Mentre a Taranto comincia lo spegnimento degli altiforni dell’ex Ilva, politica e sindacati chiedono al governo risorse per proteggere salari e occupazione. Da una parte gli impianti si fermano, dall’altra amministratori e parlamentari sollecitano finanziamenti, ammortizzatori e un piano per gli stabilimenti del Nord.
Ex Ilva, al via lo spegnimento degli altiforni dopo il no della Cassazione
La svolta è arrivata ieri. La Cassazione ha respinto i ricorsi, confermando il provvedimento della Corte d’Appello di Milano sull’area a caldo, Acciaierie d’Italia ha comunicato ai sindacati l’avvio delle operazioni. Da ieri hanno iniziato a spegnersi i bruciatori che preriscaldano i cowpers degli altiforni. Il completamento è previsto entro la settimana. Dei tre altiforni interessati, va detto, solo il numero 2 era ancora in funzione.
Genova, Silvia Salis chiede garanzie per Cornigliano: «La cassa integrazione non basta»
Nello stesso giorno, il sindaco di Genova, Silvia Salis, è intervenuta davanti alle commissioni Industria e Lavoro del Senato, impegnate nell’esame del decreto sull’ex Ilva. «La salvaguardia della continuità produttiva per noi ovviamente è un elemento fondamentale», ha sottolineato, tornando a chiedere certezze sugli ordini e sugli acquisti di materia prima per Cornigliano. Il sindaco ha anche avvertito che gli ammortizzatori «non devono essere sostituiti a un piano industriale». Del resto, il materiale oggi disponibile, ha spiegato, permetterebbe allo stabilimento genovese di lavorare soltanto fino a gennaio o febbraio.
La richiesta di soldi pubblici arriva anche dal Pd ligure. In una presa di posizione durante la mobilitazione di ottobre, il partito ha chiesto di «reperire immediatamente le risorse necessarie per procurare le materie prime», invocando un intervento nazionale e il possibile coinvolgimento della finanziaria regionale Filse. L’obiettivo dichiarato non è pagare soltanto la cassa integrazione: è comprare coils e bramme per evitare che Cornigliano si fermi pur avendo lavorazioni richieste dal mercato.
Pd e Lega invocano risorse pubbliche per materie prime e continuità produttiva
Sulla stessa linea i deputati democratici Valentina Ghio, Alberto Pandolfo e Luca Pastorino. «Servono un piano industriale credibile e impegni concreti», hanno affermato, chiedendo al governo e ai commissari di garantire gli approvvigionamenti e fermare la procedura di chiusura. La posizione del centrosinistra, dunque, è duplice: sostegni immediati per chi rischia di perdere reddito e investimenti per non trasformare la crisi in una lunga sospensione produttiva.
Le rivendicazioni superano tuttavia i confini dell’opposizione. Alessio Piana, assessore ligure allo Sviluppo economico ed esponente della Lega, ha indicato come priorità «mantenimento del sistema produttivo, salvaguardia dei posti di lavoro e tutela della filiera siderurgica», ammettendo anche una partecipazione pubblica purché complementare agli investimenti privati. Liguria e Piemonte hanno messo nero su bianco cinque richieste a Palazzo Chigi: forniture alternative a Taranto, piano ordini, tutele uniformi per l’indotto, anticipo della cassa integrazione e tavolo permanente.
Cassa integrazione per 8.622 addetti, ma manca un piano per il futuro degli stabilimenti
Del resto, a rendere concreto l’allarme sono i numeri. Acciaierie d’Italia ha chiesto una nuova cassa integrazione straordinaria per un massimo di 8.622 addetti. La manovra, intanto, prevede 15 milioni di euro nel 2027 per il sostegno al reddito di circa 1.497 lavoratori delle aziende del gruppo Ilva: uno stanziamento già annunciato, distinto dalla richiesta di nuovi fondi per rifornire gli stabilimenti. I sindacati, da Taranto, reclamano «risorse pubbliche certe» per la decarbonizzazione e ricordano che «nessun lavoratore deve rimanere indietro nel processo di transizione ecologica».
Il paradosso resta aperto: mentre gli altiforni vengono disattivati, la politica continua a discutere di chi debba davvero finanziare la continuità industriale e di come garantire un reddito alle famiglie, senza però trovare una risposta. Al momento, senza un piano d’acquisto, investimenti e un futuro credibile per Taranto, il rischio vero è che le nuove risorse servano soltanto ad accompagnare uno spegnimento, anziché a costruire una ripartenza.
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