- Per Jorge Bergoglio non devono entrare ma i vescovi italiani hanno promosso un documento più permissivo. Che per ora il Pontefice ha bloccato, ribadendo un «no» molto colorito.
- Per monsignor Francesco Savino, vicepresidente della Conferenza episcopale, il polverone si basa sul niente: «Il vicario di Cristo è inclusivo». Parla pure Luca Casarini: «È anziano e sbaglia».
Lo speciale contiene due articoli.
Piano piano il velo sulle parole attribuite a papa Francesco sull’aria di «frociaggine» si alza e si chiarisce così il contesto e il senso più preciso di quelle affermazioni così grossolane, quanto coerenti con le regole per l’accesso ai seminari. E si svela che le parole del Papa sono una risposta alla Conferenza episcopale italiana, che vorrebbe forzare per far accedere ai seminari anche gli omosessuali, giocando sui termini.
Andiamo per gradi. L’8 dicembre 2016 la congregazione per il Clero, allora guidata dal prefetto cardinale Beniamino Stella, pubblica un documento, approvato dal Papa, Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, che disciplina appunto la formazione dei novelli sacerdoti nei seminari. Questo documento recepisce quanto già stabilito da un analogo documento del 2005. Si ribadisce che «la Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al seminario e agli ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay».
Il 16 novembre 2023, la 78ª Assemblea generale straordinaria della Conferenza episcopale italiana ha approvato la nuova Ratio nationalis formationis sacerdotalis per i seminari in Italia che, appunto, dovrebbe recepire quanto espresso nel documento vaticano del 2016. Succede, però, che questa norma dei vescovi italiani sia tutt’ora ferma al dicastero per il Clero, in attesa di approvazione. Strano. Cosa è accaduto? Secondo diverse fonti, alcune apparse anche sul Web sul blog messainlatino.it, il problema riguarderebbe proprio l’accesso ai seminari per le persone con tendenze omosessuali. La norma italiana prevederebbe, infatti, la possibilità di far accedere ai seminari anche le persone omosessuali con «tendenza omosessuale non radicata» mentre, come abbiamo visto, quella vaticana non opera questa distinzione. Peraltro, dicono gli esperti, questa caratterizzazione è piuttosto difficile da stabilire e la conseguenza sarebbe quella di aprire le porte dei seminari a tutti coloro che manifestano questo orientamento sessuale.
Sarebbe questo il motivo per cui il documento dei vescovi italiani è ancora fermo in attesa del placet del dicastero per il Clero e proprio di questo, secondo nostre fonti che confermano le già citate voci comparse sul web, i vescovi italiani avrebbero, appunto, chiesto conto al Papa il 20 maggio scorso. E il Papa, nella riunione a porte chiuse, avrebbe risposto con le parole che hanno mandato ai matti i liberal dentro e fuori le sacre stanze.
A papa Francesco, la richiesta ardita dei vescovi italiani ha certamente irritato, basta rileggere le parole che gli sono state attribuite. Quel «mettere fuori dai seminari tutte le checche, anche quelle solo semi orientate», sarebbe appunto un passaggio della risposta di Francesco che rimanda alla questione della «tendenze omosessuali non radicate» che i vescovi italiani avrebbero, invece, introdotto nel loro documento per aprire un po’ le porte dei seminari anche agli omosessuali. E Francesco ha ribadito in modo netto la sua contrarietà.
Le scuse presentate da Francesco tramite la Sala stampa vaticana per le parole che gli sono state attribuite e che sono state fatte uscire a orologeria da qualche vescovo presente, quindi, riguardano i toni, certamente non leggeri e anche volgari, ma non spostano di una virgola il punto. E cioè che il Papa pensa, in coerenza con i documenti della Santa Sede, che nei seminari non devono entrare persone omosessuali. «Nel dubbio, meglio che non entrino», aveva detto già nel 2018, sempre ai vescovi italiani riuniti in assemblea.
Torna, quindi, ciò che abbiamo già scritto ieri: non si vuole accettare che la Chiesa si doti di un argine, di un criterio, per la formazione del suo, chiamiamolo così, personale. Che questo non lo vogliano le redazioni alla moda è normale, ma il punto è che anche all’interno della Chiesa c’è chi vorrebbe abbattere questi bastioni. Francesco, ritenuto «aperto» e capace di sfondare tutte le dighe, però non ci sta. Sia chiaro, papa Bergoglio non ha bisogno di mostrare che è simpatetico con «todos, todos, todos», Lgbt compresi, ma la sua linea, per quanto possa essere confusa, è quella della distinzione tra peccato e peccatore, tra persona e lobby. Così lo si vede approvare Fiducia supplicans per una benedizione «fast» alle coppie omosessuali (anche se la mens e la penna del testo è più del cardinale Víctor Manuel Fernández che di Francesco), incontra religiosi come il gesuita James Martin e la suora Jeannine Gramick che sono esposti a favore della cultura gay, riceve i trans in udienza, lascia al loro posto collaboratori chiacchierati circa la pratica omosessuale, ma l’omosessualismo in seminario non lo vuole.
Può apparire contradditorio, ma questo è Francesco e a qualche zelante vescovo italiano che vorrebbe spalancare i seminari agli omosessuali la cosa è arrivata in faccia come un treno in corsa.
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