Il governo giallorosso è quasi realtà, ma adesso per il nuovo esecutivo guidato dal redivivo premier Giuseppe Conte comincia la corsa a ostacoli. Una corsa innanzitutto contro i numeri, in particolare nell’emiciclo di Palazzo Madama dove la maggioranza è risicata. Se infatti alla Camera i voti non dovrebbero costituire un problema con 111 deputati del Partito democratico e 216 dei 5 stelle, altro discorso vale per il Senato. Qui la maggioranza assoluta è di 161 scanni, il Pd può contare su 51 senatori mentre il movimento capeggiato da Luigi Di Maio ne ha 107. Totale 158: questo significa che i senatori dei gruppi minori in appoggio all’esecutivo potranno bloccare qualsiasi iniziativa. Significa anche che il governo giallorosso rischia di essere tenuto in ostaggio dai partiti del Gruppo misto (11 senatori), delle Autonomie (6) e pure dai senatori a vita (6). Inoltre, ulteriore difficoltà, ci sono i pentastellati dissidenti e primo tra questi Gianluigi Paragone, che ha espresso forti perplessità sul nuovo esecutivo. Ma vediamo quali sono i cespugli con i quali Conte dovrà trovare compromessi, quali le posizioni che hanno assunto e quanto contano. L’impressione è che la ritrovata unità per sbarazzarsi di Salvini sarà messa a dura prova dall’aula.
Partiamo da Leu che esprime 4 senatori, in pratica basterebbero loro a mandare a gambe all’aria l’esperimento giallo rosso. Sono Loredana De Petris, l’ex presidente del Senato Pietro Grasso, Francesco Laforgia e Vasco Errani. Nei giorni scorsi hanno confermato, senza entusiasmo, la «disponibilità a verificare la possibilità di dare vita a un governo di svolta». Approveranno senza fiatare i provvedimenti di Pd e 5 stelle? Ne dubitiamo, visti i trascorsi turbolenti tra Grasso, Errani e il loro ex partito. Inoltre Leu ha specificato di voler appoggiare solo le politiche che riguardano argomenti specifici, quali ambiente, temi sociali e diritti civili. Ma anche all’interno del partito ci sono posizioni differenti, per esempio sulla realizzazione della Tav.
Scrivi + Europa e leggi Emma Bonino: unica senatrice eletta e tutt’altro che fiduciosa nel progetto che vede accomunati 5 stelle e Pd. Ebbene per capire la posizione dell’ex esponente radicale bastano le sue parole, foriere di guai: «Non riteniamo, alle condizioni date, di poter dare fiducia a un governo che sembra un oggetto misterioso: noi non compriamo a scatola chiusa», ha dichiarato dopo l’incontro con Sergio Mattarella, «ci dobbiamo quindi riservare un giudizio definitivo a quando saranno più chiari gli obiettivi». Quali obiettivi? Ancoraggio europeo, immigrazione, giustizia e sostenibilità ambientale. + Europa fa parte del Gruppo misto che esprime 11 senatori: i 4 esponenti di Leu, 5 ex grillini e, in ordine sparso, la Bonino, Riccardo Nencini (Psi), infine Adriano Cario e Ricardo Merlo del Maie.
Intanto i senatori del gruppo Per le autonomie sono 6 e non hanno alcuna intenzione di votare la fiducia al nascente esecutivo, perché con i pentastellati ci sono stati battibecchi proprio sul nodo dell’autonomia. Poi vedranno come comportarsi e cosa votare di volta in volta. La tipica situazione in cui anche un cespuglio può tenere in scacco l’intera foresta. Come ha spiegato il senatore Dieter Steger, esponente della Svp, «chiediamo e speriamo che ci sia un esecutivo che possa evitare l’aumento dell’Iva e noi aiuteremo l’esecutivo, ma abbiamo avuto alcuni problemi sul tema dell’autonomia con il M5s, quindi Svp si asterrà nel voto di fiducia».
Già, ci sono anche loro con Riccardo Nencini. Anche lui si dimostra perplesso, d’altronde di fronte a un esperimento genetico come questo non si può che essere estremamente prudenti. Come altri si è detto «leggermente» disponibile a valutare di sostenere il futuro governo con la nuova maggioranza. Ma sempre «con riserva di conoscere programmi e persone». Questa la sua, cerchiobottista, dichiarazione: «Quello che pare si stia profilando è un governo costruito in condizioni straordinarie. Ragione in più per lavorare assieme al programma e conoscerne le caratteristiche fondanti. Finché non ci sono questi due fattori non possiamo esprimere una opinione».
Prima di parlare dei senatori a vita, una parentesi per Pier Ferdinando Casini, democristiano purosangue nonché decano della navigazione in Parlamento. L’ex presidente della Camera, in un’intervista al Messaggero, si è sperticato in lodi per Conte che «per due volte ha evitato la procedura d’infrazione contro l’Italia». Sembra quindi ben disposto verso il nuovo esecutivo, forse nella speranza di ricevere ulteriori incarichi. E i senatori a vita, che potrebbero essere l’ago della bilancia in questa difficile maggioranza? A parte Giorgio Napolitano che diamo per organico al Pd, restano Mario Monti, Carlo Rubbia, Elena Cattaneo, Renzo Piano e Liliana Segre. Si schiereranno con il nuovo governo? Difficile dirlo, anche perché non si distinguono certo per le presenze in aula, tuttavia nessuno di loro ha mai sposato La politica dell’ex vicepremier Matteo Salvini.
Come si comporteranno i 5 fuoriusciti dal Movimento 5 stelle? Paola Nugnes, Gregorio De Falco, Carlo Martelli, Saverio De Bonis e Maurizio Buccarella fino a ieri hanno votato il governo con la Lega senza troppi distinguo e potrebbero continuare a fare la stessa cosa. Anche perché in caso di scioglimento delle Camere la loro ricandidatura tra i grillini è esclusa e resterebbero quindi senza un seggio dove sedere.
Infine potrà dire la sua anche il Maie di Ricardo Merlo che conta due senatori. Probabilmente appoggerà il nuovo governo, ma sempre che gli permetta di arrivare al suo fine: la riforma del meccanismo elettorale per gli italiani che votano oltreconfine. Quindi anche il suo è un sì condizionato.
Concludendo, la strada che aspetta il governo giallorosso è in ripida salita, soprattutto al Senato dove gli ostacoli possono essere tanti, che si chiamino Leu, Emma Bonino o Ricardo Merlo. Di certo Conte dovrà venire a patti e concessioni con i cespugli di Palazzo Madama determinanti per sopravvivenza e maggioranza. Già a partire dal voto sulla fiducia.
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