L’addio allo scudo fornisce ad Arcelor la scusa per chiedere 5.000 esuberi
  • L’azienda, che perde 50 milioni al mese, ora ha un’arma per ridiscutere l’accordo di un anno fa. Lucia Morselli, il nuovo ad, ha la fama di tagliatrice di teste. E se dovesse saltare il banco, in 12.000 resteranno senza lavoro.
  • Pd e Italia viva vollero l’immunità. Ora la rinnegano e seguono i grillini. La sinistra si limita a proporre la foglia di fico di un ordine del giorno per l’occupazione.

Lo speciale comprende due articoli.

Era il maggio del 2017 quando, dopo anni di processi, interventi pubblici, commissariamenti e lotte politiche, l’Ilva di Taranto tornò in mano ai privati. A vincere la gara fu Am investco Italy, la cordata che fa capo ad Arcelormittal e a Marcegaglia (15%), e che soprattutto è sostenuta da Banca Intesa.

Da lì alla presa reale di possesso è passato più di un anno. Nel frattempo il miliardo e rotti rimborsato dalla famiglia Riva è finito nella casse della bad company per finanziare le bonifiche. Soltanto a settembre del 2018 è avvenuto il passaggio di consegne.

Luigi Di Maio, da ministro dello Sviluppo economico e dopo un incontro durato più di un giorno, ha ottenuto il sì dei sindacati e dell’azienda. Rispetto alla bozza lasciata in eredità dal predecessore Carlo Calenda, ha portato a casa 700 posti di lavoro in più e le medesime condizioni economiche con la garanzia di riassorbimento quasi integrale anche dalle risorse in cassaintegrazione, poco meno di 2.000 persone. Il tutto azzerando di fatto il Jobs act con la reintroduzione dell’articolo 18. La posta è stata altissima perché il rischio che Arcelor mittal mandasse tutto a monte era elevato e la data del 15 settembre 2018 era ormai prossima.

Optando per una scelta di tensione, l’acciaieria avrebbe potuto far valer il proprio contratto (il parere dell’avvocatura di Stato ad agosto 2018 si era espresso totalmente a favore dei privati) per prendere possesso della fabbrica senza alcun aggiornamento dell’accordo di base. Uno degli elementi portati del testo originario era la tutela legale nei confronti dei vertici dell’azienda su tutte le attività non a norma e in attesa di essere sistemate o bonificate. In pratica, il comma voluto espressamente dal Pd e veicolato da Carlo Calenda cristallizzava la situazione fino al termine degli interventi di risanamento.

Un’opzione molto intelligente e mirata a evitare che a ogni piè sospinto la produzione potesse finire bloccata da un intervento della magistratura. Cosa che è avvenuta almeno fino a luglio scorso quando l’altoforno 2 è finito sotto sequestro per pregressi motivi (la morte di un operaio nel giugno del 2015). Con il voto a favore della rimozione dell’immunità, il lavoro svolto dalla politica e dall’azienda negli ultimi due anni viene azzerato.

Il Pd ne è consapevole, ma ha votato lo stesso al fianco dei 5 stelle per evitare di far cadere il governo. Una crisi sull’ex Ilva avrebbe rotto la fragile impalcatura che tiene in piedi i giallorossi. La fronda estrema dei grillini non avrebbe mai mollato la presa sull’Ilva, in una regione dove la controparte politica si chiama Michele Emiliano un pasdaran delle tematiche pseudo ambientali. Così si è deciso di avviare una nuove spirale che riapre di fatto la trattativa tra governo e azienda. Poco più di una settimana fa Arcelormittal ha chiesto a Matthieu Jehl di lasciare il posto all’ex amministratore delegato dell’Ast di Terni e della Berco, Lucia Morselli. Laureata in matematica e famosa per essere una tagliatrice di teste, la manager è subito partita in quarta per apparecchiare nuovi tavoli di trattative. Perché immaginiamo che sia proprio questa la strategia. Se veramente Arcelor, che perde 50 milioni di euro al mese, avesse voluto abbandonare, non avrebbe avuto bisogno di assumere una manager come la Morselli. Non abbiamo contezza dei dettagli dell’incarico ricevuto dagli azionisti.

Ma è ovvio che la perdita deve essere limata. E di molto. Per cui la prima cosa che la nuova ad va a sventolare sono i 5.000 esuberi. Togliendo l’immunità il governo ha tagliato il ramo su cui era seduto. Innanzitutto, al netto delle attuali minacce di licenziamenti, dovrà rimangiarsi ciò che a settembre 2018 ha ottenuto in più rispetto alla bozza di Calenda.

Poi c’è l’altra grande partita che si chiama Aia. «Si apre una nuova pagina per Taranto. Il 24 giugno», ha detto lo scorso maggio il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa in audizione in commissione Ambiente alla Camera sull’apertura del riesame dell’autorizzazione integrata, «torneremo in città per incontrare ancora una volta i tarantini e continuare il percorso avviato insieme».

«È un dovere procedere al riesame», ha osservato Costa, «lo dobbiamo ai cittadini e ai lavoratori. Abbiamo accolto con favore l’istanza del sindaco, con il quale il rapporto di collaborazione è costante e proficuo». Il ministro parlava di un timing con scadenze precise. Probabilmente entro fine anno. Pure su questo diktat la Morselli avrà molto da discutere adesso. Dalla sua, vale la pena ricordarlo, avrà la minaccia di altri 5.000 esuberi o addirittura di chiudere i battenti. Anche se non fosse vero, sbandierare tale ipotesi farà gelare tutti gli amministratori locali.

In pratica tutto ciò per la follia di una scelta grillina avulsa dalla realtà. E – cosa ancora più grave – per colpa del Partito democratico, che ha anteposto la stabilità del governo e delle poltrone al futuro degli operai di Taranto. Vedremo come si giocherà la partita la nuova manager di Arcelormittal.


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