Prendiamo un esempio recente: la Conferenza episcopale italiana, pur mantenendo invariata la Ratio fundamentalis della Congregazione per il Clero del 2016 – a sua volta fedele all’Istruzione del 2005 della Congregazione per l’Educazione Cattolica -, ha aggiunto una formulazione ambigua, dando l’impressione di aprire le porte del seminario a candidati al sacerdozio con tendenze omosessuali. Un simile linguaggio lascia intendere un allontanamento deliberato dalla chiarezza dell’insegnamento della Chiesa.
Fortunatamente, conferenze episcopali come quelle della Polonia e dell’Ungheria mantengono una linea diversa, più chiara e più fedele. La confusione, l’ambiguità, l’incertezza sembrano regnare sovrane. Eppure, Cristo è venuto come Luce, come Verità, come Via. Ed ecco che, in molti Paesi europei, non viene più riconosciuto come l’unica via della salvezza…
Cristo, l’unica via della salvezza contro il relativismo religioso
Non è raro sentire dire a Roma che tutte le religioni conducono a Dio. In questa prospettiva relativista, Gesù verrebbe posto sullo stesso piano di Buddha o di Maometto, il cristianesimo equiparato al buddhismo o all’islam. Come non ricordare allora le luminose parole di Henri de Lubac nel suo Cattolicismo: «Considerare il cattolicesimo una religione tra le altre, una disciplina tra le altre, anche aggiungendo che è l’unica religione vera e l’unica disciplina efficace, significa sbagliarsi gravemente sulla sua essenza, o perlomeno fermarsi alla superficie delle cose. Il cattolicesimo è la religione. È la forma che l’umanità deve assumere per essere pienamente sé stessa. […] Eterno e sicuro di sé come il suo Fondatore, il cattolicesimo, proprio grazie all’intransigenza dei suoi princìpi, possiede una flessibilità infinitamente comprensiva, opposta allo spirito settario».
Ho espresso nel mio libro Dio esiste? la perplessità suscitata da affermazioni secondo cui «tutte le religioni sono come lingue, strade per arrivare a Dio». Come non comprendere che così si svuota l’Incarnazione del suo mistero e si riduce la Redenzione a una semplice opzione tra molte altre? Una simile prospettiva relativista altera profondamente la fede cristiana. L’intera tradizione della Chiesa insegna che Gesù di Nazaret, Signore e Cristo, è l’unico Salvatore dell’umanità e che «in nessun altro c’è salvezza». Anche coloro che si salvano al di fuori dei confini visibili della Chiesa lo sono in virtù dei meriti di Cristo crocifisso e non senza una certa mediazione della Chiesa. Il cardinale de Lubac insisteva ancora: «La Chiesa è ovunque a casa propria e ciascuno deve potersi sentire a casa nella Chiesa. Così il Cristo risorto, quando si manifesta ai suoi discepoli, assume il volto di tutte le razze e ciascuno lo ascolta nella propria lingua».
La lezione di Wojtyla: la rivelazione di Cristo è definitiva
Per questo due documenti recenti e fondamentali hanno richiamato con forza queste verità centrali: l’enciclica Redemptor Hominis di Giovanni Paolo II (1979) e la dichiarazione Dominus Iesus della Congregazione per la dottrina della fede (2000). Quest’ultima afferma con decisione: «Per porre rimedio a questa mentalità relativistica, che si sta sempre più diffondendo, occorre ribadire anzitutto il carattere definitivo e completo della rivelazione di Gesù Cristo. Deve essere, infatti, fermamente creduta l’affermazione che nel mistero di Gesù Cristo, Figlio di Dio incarnato, il quale è “la via, la verità e la vita”, si dà la rivelazione della pienezza della verità divina: “Nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”; “Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato”; “È in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità e voi avete in lui parte alla sua pienezza”».
La nuova Chiesa e la dottrina modellata sulle esigenze del tempo
Purtroppo, si levano voci, anche tra i cardinali, che auspicano una nuova Chiesa, una dottrina più flessibile, una morale fluida e modellabile secondo le mutevoli esigenze del tempo. Nel libro The death of Christian culture, John Senior cita una riflessione di Matthew Arnold che analizza bene il problema: «La questione religiosa oggi non consiste tanto nel combattere gli insegnamenti del Nuovo Testamento, come faceva Voltaire, o nel dimenticarli, come fa il mondo occidentale, ma nel costruirne una nuova sintesi – costruzione rinnovata che lo sottrae alla visione tradizionale e convenzionale e che offre una nuova interpretazione. Vecchia come i sofismi, questa identificazione fra tradizionale e convenzionale è, generalmente, la porta aperta per il cambiamento. Ma Cristo ha detto: Omnia mihi tradita sunt a Patre meo – “Tutto mi è stato dato dal Padre”». E, tuttavia, la religione «è il più bello e decisivo degli sforzi con cui l’umanità tende al proprio perfezionamento. Ma oggi soltanto una minoranza sembra interessarsi alla religione, benché essa sia la sorgente della nostra perfezione perché ci unisce a Colui che è perfetto: Dio. La nostra felicità consiste in una perfezione che assomiglia a quella di Dio. Essa non si realizza nell’accumulo infinito di piaceri umani attraverso il tempo e lo spazio, ma nel pieno compimento, nella realizzazione dell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio. Si realizza nell’amore, che è dono totale di sé e, al tempo stesso, pienezza e compimento. La cultura cristiana consiste nel formare gli uomini affinché diventino perfetti e santi, perché santo è il Signore nostro Dio».
Dio non è morto: la missione della Chiesa nel mondo moderno
In molti Paesi, però, l’indifferenza verso le cose di Dio procede di pari passo con il crollo della pratica religiosa e dell’insegnamento catechistico. Agli occhi dell’uomo moderno, Dio è morto. Il potere economico e la tecnologia sono diventati i nuovi assoluti. Dio è relegato ai margini dell’esistenza. Ma la missione primaria della Chiesa è dare Dio al mondo, rivelarlo, renderlo vicino e vivo.
La tradizione cristiana come argine al relativismo
[…] Il nostro attaccamento alla tradizione non ha nulla di retrogrado. È il segno di una profonda sapienza, di una resistenza all’instabilità di un mondo moderno che, ogni giorno di più, si allontana da Dio, si dissolve nel relativismo e si perde nell’illusione di poter ricreare tutto partendo dal nulla. Solo Dio può creare dal nulla. Là dove tutto diventa liquido, soggettivo ed effimero, la tradizione offre una base solida e una bussola sicura. Per questo non dobbiamo allontanarci dalla Rivelazione né tradire l’insegnamento degli Apostoli e dei Padri della Chiesa.
Non abbiamo né il potere né l’autorità di forgiare una dottrina nuova. Se lo facessimo, andremmo verso una pastorale senza Dio, una Chiesa senza Cristo. Penso qui alla reazione, nobile e retta, degli episcopati africani di fronte ad alcune recenti disposizioni del Dicastero per la dottrina della fede riguardanti l’accoglienza e la benedizione delle coppie omosessuali. La Chiesa d’Africa ha risposto con fermezza, appellandosi all’autorità stessa di Dio, poiché una simile misura è stata percepita come una rottura radicale con la propria tradizione. Senza alcuna concertazione precedente, i vescovi hanno parlato con una sola voce. Vi è in questo un autentico sensus fidei, una fedeltà viscerale al Vangelo, trasmessa non tanto attraverso i libri, quanto attraverso secoli di vita cristiana incarnata.
Il soggettivismo e l’infiltrazione del neopaganesimo nella Chiesa
[…] Mi sembra che uno dei segni più evidenti dell’infiltrazione del paganesimo nella vita ecclesiale risieda anzitutto nell’eclissi progressiva, talvolta persino volontaria, di Dio nella società moderna. Ci siamo abituati ad agire e a pensare come se Dio non esistesse, e questo silenzio organizzato attorno alla sua presenza costituisce il fondamento di un neopaganesimo le cui forme sono spesso più sottili di quelle del paganesimo antico, ma non per questo meno temibili.
[…] La secolarizzazione degli Stati, pretendendo di liberarsi dell’eredità cristiana, si è in realtà privata di ogni trascendenza. Allontanando la Rivelazione divina e l’autorità della Chiesa, ha perduto il giusto senso del diritto e della giustizia, consegnando così la società alla tirannia degli interessi mutevoli e delle passioni individuali.
Relativismo etico e nuovi idoli: il rischio di una Chiesa senza Cristo
Quando si elimina Dio dal centro della vita umana, si apre la strada al relativismo etico, al soggettivismo morale e alla disgregazione del legame sociale. Questo vuoto spirituale genera un liberalismo radicale che, lungi dal liberare l’uomo, lo desacralizza, lo rende schiavo e vulnerabile ai nuovi idoli del tempo: il potere, il denaro, il piacere, la tecnologia. All’interno della Chiesa, tale deriva non risparmia alcuni ambienti. Vi sono alti prelati che vorrebbero ridurre il cristianesimo a una saggezza umanistica, a uno strumento di pace o a una disciplina morale per il vivere comune. Ma questa è una mutilazione della fede. La fede cristiana non è una semplice etica orizzontale. È verticalità, elevazione, relazione viva con un Dio personale rivelato in Gesù Cristo. Essa apre l’uomo alla sua vocazione divina, alla gioia dell’essere figlio. La Chiesa non può accontentarsi di discorsi antropologici o sociologici di carattere egualitario. Deve condurre le anime a Dio. Deve proclamare con forza che solo l’incontro con Cristo dona all’uomo la sua piena statura.
Secondo una limpida espressione di san Giovanni Paolo II: «L’uomo non può comprendere pienamente sé stesso senza Cristo».
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