- Attrezzatura, imbarcazioni, viaggi, alloggi ed eventi: secondo i dati diffusi dalla Fipsas, l’indotto di tutte le attività correlate a questa disciplina arriva a 2,8 miliardi di euro. In Italia si contano 2 milioni di pescatori sportivi, di cui 180.000 associati ai 3.043 club della Federazione.
- Da Nord a Sud ecco dove si può pescare. Tra le regioni più attrezzate Lombardia, Trentino Alto Adige, Lazio e Sardegna.
Lo speciale contiene due articoli.
Un antico proverbio cinese recita: «Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno. Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita». Quella della pesca è una delle attività più antiche di sempre, utilizzata dall’uomo come metodo di sopravvivenza per sfamarsi. Tutti i popoli e le prime civiltà Con il passare dei secoli, poi, si è giunti all’evoluzione di questa tecnica a livello sportivo e ricreativo. Secondo alcuni aneddoti, già in Giappone nel IX secolo a.C. e in Europa, nell’attuale Macedonia del Nord, si utilizzava la pesca a fini di svago. Il filosofo e scrittore romano Claudio Aeliano vissuto tra il 175 e il 235 a.C, in uno dei suoi scritti, Sulla natura degli animali, raccontava di prove di pesca a mosca. Altro riferimento storico, maggiormente documentato, risale al 1066 in Inghilterra, mentre con l’invenzione della stampa a caratteri mobili di Johannes Gutenberg nel 1455 e la successiva pubblicazione del volume The compleat angles si può circoscrivere l’avvio ufficiale della pesca sportiva.
Una canna, un amo, un secchio, e tanta pazienza. Sono fondamentalmente questi gli attrezzi del mestiere. Un mestiere e una passione che coinvolge sempre più persone e che genera numeri non indifferenti. Come diffuso lo scorso anno dalla Fipsas – Federazione italiana pesca sportiva e attività subacquee – in Italia ci sono 3.043 società e 180.000 soci, di cui 100.000 iscritti ai rispettivi club e i restanti 80.000 associati singolarmente. Ma in totale, nel nostro Paese si contano più di 2 milioni di pescatori sportivi. Dati importanti che pongono la pesca sportiva tra le attività agonistiche più diffuse e praticate in Italia dopo gli sport di squadra e che generano un giro d’affari notevole. Tutto l’indotto economico, comprese le imbarcazioni, i viaggi, gli alloggi, gli eventi, tutta la strumentazione necessaria – sono collocati su tutta la Penisola più di 600 negozi specializzati in articoli da pesca – equivale a una cifra di 2,8 miliardi di euro.
Quando si parla di pesca sportiva, però, occorre prima di tutto chiarire che in quanto attività agonistica, chi la pratica non lo fa per necessità alimentari tantomeno per trarre guadagno dal pescato. In seconda battuta, bisogna poi specificare a cosa ci si riferisce, perché questa disciplina si suddivide in tre categorie, ossia pesca di superficie, subacquea e dalla barca.
C’è poi il grande tema etico. Prerogativa imprescindibile per chi intende dedicarsi alla pesca sportiva è mettersi in condizioni di parità con la preda e quindi con i pesci, in quanto non si pesca con l’obiettivo di nutrirsi o di trarre profitto vendendo il pescato come fanno i pescatori, ma per raggiungere il traguardo sportivo che consiste nella cattura del pesce, poi rilasciato in acqua, come indicano le recenti pratiche denominate no-kill e catch & release, ossia «pesca senza uccidere» e «cattura e rilascio». Per praticare la pesca sportiva, infatti, serve rispettare delle regole, come in ogni sport del resto. Regole tradotte dall’ordinamento giuridico italiano con limitazioni e multe da un minimo di 1.000 euro in caso di trasgressione, per salvaguardare l’ambiente marino. Pescare più del consentito e vendere il pescato sono solo due tra le infrazioni più frequenti.
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