«Ci state rubando il futuro» scandiscono i giovani manifestanti nelle piazze di questo autunno di violenze. «Gli stiamo rubando il futuro», si stracciano le vesti in tv e sui giornali editorialisti che in collegamento dalla villa al mare spiegando il gap generazionale con pensose divagazioni nella sociologia da avanspettacolo.
Ecco, al virgulto Massimiliano Monai, più che il futuro avremmo voluto cancellare il passato. Coinvolto negli scontri a Torino dopo lo sgombero del centro sociale Askatasuna, il presunto «giovane ribelle» è fra i 16 destinatari delle misure cautelari eseguite l’altroieri dalla Digos. Con due dettagli non proprio da baby contestatore: ha 55 anni ed è noto alle cronache giudiziarie da 25. Fu lui a lanciare la trave nella camionetta dei carabinieri al G8 di Genova il giorno della morte di Carlo Giuliani.
La foto in piazza Alimonda il 20 luglio 2001 fece il giro del mondo diventando simbolo di quell’inferno metropolitano, anche perché qualche secondo dopo il militare Mario Placanica avrebbe sparato a Giuliani che stava per lanciare l’estintore nel Defender circondato da teppisti e black bloc.
La guerriglia urbana come secondo lavoro
Flashback necessario per capire il minestrone ideologico dei contestatori di oggi, manovrati da burattinai della politica che li considerano carne da cannone esattamente come 25 anni fa. Si parla di diritti negati, di antagonismo legittimo, di lotta al sistema da parte dei millennial, di generazione perduta. Poi spunta Monai, l’uomo della trave, ancora una volta coinvolto in un’inchiesta per guerriglia urbana neanche fosse un secondo lavoro.
Come da anticipazione del sito Lo spiffero, è finito nell’ordinanza della gip Giulia Caveglia che ha disposto per lui «il divieto di dimora nel Comune di Torino e l’obbligo quotidiano di presentazione alla polizia giudiziaria».
Negli scontri del 31 gennaio scorso 100 agenti sono stati feriti, un poliziotto è stato aggredito a colpi di martello, un altro ha rischiato la vita durante l’assalto a una camionetta. E fra i 1.500 manifestanti con i volti coperti che avanzavano dietro 12 scudi artigianali c’era anche lui, con cappuccio nero, la maschera di un personaggio della serie Breaking Bad e un casco bianco. Si è fatto sorprendere dalle telecamere, che lo hanno filmato in vari punti della città, mentre si travisava il volto, e infine in corso Regina Margherita mentre affrontava lo schieramento di polizia.
Monai vecchio arnese della rivoluzione
Monai non è fra i destinatari delle misure più pesanti, anche se la restrizione della libertà di movimento e l’obbligo di firma non sono buffetti. Ma è lì, nuovamente sotto indagine, simbolo di un passato che non passa, dei collegamenti a livello nazionale della galassia antagonista.
E testimone involontario di riflessi condizionati vetero-marxisti che niente hanno a che vedere con il caro affitti, il prezzo del gasolio e l’afflato comunitario dei centri sociali. Semplicemente, un quarto di secolo dopo, il vecchio arnese della rivoluzione permanente ha sentito il bisogno di rispondere all’appello e di esibirsi in una «reunion» non proprio musicale da Genova a Torino.
Il G8 di Genova, l’arresto per droga, gli scontri del 2019: il contestatore seriale che torna sempre a galla
Al tempo della trave faceva il barista e dopo l’exploit a torso nudo con una maschera protettiva da pugilato, si presentò spontaneamente in Questura. Fu indagato per tentato omicidio, saccheggio e resistenza a pubblico ufficiale; fu messo agli arresti domiciliari e prese parte da imputato al maxi processo per le devastazioni del G8.
Nel 2007 fu condannato a cinque anni di carcere ma in Appello fu prosciolto perché i reati erano prescritti. Cominciò un percorso personale di rielaborazione del passato, disse: «Ho reagito alle cariche della polizia contro il corteo autorizzato (nel quale si erano incistati i black bloc, ndr). Ma potendo tornare indietro, quella trave non l’avrei mai impugnata».
Ravvedimento da età adulta? Non esattamente. Monai ha creato una famiglia, ha avuto due figli ma nel 2019 il soldato della sinistra extraparlamentare è tornato a galla come un tappo in un’indagine dopo i violenti scontri «antifascisti» con la polizia in piazza Corvetto a Genova: gli ultrà rossi non sopportavano che CasaPound facesse un comizio in zona. Poche settimane dopo è stato arrestato per droga. Poi si è di nuovo inabissato, ha cominciato a lavorare come traslocatore e in seguito al porto; nel luglio scorso La Repubblica lo ha inserito fra le dieci figure emblematiche nel 25º anniversario delle violenze del G8.
Uno strano. Rieccolo, contestatore seriale, uno dei «ragazzi» buoni per tutte le stagioni (dai No global all’antifascismo, da Expo al disagio delle periferie) che la sinistra e i media dal conformismo facile coccolano come fratelli minori (soprattutto nel senso di peones). Riservisti in passamontagna o kefiah da scatenare in piazza con ingenui diciottenni pro Pal e maranza assortiti quando fa comodo. E se il giovane arrabbiato è un nonno dei fiori, pazienza. Contano gli ideali, le piazze da incendiare e un poliziotto da menare.
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