- Pio IX chiese ai gesuiti una rivista «militante nel diffondere la fede e nel combattere gli errori dei razionalisti». Sotto la guida di padre Antonio Spadaro, però, sembra sempre più accomodante con modernità e progressisti.
- André-Joseph Léonard, ex primate del Belgio, si unisce ai due uomini di Chiesa e domanda al Santo Padre di dissipare i dubbi sul celibato sacerdotale. E non solo.
Lo speciale contiene due articoli.
Quella che si presenta come la rivista più antica d’Italia, nata ancor prima che l’Italia fosse, ovvero la La Civiltà Cattolica, ha appena compiuto 170 anni di vita. E tra tanti crolli editoriali si mantiene viva e vegeta. «L’itinerario della nostra rivista nella storia è lungo. Il paesaggio attorno è cambiato col tempo. Ma il nostro occhio è rimasto vigile»: così scrivono i gesuiti che fanno parte del celebre «collegio degli scrittori» guidati oggi da padre Antonio Spadaro, nel quaderno uscito recentemente.
Come ricorda il fascicolo, fu Pio IX (1846-1878), il papa del Sillabo contro il liberalismo e la laica modernità – beatificato da Giovanni Paolo II nel 2000 – a chiedere al superiore dei gesuiti di allora, l’olandese Jan Roothaan (1785-1853), di fondare una rivista cattolica e sicuramente papista, intransigente e schierata.
Questo papismo è diventato, specie dopo la svolta del Vaticano II ma in verità già prima, un semplice «rapporto speciale con il Pontefice», come lo chiamano da tempo alla Compagnia di Gesù. Compagnia che conta dal 2013 il primo pontefice della storia tra i suoi membri, e che fu fondata dall’ex militare sant’Ignazio di Loyola in pieno XVI secolo, anche in vista di lottare contro le eresie e l’incipiente modernità.
Pio IX, scrivono i gesuiti, chiese a padre Roothaan, che si desse vita a una rivista «che fosse militante nel diffondere la fede e nel combattere gli errori dei razionalisti». Ci si potrebbe chiedere, con una vena di dubbio, se oggi che la fede è attaccata non meno di ieri, il collegio degli scrittori di Roma della Civiltà intenda ancora «diffondere la fede e combattere gli errori». Spesso infatti pare di avere nelle mani più un quindicinale politico-culturale-letterario che religioso, battagliero e devoto.
Ovviamente, nelle comprensibili celebrazioni di rito, si fa notare che oggigiorno la rivista è più internazionale di quanto non lo fosse all’inizio, che è pubblicata in 5 idiomi, e si avvale perfino di «12 corrispondenti in tutto il mondo». Con la crisi della carta stampata e delle riviste di approfondimento, sicuramente un successo ragguardevole.
In occasione dei 170 anni di vita, è sorta una newsletter quindicinale intitolata 1850 (l’anno di fondazione) e dedicata al recupero della «parte amena» ovvero meno impegnativa e più simpatica della rivista che, presente sin dall’origine grazie ai racconti e ai bozzetti dello zelante padre Antonio Bresciani – noto autore di L’Ebreo di Verona – si era a poco a poco persa negli ultimi anni. E questo è certamente un bel recupero: di stare allegri c’è bisogno infatti pure tra noi cattolici. Anche perché, come scrivono i gesuiti, la forma leggiadra di proporre temi di attualità culturale, «non è un puro ornamento, ma ha a che fare con la verità».
Questa newsletter «conterrà un editoriale in forma di tweet e alcuni contenuti aperti che pescano dalla produzione attuale e dal passato», oltre ad una sezione bibliografica. Papa Francesco, gesuita fin nel midollo e intimo del direttore Spadaro, aveva già rivolto due discorsi ai gesuiti della Civiltà, ed ora in occasione del fausto anniversario ha scritto un chirografo papale per complimentarsi e rilanciare lo strettissimo rapporto, non tanto tra i gesuiti del Vaticano e quelli di Porta Pinciana (sede storica della rivista), quanto tra il Pontefice e la Compagnia di Gesù nel suo insieme, a cui il fondatore insegnò e predicò sempre l’obbedienza cieca alla gerarchia cattolica.
Così il Papa, con il suo linguaggio abituale, ha chiesto ai giornalisti gesuiti «di non addomesticare le inquietudini», «di non fare proposte di rammendo», e di non «optare per soluzioni facili prêt-à-porter». Parole che possono interpretarsi in tanti modi, proprio come vi sono modi diversi di ricollegarsi ai carismi di un fondatore religioso. Il problema però, ormai evidente a molti osservatori, anche non cattolici, è un altro.
Senza negare tutto il bene di una titanica impresa culturale, non è che proprio perseguendo ora una linea eccessivamente morbida, aperta, accomodatizia e «progressista» e risolutamente in linea con la decadente modernità, si viene meno alla storica «difesa della fede» per cui si è vissuti, eroicamente, per 17 decenni? Mettendo tra parentesi, in qualche modo, perfino quel rivendicato e a volte sbandierato «andare ai margini», con il paradossale rischio di essere oggi dei coraggiosi strillatori, in tutto e (quasi) per tutto, conformi al pensiero (laico) dominante?
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