«Non potete servire Dio e la ricchezza». Leone XIV sceglie un passo del Vangelo di Luca per tornare missionario in quel Sudamerica che ama profondamente. E nella prima tappa del viaggio pastorale (il sesto del suo pontificato) destinato a portarlo in Uruguay, Argentina e Perù (dove per 20 anni fu anche vescovo nella piccola diocesi di Chiclayo) indica la via dell’umiltà e della gratuità come doni divini, nel solco di una tradizione missionaria di uomini in tonaca con il cuore grande come le scarpe, impegnati a portare la parola del Signore nei più sperduti angoli della pampa.
Proprio a Paysandù (Uruguay), a pochi chilometri dal confine con l’Argentina, sceglie di innalzare il suo ringraziamento a chi da lassù gli ha permesso di superare velocemente i crucci della malattia, del ricovero, dell’intervento chirurgico e della convalescenza lampo, per consentirgli di effettuare la visita che attendeva da anni.
Il ponte come simbolo di dialogo e di fede
Sono 40.000 i fedeli che hanno raggiunto il parco «Parìs Londres» a 400 chilometri da Montevideo e a poche centinaia di metri dal ponte Generale Artigas sul fiume Uruguay; qui il Pontefice prende spunto dalla geografia e dal manufatto di pietra per rilanciare la sua offensiva gentile contro ciò che divide gli uomini e li allontana da Dio.
«Non è difficile immaginare i benefici che genera un ponte: apertura, comunicazione, scambio. Perciò quanto è importante essere costruttori di ponti. Questa è la vocazione a cui tutti siamo chiamati: costruire ponti, rafforzare legami, unire, comunicare, trasmettere la gioia della fede». «Inoltre», ha proseguito il Papa, «è necessario che il ponte abbia buone fondamenta, affinché non soccomba alle correnti più impetuose. Certamente, anche un ponte ha bisogno dei supporti adeguati per non crollare sotto la forza del vento e delle acque. Ogni volta che andrete sulla costa e vedrete il ponte, ricordate che questo simbolo ci rappresenta e ci indica l’importanza di una solida formazione cristiana. Dobbiamo essere ben preparati per dare ragioni della nostra fede a chiunque ce lo chieda e non lasciarci trascinare da dottrine varie ed estranee».
Un’omelia profondamente missionaria sotto la pioggia e il vento. Durante il trasferimento in papamobile aperta tra due ali di folla, un refolo più consistente gli fa volare via la papalina. Ride lui e ridono i fedeli cattolici, un terzo dei tre milioni e mezzo di abitanti che popolano questa terra piccola e strategica, con 12 milioni di vacche e un’unica vera metropoli, Montevideo. Attorno, terre fertili sconfinate e un sistema ferroviario dedicato quasi esclusivamente alle merci. L’obiettivo nel paese dei capibara è quello di ricordare al mondo cristiano tre capisaldi del Vangelo: l’equa redistribuzione delle risorse, la giustizia sociale e la tensione verso la pace contro chi utilizza i conflitti per moltiplicare le ricchezze personali. Da buon pastore aggiunge: «Gesù indica l’uomo onesto, che serve Dio ponendolo al centro della sua vita ed è fedele in tutto ciò che gli viene affidato».
Il metodo Prevost e la discontinuità con Francesco
Si intuisce ancora una volta lo stile di un Papa agostiniano che nel solco pieno delle sacre scritture unisce ciò che è terreno con ciò che è divino. Leone XIV non si discosta mai dalla dottrina, ne è permeato. E non ha bisogno di strappi, di clamori (tratto distintivo del predecessore Francesco) per suscitare sorpresa e stupore. È vellutato e avvolgente laddove Jorge Bergoglio era spigoloso e provocatorio. È il metodo Prevost: tornare sulla strada maestra dell’evangelizzazione senza il rischio di trasformare la parola in messaggio politico intriso di quel populismo sudamericano – tanto caro al mondo gesuita – che spesso sconfina nel socialismo della teologia della liberazione.
«Costruire ponti ma senza abbattere gli argini» sosteneva papa Wojtyla, e senza fare il tifo perché le alluvioni distruggano tutto, comprese le chiese e le speranze dei fedeli. C’è discontinuità con il terremoto Francesco, nel linguaggio di Leone si intuisce il ritorno a Joseph Ratzinger almeno nei toni.
La forza della metafora è enorme: qui dove nel secondo Ottocento si svolse la più sanguinosa guerra fra paesi confinanti (il Brasile invase l’Uruguay e Paysandù subì un terribile assedio), il Papa richiama la Storia e la interpreta con un messaggio di pace. Dietro il palco della messa campeggia l’immagine del beato Jacinto Vera, vescovo di Montevideo, che in quei giorni si acquartierò di fronte alla città assediata per assistere rifugiati e feriti di entrambi i fronti. «Oggi tocca a noi» spiega il Pontefice, «continuare l’eredità che questi seminatori del Vangelo ci hanno lasciato, e dobbiamo farlo tenendo presente ciò che ci dice la parola di Dio: con giustizia, onestà e fedeltà».
Nel pomeriggio il Papa è tornato nella capitale per una funzione nella parrocchia di Nostra Signora di Guadalupe, per la visita al quartiere di Casavalle (uno dei più poveri del Sudamerica) e per il prevedibile bagno di folla alla veglia di preghiera nello stadio del Centenario. Oggi il trasferimento a Florida, considerata la culla della nazione con la dichiarazione dell’indipendenza, e la messa domenicale nel santuario della Madonna, la vergine dei 33 patrioti che liberarono l’Uruguay dal dominio dell’impero brasiliano. Poi via verso l’Argentina che papa Francesco non ha mai voluto visitare. Leone XIV è così immerso nella realtà dell’America Latina da non dimenticare le tradizioni popolari.
E nell’omelia di Paysandù cita il «mate», la bevanda tipica , «un simbolo presente in ogni casa, in ogni luogo di studio e di lavoro, in ogni incontro fra amici. Ci insegna a condividere e stare insieme. Bere il mate è un dialogo senza parole, un rituale pieno di simbolismi». Quelli che il Papa missionario predilige per abbracciare il mondo senza spaventarlo.
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