Dan Jorgensen, il danese commissario per l’Energia e l’Edilizia abitativa assieme alla vicepresidente della Commissione Teresa Ribera (Getty Images)
Arriva Accelerate Eu, il piano per affrontare la crisi energetica. Spariscono lockdown e smart working, non la vacuità della ricetta: nel breve qualche (futile) palliativo, nel medio-lungo elettrificare tutto. Jorgensen però ammette: «Non ci sono abbastanza reti».
Da un po’ non arrivava da Bruxelles un piano per dirci che cosa dobbiamo fare, ma l’attesa è finita. Dalla riunione dei commissari europei di ieri si è riversato sull’Europa quasi intera il piano Accelerate Eu, il nuovo e atteso elenco di misure che l’Unione introduce per affrontare (si fa per dire) l’ennesima crisi energetica.
La fredda cronaca dice che la Commissione propone un pacchetto basato su cinque linee principali: coordinamento, protezione prezzi, produzione interna, investimenti e rafforzamento delle reti.
Sarà avviato un coordinamento tra Stati membri su riempimento degli stoccaggi gas, possibili rilasci di scorte petrolifere, uso delle flessibilità per prevenire carenze, salvaguardia delle forniture di jet fuel e diesel. Sarà creato un Osservatorio combustibili per mappare l’offerta, dare le priorità a fonti alternative di jet fuel, ottimizzare la distribuzione, catalogare la capacità di raffinazione europea.
Quanto alla protezione dei consumatori, gli Stati potranno adottare misure temporanee per aiutare i consumatori vulnerabili, ci sarà un framework temporaneo sugli aiuti di Stato per sostenere investimenti strategici. Si cercherà di aumentare la produzione interna di energia con rinnovabili, nucleare e biocarburanti. Arriveranno altri piani per l’elettrificazione, sviluppo di biometano e idrogeno rinnovabile, sostegno a tecnologie come veicoli elettrici, pompe di calore e sistemi di accumulo (le batterie). Saranno rafforzati gli investimenti nelle infrastrutture, saranno fatte nuove proposte su tariffe e tassazione energetica. Si spingerà su un migliore utilizzo dei fondi europei (Rrf e coesione).
Non può mancare l’obiettivo di fondo a lungo termine, quello di elettrificare i consumi energetici. Il posato Dan Jorgensen, il danese commissario per l’Energia e l’Edilizia abitativa, presentando il piano assieme alla vicepresidente della Commissione Teresa Ribera, ha affermato ieri che «con Accelerate Eu sosteniamo i nostri Stati membri nel fornire un aiuto immediato a coloro che sono più in difficoltà nella nostra società, rafforzando al contempo la transizione verso l’energia pulita e l’elettrificazione. Questa è l’unica via duratura per garantire a tutti gli europei un approvvigionamento energetico stabile, sicuro, pulito e accessibile».
Ribera, dal canto suo, ha detto che avere dato un costo alle emissioni di CO2 è uno dei maggiori successi delle politiche europee, che l’impianto dell’Ets non va toccato e che quello dell’Ets non è un problema perché le evidenze dimostrano il contrario. A quanto pare ci sono evidenze ed evidenze.
Jorgensen ha ribadito il concetto dicendo che l’Ets europeo è il motore della decarbonizzazione e che qualunque sussidio ai fossili deve essere limitato e temporaneo, mentre è preferibile incentivare l’elettrificazione dei consumi energetici piuttosto che sospendere l’Ets. Ha fatto l’esempio di un’azienda che dispone di una caldaia a gas, che potrebbe essere aiutata (sic) a installare una pompa di calore elettrica.
L’astuto esempio di Jørgensen fa da corollario all’importante dichiarazione della commissaria spagnola al Green deal, che richiamando in quarto il «There is no alternative» di Margaret Thatcher ha detto: «Non c’è alternativa al Green deal quando si tratta di sicurezza e competitività». Una frase che ricorda la vecchia storiella dell’oste e del vino.
Nel documento della Commissione non vi è traccia invece delle misure sulla riduzione guidata della domanda, quella che era balenata in qualche bozza e ribattezzata lockdown energetico, come l’incentivo allo smart working o le domeniche a piedi. Jorgensen, ignorando la relazione diretta e dimostrata tra consumi energetici e prosperità, rispondendo a una domanda di un cronista ha detto che la Commissione incoraggia comunque gli Stati membri a fare tutto il possibile («whatever they can») per abbassare la domanda energetica, sia perché ciò farebbe scendere i prezzi dell’energia sia perché aiuterebbe la sicurezza delle forniture in futuro. In effetti se non si consuma energia non si corrono rischi, se non quello di restare al buio o senza lavoro.
Il candido danese ha poi ammesso che il problema maggiore per il Green deal è rappresentato dalle reti elettriche che non ci sono, una cosa che i lettori della Verità hanno potuto leggere in anteprima in un articolo del 9 luglio 2021 (controllare per credere). Il commissario ha poi parlato dei tagli obbligati alla produzione fotovoltaica, che iniziano a diventare un problema serissimo per la redditività degli impianti a energia solare, mentre in Danimarca gli impianti eolici sono pagati per fermare la produzione perché la rete satura non può trasportarla.
Insomma, la sessione di domande e risposte in conferenza stampa è stata assai più godibile della mera presentazione delle misure.
Notiamo che Accelerate Eu è un documento pervaso da un tono tra l’impotente e il velleitario. Prendiamo il primo punto delle azioni proposte dalla Commissione. Essa faciliterà (il coordinamento), traccerà (la capacità di raffinazione europea), coordinerà (molte cose, non tutte chiarissime), chiarirà (le flessibilità), proporrà, avvierà (la revisione della direttiva sulle riserve strategiche). Sulla protezione dei consumatori, la Commissione presenterà (un catalogo di misure), redigerà (una tabella di buone pratiche), fornirà (assistenza a stabilire misure, sic), promuoverà e aiuterà (lo sviluppo del social leasing), e via impegnandosi.
Niente di nuovo sul fronte di Bruxelles, insomma, solo un altro dei mirabolanti piani europei che contengono altri piani, a loro volta ispiratori di altri piani, che un domani daranno origine ad altri piani.
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Ansa
Sui portali dei due prestigiosi istituti, teoricamente descrittivi e neutrali, il concetto politico del momento viene descritto con inesattezze fattuali e toni da bollettino militante di quartiere.
Il volenteroso cittadino che, desiderando documentarsi sul significato tecnico di «remigrazione» per farsi un’idea di quali siano, oggettivamente, le ragioni per le quali taluni la sostengano e altri l’avversino, ricorresse alla consultazione di fonti considerate, «a priori», come politicamente «neutre», quali, in particolare, l’enciclopedia Treccani o l’accademia della Crusca, incontrerebbe subito una cocente delusione.
Cominciando dall’enciclopedia Treccani on line, leggerebbe, infatti, alla voce «remigrazione», che essa è soltanto un «eufemismo per ritorno forzato di persone immigrate nel loro Paese d’origine». Ora, è appena il caso di ricordare che per «eufemismo» s’intende, comunemente, l’uso di una parola ritenuta meno sgradevole, offensiva o indecente di quella che propriamente andrebbe adoperata per definire concetti, persone o cose da riguardarsi, di per sé, come suscettibili di creare scandalo, ripulsa, indignazione, sconcerto e simili. Si deve, quindi, pensare che, secondo l’autore della voce, tali sarebbero le caratteristiche da attribuirsi automaticamente al concetto stesso di «ritorno forzato» di qualsiasi migrante al suo Paese d’origine, a prescindere dall’esistenza o meno di ragioni che possano, in ipotesi, farlo apparire giustificato come, ad esempio, quella che il migrante si sia reso responsabile di gravi reati in danno di cittadini italiani.
Non è poi da meno l’accademia della Crusca che, nel suo sito internet, dopo aver correttamente rilevato che, letteralmente, la parola «remigrazione» significa «migrazione indietro» ovvero «ritorno al luogo di origine in seguito a una precedente migrazione», aggiunge che essa è stata, però, «rilanciata per indicare in forma eufemistica il significato di “espulsione forzata, deportazione di massa di persone con una storia di migrazione”». Anche qui ricorre, come si vede, il richiamo alla nozione di «eufemismo» e vale, quindi, quanto si è appena detto con riguardo all’analogo richiamo operato dalla Treccani. Ma la Crusca si spinge poi anche oltre, precisando, nelle «note», che, nella specie, al «significato eufemistico» si sarebbe fatto ricorso «per celare atteggiamenti spregiativi, discriminatori o, come in questo caso, addirittura neonazisti», a conferma dei quali snocciola una serie di sommarie citazioni, in chiave critica, di personaggi presentati negativamente per il solo fatto costituito dalla loro appartenenza alla galassia della presunta «estrema destra», nella quale fa rientrare, a un certo punto, anche la Lega. Tra essi figura, in particolare, l’austriaco Martin Sellner, autore di quelle che, senza ulteriori specificazioni, vengono apoditticamente definite le «terribili proposte» contenute nel suo libro Remigration. Ein Vorschlag (Remigrazione. Una proposta), recentemente uscito in allegato con La Verità, con la prefazione di Francesco Borgonovo. Proposte, quelle anzidette, che, in realtà - come messo bene in luce nel commento di Lorenzo Bernasconi sul sito della Fondazione Machiavelli - non prevedono comunque espulsioni collettive di intere minoranze che siano ritenute, in linea di massima, difficilmente assimilabili, ma soltanto espulsioni individuali da effettuarsi - in linea con quanto già previsto, del resto, dalle vigenti leggi e convenzioni internazionali - nei confronti di singoli soggetti, previa verifica, per ciascuno di essi, della effettiva inesistenza di capacità e disponibilità ad accettare il complesso dei valori fondanti della convivenza sociale nel paese ospitante. Sul che si possono, volendo, avanzare le più ampie riserve, senza però che sia lecito giungere, per sostenerle, ad accusare addirittura di «neonazismo» chiunque la pensi diversamente. Cosa che ha fatto, invece, come si è visto, la Crusca, per quindi giungere alla conclusione secondo cui, con riguardo alla parola «remigrazione», pur essendovi stata, negli ultimi tempi, «una certa resistenza a farne uso», «quello che, in casi simili, non si dovrebbe neanche riuscire a concepire eticamente, come esseri umani, è la proposta e la messa in atto di pratiche simili e non l’accoglimento della parola».
In realtà, ciò che chiaramente traspare da quanto si legge nelle voci in questione è che tanto la Treccani quanto la Crusca si fanno eco, senza dirlo, dell’orientamento dominante a sinistra, secondo cui, in linea di massima, nessuno straniero dovrebbe essere espulso, quale che sia la ragione addotta a sostegno del provvedimento, ma dovrebbe essere oggetto di cure e attenzioni per favorirne l’integrazione, data comunque, apoditticamente, per realizzabile, indipendentemente dal suo modo di pensare e dalla condotta di vita da lui assunta nel Paese che lo ospita. Il che, peraltro, contrasta, prima ancora che con quanto vorrebbero i fautori della «remigrazione», con la legislazione vigente nel nostro Paese, secondo cui, almeno in linea di principio (conformemente, del resto, alla normativa comunitaria, cui si ispira anche la legislazione degli altri Paesi dell’Unione europea), all’espulsione o al respingimento si deve dar luogo ogni qual volta risulti che lo straniero non ha titolo per essere accolto o per restare in Italia. Ed è anche da segnalare che, almeno in Italia, non si registra, a sostegno della «remigrazione» alcuna esplicita presa di posizione contro il mantenimento dei vigenti, specifici divieti di espulsione e di respingimento quali, in particolare, quello, fondato sulla convenzione di Ginevra del 1951 (come interpretata dalla giurisprudenza dominante), secondo cui è comunque da escludersi che lo straniero, anche quando non gli sia stata formalmente riconosciuta la qualifica di «rifugiato», possa essere rimandato in Paesi, compreso il suo, nei quali la sua vita o la sua libertà possano essere minacciate per ragioni di razza, religione, nazionalità, appartenenza a particolari gruppi sociali od opinioni politiche. Ciò su cui particolarmente si insiste - come si è visto anche alla recente manifestazione del 18 aprile scorso, a Milano - è solo la necessità che vengano espulsi gli stranieri resisi responsabili di gravi reati (cosa già prevista, peraltro, in Italia, sia pure solo per particolari categorie di reati, come quelli, a pena espiata, in materia di stupefacenti) e quelli, tra gli stranieri di fede islamica, che predicano l’odio e inneggiano al terrorismo. Il che, come dovrebbe apparire evidente, non ha proprio nulla di discriminatorio e men che mai di «neonazista». Che non lo capisca il gruppo «antifa» di Vattelappesca di sotto, è comprensibile. Ma che lo stesso avvenga da parte di antiche e prestigiose fonti del sapere, quali l’enciclopedia Treccani e l’accademia della Crusca, desta qualche preoccupazione.
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2026-04-23
L’emendamento sui rimpatri passa in Senato senza strilli: tre giorni dopo si desta il Colle
Ansa
Scandalo a scoppio ritardato (e sospetto) per un provvedimento simile a quello adottato da un sindaco nero e dem di New York, Eric Adams.
Ma perché l’emendamento della discordia sul riconoscimento agli avvocati di un bonus di 650 euro per ogni straniero che volontariamente decide di lasciare l’Italia è diventato un caso solo domenica? Il calendario dei lavori parlamentari ci racconta ben altro: l’emendamento Lisei, Occhiuto, Pirovano, Gelmini è stato approvato in Aula venerdì 17 aprile, e nessun intervento accenna a quel che pochissimi giorni dopo diventerà quello scempio ai diritti costituzionali di cui si sono riempiti la bocca tra i banchi dell’opposizione.
Il fatto diventa ancor più sospetto se si pensa che nemmeno in Commissione alcun esponente del Pd, dei 5 stelle, di Avs, di +Europa o dei centristi di Italia viva e di Azione solleva dubbi.
Insomma, tutto filava secondo il copione della normale, accesa dialettica parlamentare con la maggioranza che spingeva sul decreto Sicurezza e l’opposizione che lo respingeva in blocco. Ma nella girandola di interventi nessun passaggio sul bonus: nessuno se n’era accorto? E dire che sia in Commissione sia in Senato gli avvocati non mancano. Allora perché solo dopo l’approvazione il Consiglio nazionale forense si è dissociato, proclamando addirittura lo stato di agitazione? Perché quella norma per cui il sottosegretario Alfredo Mantovano è dovuto salire al Colle per un chiarimento, era passata come se nulla fosse sotto gli occhi dei senatori in Commissione e in Aula, così come dei collaboratori e dei tecnici che leggono e preparano i gruppi parlamentari? Perché ciò che sarebbe gravissimo adesso, non lo era nel dibattito parlamentare?
Non l’hanno visto, potremmo dire; e questo conferma l’attenzione con cui l’opposizione analizza gli atti dei lavori parlamentari preferendo gli show a uso di propaganda. Oppure nemmeno per l’opposizione era quello scandalo che, a scoppio ritardato, denunciano. Soltanto nella giornata di domenica dunque l’«attacco al diritto di difesa», il «passo verso l’Ice», la «taglia da Far West» (tanto per citare alcuni dei «commentini» diffusi dalla minoranza), è comparso sui monitor delle opposizioni, non nelle ore del dibattito parlamentare o nella fase di studio del pacchetto sicurezza e degli emendamenti.
Guarda caso, domenica è il giorno in cui il centrodestra articola le sue proposte sull’immigrazione: la Lega consuma la sua manifestazione sulla remigrazione e contro l’Europa, Forza Italia se ne dissocia preferendo lo ius scholae, e Fratelli d’Italia rilancia sul «modello Albania» come proposta vincente e da replicare nel piano Mattei (ora gli eredi del fondatore dell’Eni avrebbero pure le distanze e diffidano la Meloni a usare il nome di Mattei...). Qualcuno ha cercato l’incidente. Cosa sia successo in queste giornate è materia per retroscena interessanti, alcuni dei quali conducono al «solito» Quirinale, dove appunto si è consumato un confronto per un aggiustamento dell’emendamento, aggiustamento che pare sia stato trovato conservando il principio della premialità a favore degli avvocati ma estendendolo anche ad altri operatori/facilitatori delle procedure di rimpatrio volontario.
Ma veniamo al principio dell’incentivo. Davvero è così scandaloso incentivare un rimpatrio volontario? Non direi. E c’è un precedente interessante che ci porta a fine ottobre del 2023, a New York. Il sindaco della Grande Mela era un omone afro-americano e democratico, Eric Adams, alle prese con un afflusso di richiedenti asilo ingestibile: 130.000 arrivi in quell’anno; una cifra che la metropoli non riesce a gestire e assorbire. Cosa si inventa allora il sindaco di sinistra? Convincere i nuovi arrivati ad andarsene offrendo biglietti aerei (solo andata) per qualunque destinazione mondiale fosse di loro gradimento, «anche Australia, Sudafrica o Polinesia, ammesso che questi Paesi li accettino», scrivevano le cronache di quelle giornate. Questo nonostante lo statuto newyorkese imponesse - ieri come oggi - di «dare un tetto a chiunque ne ha bisogno». Allora, cari signori, pagare un biglietto aereo a spese dell’amministrazione si poteva fare mentre riconoscere a un avvocato un bonus, se il suo assistito decidesse di rimpatriare volontariamente, è «un atto da Far West», «un passo verso l’Ice»?
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Ansa
Ok della Camera al testo con la discussa norma sul bonus pro rimpatri per gli avvocati (che però verrà cancellato). Opposizioni critiche. I vannacciani: «È un dl timidezza».
L’aula della Camera ha approvato ieri in via definitiva il decreto Sicurezza, sul quale il governo ha posto la fiducia. I voti favorevoli sono stati 203, i contrari 117 e 3 gli astenuti. Il decreto contiene la norma al centro delle perplessità del Quirinale (e degli avvocati), ovvero quella che prevede il bonus di 615 euro per i legali i cui clienti scelgano il rimpatrio volontario, senza opporsi, e quella che assegna il compito di erogare il bonus al Consiglio nazionale forense.
Domani stesso si svolgerà un Consiglio dei ministri per varare il decreto «correttivo», che dovrebbe estendere il bonus anche ai mediatori e alle associazioni che assistono i migranti, e erogarlo (non più da parte del Cnf ma dello Stato) a prescindere dall’esito del procedimento, quindi sia nel caso che il migrante resti in Italia sia che accetti il rimpatrio volontario. «Il decreto correttivo», ha puntualizzato ieri il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, come riporta Askanews, «prevede quello che è stato anticipato: un correttivo di quelle che sono state le osservazioni, che ci sono pervenute dal Quirinale. Come abbiamo sempre fatto, noi teniamo in massima considerazione l’osservazione del Colle. Nelle intenzioni non c’era nulla di quello che si è detto, cioè immaginare un ruolo diverso da quello nobile dell’avvocato, categoria alla quale mi sono onorato di aver appartenuto nei primi anni post universitari, ci mancherebbe. Però abbiamo preso atto di questo», ha aggiunto Piantedosi, «e toglieremo quei riferimenti, questo non toglie che l’istituto è molto importante. Il decreto verrà fatto entro venerdì (domani, ndr)».
Manco a dirlo, le opposizioni hanno colto la palla al balzo per attaccare duramente il governo nel corso della discussione che ha preceduto il voto: «Ci siete riusciti», ha detto il leader del M5s Giuseppe Conte, «ci avete davvero stupito con questa norma che avete inserito in questo decreto, qualcosa di incredibile, di surreale. Ancora ieri Giorgia Meloni però ha precisato è una norma di buonsenso. Allora, ricapitoliamo. Credo che anche a voi colleghi della maggioranza sia capitato di andare da un avvocato, cercare un avvocato per riparare i torti che avete subito, per cercare difesa e protezione per le vostre ragioni. E che cosa avete cercato in quell’avvocato? Comprensione, lealtà, diligenza, massima attenzione per difendere le vostre ragioni. Ora con questa norma», ha aggiunto Conte, «è come se il vostro avvocato, con cui avete un rapporto fiduciario, venga contattato dal vostro avversario in giudizio che gli promette e addirittura gli consegna dei soldi per convincerlo a farvi aderire a una soluzione che è contraria, in ipotesi, ai vostri interessi di cliente. Sapete una fattispecie del genere come si chiama? Ricorre in due reati. Il reato di patrocinio infedele e di corruzione. State costringendo gli avvocati a commettere due reati». «Siete voi stessi», ha sottolineato il deputato di Avs Federico Zaratti, «che dite che l’articolo 30 bis del decreto Sicurezza è incostituzionale.
Con quale coraggio venite a chiedere al Parlamento di metterci la faccia e votare un decreto con una norma chiaramente incostituzionale?». Per Fabrizio Benzoni di Azione «questo è un provvedimento totalmente fuffa che ci dice ancora una volta cos’è questo governo che parte dai tweet ma non va nel concreto». «Nonostante sia un provvedimento sbagliato», ha affermato la vicepresidente vicaria del gruppo Pd alla Camera, Simona Bonafè, «vanno avanti lo stesso, combinando anche un pasticcio istituzionale. Il Parlamento si appresta ad approvare un decreto che contiene una norma incostituzionale, quella che prevede compensi agli avvocati per favorire i rimpatri volontari dei loro assistiti, su cui il Colle ha già espresso rilievi negativi».
Difende la legge il centrodestra: «Il gruppo di Forza Italia», afferma il deputato Pietro Pittalis, «sostiene convintamente e senza ambiguità questo provvedimento sulla sicurezza perché risponde a una domanda reale che arriva dal paese. L’equilibrio non è stare fermi come pretende la sinistra. È decidere ed intervenire. E mentre qualcuno minimizza, noi scegliamo di stare dalla parte di chi ogni giorno lavora e chiede semplicemente di poterlo fare senza paura». «Chi viene nel nostro Paese per lavorare e per farlo crescere può rimanere, gli altri devono tornare a casa loro», argomenta il deputato della Lega Gianangelo Bof, «diamo il gratuito patrocinio a chi vuol fare ricorso per rimanere nel nostro Paese anche se non ne ha diritto e, però, poi ci scandalizziamo se diamo un contributo per aiutare le pratiche per chi liberamente sceglie di tornare a casa propria. Questo non è non è un reato è una parificazione».
«Nel decreto», ha sottolineato il deputato di Fdi Giovanni Maiorano, «ci sono tanti strumenti operativi, soprattutto per la tutela delle nostre forze dell’ordine. Noi scegliamo di stare dalla parte dei cittadini onesti, di chi indossa la divisa, dalla parte della sicurezza e della legalità. Voi», ha aggiunto, rivolto al centrosinistra, «avete deciso ancora una volta di votare no a tutto questo». Voto contrario anche da Futuro Nazionale di Vannacci: «Questo è un decreto blando, timido», ha affermato il deputato di Fnv Rossano Sasso, «anziché sicurezza potremmo chiamarlo decreto timidezza. Servirebbe il pugno duro, non un provvedimento come quello partorito dal centrodestra moderato. Finché non farete qualcosa di destra non potremo votare la fiducia a questo governo. Non vogliamo far vincere la sinistra ma se la coalizione di centrodestra moderata non ci vuole siamo pronti ad andare anche da soli».
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