: «Quanto accaduto al parco Alberini è un fatto gravissimo, che scuote profondamente la nostra comunità». E, con una certa preoccupazione, ha richiamato anche la questione delle misure adottate nei confronti dell’aggressore: «In queste ore è stato annunciato l’avvio delle procedure per la revoca del permesso di soggiorno e per l’espulsione dell’uomo coinvolto. Allo stesso tempo, però, molti cittadini faticano a comprendere come, dopo un episodio di questo tipo, la persona si trovi agli arresti domiciliari in attesa di giudizio. È una situazione che evidenzia una distanza palese tra il sentimento diffuso nella popolazione e le risposte che lo Stato riesce a fornire di fronte a fatti che coinvolgono minori e suscitano sconcerto».
Lo Stato, in realtà, ha risposto subito. È la via giudiziaria quella che appare più scivolosa. Il presidente della Lombardia Attilio Fontana ha definito la notizia «raccapricciante» e la situazione «inaccettabile», sostenendo che «non si può negare che esista un problema di ordine pubblico e sicurezza». Ma quello di Brescia non è stato ieri l’unico caso che ha alterato la quotidianità della città lombarde. A Ponteranica, alle porte di Bergamo, cambia lo scenario, ma resta la stessa sensazione di vulnerabilità.
Il pomeriggio di paura si è consumato all’interno di una palazzina. Una ragazza di 23 anni era sola in casa e si stava preparando per fare la doccia quando uno sconosciuto è entrato nell’abitazione.
Secondo la ricostruzione dei carabinieri, l’uomo avrebbe prima scavalcato la recinzione della proprietà, poi raggiunto l’appartamento al primo piano e infine infranto una porta a vetri per fare irruzione. Una volta dentro avrebbe sorpreso la ragazza, l’avrebbe presa per i capelli, trascinata verso il giardino condominiale nel probabile tentativo di violentarla. Uno dei presenti ha raccontato che «lei urlava» e «chiedeva aiuto». Ma anche che «lui l’ha spogliata in un secondo». A salvarla sono state le sue urla. I vicini si sono precipitati all’esterno e hanno compreso immediatamente la gravità della situazione. Sono intervenuti. Uno di loro ha aperto una canna dell’acqua e ha puntato il getto contro l’aggressore, mentre gli altri l’hanno immobilizzato (anche con una corda che era in giardino) e lo hanno trattenuto fino all’arrivo dei carabinieri. Sul posto sono arrivati i militari del Radiomobile della Compagnia di Bergamo che hanno preso in custodia l’uomo, identificato come un cittadino di origine tunisina con lo status di richiedente asilo.
La ventitreenne è stata soccorsa dal personale sanitario e trasportata all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo per gli accertamenti e il supporto medico e psicologico. A raccontare quei momenti è il padre della ragazza. «Avevo appena finito di lavorare a Bergamo quando ho ricevuto la chiamata di mia figlia. Era disperata, gridava, diceva che c’era qualcuno in casa e mi chiedeva di venire subito. Mi sono precipitato a Ponteranica in tempo record e lì ho scoperto l’agghiacciante aggressione che aveva appena subìto, da uno sconosciuto che ha cercato di violentarla nel nostro giardino. Sono intervenuti i vicini che hanno fermato quell’uomo». In entrambi i casi, la differenza tra una tragedia e una notizia di cronaca l’hanno fatta le persone presenti sul posto.
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