Il gesuita americano James Martin durante il suo intervento al World Meeting of Families di Dublino nel 2018
Padre James Martin (Getty Images)

James Martin, il prete che sussurra ai giornali italiani, crede nei «santi queer»? Sul sito del «ministero cattolico Lgbtq» che ha fondato, da qualche giorno, campeggia proprio una riscrittura del Confiteor, la preghiera che si recita a messa durante la liturgia penitenziale, con un’empia invocazione a fantomatiche schiere celesti colorate d’arcobaleno.

Ma forse non bisogna nemmeno più meravigliarsi delle imprese del gesuita statunitense, abituato a surfare sulle onde dell’eresia. Piaceva a papa Francesco. Così, alla stampa progressista nostrana, dev’essere rimasto il suo numero in rubrica. Un usato sicuro, quando si tratta di discutere di Chiesa e America.

Ad aprile, ad esempio, il Corriere e Repubblica lo interpellarono a quotidiani unificati per interpretare l’attrito tra Donald Trump e Leone XIV sulla guerra in Iran. Qualche settimana dopo, l’oracolo si espresse sul Manifesto. Un mese fa, La Stampa gli ha chiesto di commentare l’atroce trovata – poi cancellata – del presidente e del capo del Pentagono, Pete Hegseth: trasmettere in streaming la fucilazione di un condannato.

Non poteva mancare, sul foglio di Torino, la dotta analisi del voto cattolico all’indomani delle elezioni di medio termine: i fedeli latinos, ha spiegato giovedì padre Martin, hanno voltato le spalle al tycoon per via della sua stretta ai confini. Ma siccome non esiste una Dc a stelle e strisce – «Molti democratici», ha osservato il sacerdote, «sono favorevoli all’aborto e molti repubblicani sono favorevoli alla pena di morte», entrambe posizioni «in contrasto con l’insegnamento della Chiesa» – la cosa migliore è «ripartire dalla parabola del Buon Samaritano». Declinata, ovviamente, in salsa immigrazionista.

La riscrittura del Confiteor in salsa arcobaleno

Fin qui, bergoglismo a lunga scadenza. Ma dal 25 ottobre, sul portale di Outreach, il servizio religioso che il gesuita offre ai credenti omosessuali e trans, si legge una lunga riflessione di una delle autrici, Ariell Watson Simon, che dovrebbe indurre qualcuno, in Vaticano, a intervenire almeno con la stessa solerzia che si adotta nei confronti dei gruppetti di tradizionalisti, cultori delle celebrazioni in latino. Dopo aver stiracchiato le parole del pontefice, che qualche mese fa ha giustamente biasimato la monomania dei commentatori per la morale sessuale («Credo che ci siano questioni molto più grandi e importanti», aveva replicato Robert Francis Prevost, «come la giustizia, l’uguaglianza, la libertà di uomini e donne, la libertà di religione»), l’attivista ha provato a minimizzare i peccati carnali, concentrandosi su colpe più gravi. Ossia, peccati politici: «razzismo, xenofobia e transfobia». Più che la Bibbia, la fonte della squadra di padre Martin è la sinistra radicale. Ma quel che è peggio è che l’articolo suggerisce una versione modificata del Confiteor, a uso e consumo dei «cattolici Lgbtq». I quali sarebbero diventati, a questo punto, una specie di Chiesa nella Chiesa. Nel testo, il fedele viene esortato a confessare «pensieri pregiudizievoli» e «giudizi prevenuti». Tutte le deviazioni dall’agenda progressista, insomma. Alla fine, l’ingiuria più grave: la prece, che cancella «la Beata sempre Vergine Maria» del dettato ufficiale, culmina con un’invocazione ai «santi queer».

Da San Sebastiano a San Marino, i santi queer

Chi sarebbero? Viene in mente l’orrida immagine della cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Parigi 2024, con l’Ultima cena popolata dai trans. In realtà, le comunità omosessuali hanno rifilato quest’etichetta a una serie di figure della storia o della devozione popolare, manipolate però in chiave arcobaleno. Nel novero dei «santi queer», allora, spicca il povero San Sebastiano, il cui corpo trafitto dalle trecce è diventato un’icona dell’estetica gay; i santi Sergio e Bacco, ufficiali dell’esercito romano martirizzati nel IV secolo, la cui profonda amicizia è stata trasformata in una forma di omoerotismo; e persino San Marino, patrono della Repubblica che sorge sul monte Titano, costretto a diventare un precursore dell’identità transgender.

Due pesi e due misure nella Chiesa

È il caso di dirlo: Dio ce ne scampi e liberi. Ma anche la Santa Sede ci metta almeno una buona parola. Giusto perché non si dica che, tra le Mura Leonine, si applicano due pesi e due misure: proprio nei giorni in cui il team di padre Martin sfregiava la liturgia penitenziale, a un drappello di pellegrini che seguono il rito antico era stato impedito l’ingresso nella Basilica di San Pietro. Padre Martin, invece, uno che si era affrettato a praticare le benedizioni delle coppie gay, in seguito al controverso via libera del Dicastero per la dottrina della fede, durante il papato di Francesco, continua a pontificare dappertutto. Magari è meglio così, eh. È meglio ritrovarselo sulla Stampa che a messa.

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