Caso Ramy, è scontro sulla dinamica
Ramy Elgaml (Ansa)

La Procura di Milano torna a chiedere un incidente probatorio per verificare l’esatta dinamica dello schianto del 24 novembre 2024, avvenuto al Corvetto al culmine dell’inseguimento con i carabinieri che costò la vita al diciannovenne egiziano Ramy Elgaml.

L’udienza preliminare, aperta ieri nel palazzo di giustizia di Milano, si è svolta in un clima di massimo riserbo per le minacce ricevute dalla gup, Tiziana Landoni, magistrato che il 28 ottobre scorso ha scarcerato Youssef Siher, l’ideatore del Movimento 17 ottobre.

L’udienza ha fatto riemergere uno dei punti più discussi dell’intera vicenda, dopo che due precedenti istanze, avanzate nel 2025 dai pm, erano state respinte dal gip. La possibile svolta proviene ora dalla nuova istanza della Procura, che arriva a seguito della consulenza depositata a settembre dai legali di Fares Bouzidi, il ventitreenne che guidava, senza patente, il T-Max sul quale viaggiava Ramy.

L’incidente probatorio, tuttavia, non è ancora certo: la possibilità verrà discussa nella seduta del prossimo 21 dicembre e, solo dopo un confronto con le parti, il giudice stabilirà se disporlo o meno.

Omicidio volintario e speronamento: la nuova relazione dell’Ong francese

La nuova relazione, presentata dai difensori di Bouzidi, gli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, supporterebbe la linea dell’omicidio volontario e la tesi dello speronamento, contestando la ricostruzione degli inquirenti che avevano propeso per l’urto accidentale. Una consulenza composta da un video e da una relazione di 40 pagine, realizzata da un’Ong francese specializzata, tra le altre cose, nelle indagini su casi di violenza o abuso delle forze dell’ordine.

L’udienza ha segnato anche un altro passaggio: Landoni ha ammesso i parenti di Ramy, ma anche Fares, come parti civili. Si costituiranno contro i sette carabinieri imputati nel procedimento sulla morte del diciannovenne.

L’incidente del 24 novembre 2024: la fuga e lo schianto

Il ragazzo egiziano del Corvetto morì il 24 novembre 2024 all’incrocio tra via Ripamonti e via Quaranta, dopo che il lato posteriore destro del T-Max entrò in contatto con la fascia anteriore del paraurti della vettura dei carabinieri, al culmine di un inseguimento di otto chilometri per le vie di Milano.

I due amici di origine nordafricana non si erano fermati all’alt degli agenti, innescando una corsa a folle velocità, terminata con l’impatto fatale.

La posizione dei carabinieri indagati

La decisione di Landoni potrebbe permettere ora ai familiari del ragazzo egiziano di avanzare richieste di risarcimento agli uomini delle forze dell’ordine sotto processo, ma anche al coimputato, Fares Bouzidi. L’amico di Ramy, già condannato a un anno e sei mesi per resistenza a pubblico ufficiale per quella fuga, potrà anche rivalersi per «le lesioni gravissime» e per i «falsi e depistaggio» contro gli stessi carabinieri.

La posizione più grave tra i militari sotto accusa è quella di Antonio Lenoci, quella sera alla guida dell’ultima Alfa Romeo Giulietta impegnata nel tallonamento. Deve rispondere di omicidio stradale, in concorso Fares, con l’ipotesi dell’eccesso colposo nell’adempimento del dovere.

A Lenoci viene contestato anche il falso nel verbale d’arresto di Bouzidi. Secondo la Procura, il carabiniere avrebbe mantenuto una distanza e una velocità inadeguate a prevenire collisioni o tamponamenti, con una condotta di guida sproporzionata rispetto alla necessità di fermare lo scooter.

Gli altri sei militari rispondono, a vario titolo, di lesioni gravissime, favoreggiamento, depistaggio e falso. Le accuse riguardano anche la presunta alterazione della ricostruzione dei fatti successivi all’incidente. È stato ammesso come parte civile anche un sindacato dei militari. Il ministero della Giustizia ha scelto di non costituirsi, mentre il dicastero della Difesa sarà citato come responsabile civile, su richiesta dei legali di Bouzidi.

Il padre di Ramy, presente in aula, ha affermato: «Ho fiducia nella giustizia e nella magistratura. Vorrei solo la verità per mio figlio». Una verità appesa, per ora, all’incidente probatorio.

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