Sull’addio di Arcelor piomba la procura: s’indaga su magazzini e materie prime
Ansa
  • I pm milanesi entrano nella causa civile a fianco dei commissari e aprono un fascicolo in cerca del reato di depauperamento.
  • L’incontro al Mise finisce in disastro. Stefano Patuanelli riunisce le sigle e l’ad dell’azienda Lucia Morselli che si limita a confermare la chiusura e il passaggio di consegne per il 4 dicembre. Sindacati: «Nuovo scudo».

Lo speciale comprende due articoli.

Se ci fosse un nesso, il governo (nella figura di Francesco Boccia degli Affari regionali) avrebbe alzato la palla e la procura di Milano schiacciato. Ovviamente si tratta di coincidenze temporali. Lunedì il politico piddino ha attaccato Arcelor Mittal oltre al tema scudo penale anche sul peggioramento dei conti rispetto alla gestione dei commissari. «Se Mittal non lo avesse ancora capito, dopo la visita del premier dovrebbe essere loro chiaro: non si possono fare ricatti sulla pelle dei lavoratori. Se i manager di Arcelor decidessero di recedere comunque dal contratto, si portano in tribunale». Poi, Boccia ha segnalato come «i tecnici scelti dal precedente governo perdevano meno di Arcelor. È possibile che il più grande gruppo mondiale dell’acciaio faccia peggio dei commissari italiani? È strano», ha commentato ancora su Repubblica. «Ecco perché bisogna capire se sono vere quelle perdite. Capire da chi sono state comprate materie prime con prezzi fuori da mercato. Se per esempio fossero state comprate da altre aziende del gruppo Arcelor…».

Ieri pomeriggio la procura di Milano ha aperto un fascicolo penale (modello 45, cioè senza indagati) per verificare «l’eventuale sussistenza di ipotesi di reato».

La procura è sempre indipendente nelle sue scelte, ma vale la pena sottolineare che ieri il procuratore Francesco Greco ha scelto di farlo sapere a tutti emettendo un comunicato e lanciando un messaggio preciso. I pm cercheranno di capire se in sede di esecuzione del contratto di affitto siano state poste in essere condotte rilevanti sul piano penale che abbiano causato l’eventuale depauperamento del ramo d’azienda. Non abbiamo contezza dei flussi di approvvigionamento delle materie prima (a cui faceva riferimento Boccia) ma a quanto risulta alla Verità gli inquirenti potrebbero concentrarsi sui due magazzini. Il primo è quello delle materie prime utilizzate per le colate e per la produzione. Al momento del passaggio di consegne tra i commissari ed Arcelor il deposito in questione avrebbe raggiunto il valore di circa 500 milioni. A seguito di un bando pubblicato anche sui giornali è stato aggiudicato un secondo magazzino per beni e servizi pari a circa 80 milioni. Il tema adesso è verificare quanto valgano i due asset.

Se il primo è vuoto, come si ipotizza, in quanto usate per intero le materie prime, in sede di riconsegna degli asset, ai commissari Arcelor dovrebbe versare un bonifico da 500 milioni di euro. Idem per la questione dei beni e servizi. Si tratta di due temi estremamente delicati che potrebbero cambiare le carte in tavola. Tanto più che sempre ieri i legali dei commissari dell’ex Ilva hanno depositato il ricorso cautelare e d’urgenza (ex articolo 700) contro la causa promossa da Arcelor Mittal per il recesso del contratto d’affitto dello stabilimento con base a Taranto. Il procedimento sarà trattato dal presidente della sezione A specializzata in materia di imprese, Claudio Marangoni. A dare man forte ci sarà anche la medesima procura meneghina che si è costituita come parte civile avendo il dovere di garantire la tutela dell’ambiente e dell’occupazione come da bando di gara del 2016. Nel frattempo è intervenuto Giuseppe Conte: «Arcelor Mittal si sta assumendo una grandissima responsabilità», in quanto la decisione dello stop «prefigura una chiara violazione degli impegni contrattuali e un grave danno all’economia nazionale. «Di questo ne risponderà in sede giudiziaria sia per ciò che riguarda il risarcimento danni, sia per ciò che riguarda il procedimento d’urgenza». Il riferimento è alle ultime dichiarazioni di Arcelor che indicano nella data del prossimo 4 dicembre il passaggio di consegna delle chiavi degli stabilimenti ai commissari. Ben dieci giorni prima della fermata del terzo altoforno. un evento sul quale si sono già accesi i politici e pure gli imprenditori dell’indotto. La messa in stand by dei forni implicherà comunque dei costi di riavvio, mentre il timore dei sindacati è che se alla data del 4 dicembre i commissari non saranno pronti a riassumere i 10.700 operai sarà il caos totale.


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