- Pur di fare propaganda, monsignor Gian Carlo Perego traccia un incomprensibile parallelo tra le vicende degli istriani e quelle dei barconi nel Mediterraneo.
- Insulti social da parte di Dario De Lucia, ex consulente di Giuseppe Civati, esponente della maggioranza a Reggio Emilia e membro del Comitato giovani Unesco: «Oggi sono esplose le fogne…».
Lo speciale contiene due articoli.
Nemmeno il Giorno del ricordo si è salvato dalla propaganda dell’ormai sdoganato partito dei vescovi.
Dopo un Natale passato a sottolineare che «anche Gesù era un profugo», la giornata internazionale della Pace «dedicata ai migranti» e quella della Memoria con i clandestini paragonati agli ebrei deportati e uccisi nei lager, anche il sacrificio degli italiani perseguitati dai partigiani di Josip Broz Tito, celebrato domenica scorsa, è stato strumentalizzato per criticare le politiche sull’immigrazione del ministro dell’Interno, Matteo Salvini.
«I cimiteri in fondo al Mediterraneo sono le nuove foibe di oggi», ha detto l’arcivescovo di Ferrara, nonché ex numero uno della Fondazione Migrantes, monsignor Gian Carlo Perego, già noto per essere uno dei portabandiera più convinti dell’accoglienza indiscriminata. Incurante della forzatura del paragone, per diffondere il messaggio (politico), come d’abitudine, l’arcivescovo ha scelto il pulpito della cattedrale cittadina: «Talvolta il male non è più legato alla sola azione di un singolo, ma diventa strutturale, decisione comunitaria, confermata da una comunicazione ideologica diffusa», ha affermato durante l’omelia della messa celebrativa, domenica scorsa, «come è avvenuto nelle foibe, in questo angolo d’Italia dimenticato e abbandonato dal 1943 alla fine della guerra».
Secondo Perego è necessario «prendere il largo da uno stile comunicativo ideologico che nasconde, offende, irride e dimentica la passione e la sofferenza di migliaia di uomini e donne di oggi, come ieri, esodati, vittime delle 37 guerre in atto nel mondo e di dittature che offendono profondamente la dignità umana».
Non pago, citando la verità ritrovata sulla strage delle foibe, Perego ha ripreso il paragone sottolineando che «la verità si traduce in ricerca della pace, della giustizia, della tutela delle persone» ed è «ciò che rende libero l’uomo, anche e soprattutto quando mette in evidenza i limiti di un sistema politico, economico o sociale, e pone l’uomo di fronte alla responsabilità di ciò che ha fatto».
La verità «chiede dunque di fare memoria delle foibe di ieri, ma anche di non tacere sui cimiteri in fondo al Mediterraneo, perché sono le nuove foibe di oggi. E dimenticare, come tacere, ci rende complici delle violenze di ieri e di oggi», ha concluso. Agli scippi politicizzati delle celebrazioni più sentite dagli italiani il partito dei vescovi, spalleggiato da buona parte degli esponenti Pd, ci ha ormai abituati. Strumentalizzando le parole di papa Bergoglio, che aveva paragonare Gesù ad un profugo, dicendo: «Il piccolo Gesù ci ricorda che la metà dei profughi di oggi, nel mondo, sono bambini, incolpevoli vittime delle ingiustizie umane». E aggiungendo che «Cristo stesso provò, assieme ai suoi genitori l’esperienza degli esodi drammatici dei rifugiati, che oggi, pur generando sfide e sofferenze, stanno arricchendo le nostre comunità» e sollecitando ad «aprire i cancelli dei campi profughi e consentire ai giovani migranti di inserirsi nelle società nuove».
Anche il primo giorno dell’anno, cinquantunesima giornata mondiale della Pace, papa Francesco, seguito da interpretazioni ideologizzate, ha voluto dedicare ai migranti e rifugiati, definendoli «uomini in cerca di pace».
Situazione simile si era verificata il 27 gennaio, giorno della Memoria: spesso e volentieri a sinistra, la Shoah che ha sterminato milioni di ebrei è stata paragonata alle migrazioni di oggi. In quel caso a farsi portavoce del pensiero ripreso poi da tanti altri primi cittadini era stato il sindaco di Padova, Sergio Giordani, secondo cui esattamente come gli ebrei perseguitati dal nazismo «i migranti deportati e annegati in mare non hanno più una identità, sono solo dei numeri, entità astratte senza un volto, che oltre a non avere un futuro non hanno più neppure una storia» e «c’è un’agghiacciante similitudine in quello che è accaduto allora e nelle vicende che oggi vedono morire nel Mediterraneo migliaia di persone». Un pensiero peraltro, già chiaramente espresso un anno fa, nella stessa occasione, dai rappresentanti dell’Anpi secondo cui «quello che stiamo vivendo oggi con i profughi è un parallelo di quanto avvenuto ottant’anni fa con gli ebrei».
Per la forzatura evidente, a indignarsi (senza grande eco mediatica, per la verità) nelle settimane successiva ci aveva pensato la comunità ebraica, mentre ieri, davanti alle affermazioni di Perego, a fare un salto sulla sedia è stato Flavio Rabar, esule e presidente del comitato provinciale di Ferrara dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. Intervistato da Il Resto del Carlino, Rabar, ha definito «improprio da diversi punti di vista l’accostamento» sostenuto dall’arcivescovo tra la tragedia degli italiani perseguitati e poi esuli e la decisione dei profughi di affidare – spesso sotto costrizione – il proprio destino a degli spietati trafficanti di uomini.
«Sono storie diverse, eventi diversi» che «non si possono accostare», soprattutto perché noi «partimmo in un contesto di legalità e fummo esuli per non perdere la nostra italianità», ha ricordato.
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