La storiella del calabrone che, secondo le leggi dell’aerodinamica, non potrebbe volare è un’amenità, ma trionfa magnificamente nello spirito. C’è quel delizioso fascino del paradosso: una creatura che ignora le circolari di Kant, non s’informa sui manuali e rifugge i modelli previsionali. Eppure, sbatte le alucce. Forse perché il reale si ostina a non coincidere con le nostre previsioni da circolo del bridge.
E poi, i calabroni non sono mica tutti uguali. Nemmeno vestono la solita livrea giallonera. A Roma per esempio sfoggiano il biancoceleste. E volteggiano nella classifica di Serie A – primi a pari con l’Inter – a dispetto dei bilanci grami di bottega, delle curve in perenne fibrillazione e dei giapponesi stalker.
Ma sia chiaro: quella della Lazio, fresca di un trionfo tennistico per 6-2 al Mapei Stadium contro il Sassuolo, non è una favola pedagogica. Anzi, dopo l’esordio in Coppa Italia col Mantova, sembrava una cupa tragedia elisabettiana. Oggi invece pare una commedia patafisica.
Tanto per citare una bizzarria gustosa: contro il Sassuolo è andato in gol pure Romano Floriani Mussolini, pronipote del duce col braccio teso nel frame del fuorigioco, e in pochi hanno notato il contrappunto d’alta classe per cui a raccogliere il pallone in fondo alla rete emiliana c’era un portiere di nome Turati. Mussolini che fa gol a Turati: se la terna arbitrale si fosse chiamata Mazzini-Armellini-Saffi avremmo avuto la riprova che lassù, nel backstage del cosmo, un Demiurgo sbarazzino si diverte a scompigliare le carte.
La favola della Lazio di Gattuso
I numeri poi sono ancor più sbarazzini: 25 punti tondi tondi nelle prime nove giornate, otto trionfi e un solo pareggio (quel 2-2 casalingo col Milan che sembra un’eccezione pensata per non confermare alcuna regola). È la partenza più sfolgorante nella storia ultracentenaria del club capitolino. Il ruolino bagna il naso ai fasti di Sven-Göran Eriksson nell’anno 1999/2000, consegnando oggi a un Gennaro Gattuso in versione Napoleone la vetta.
Ma la stagione si era aperta nel peggiore dei modi: un ceffone col Mantova da far saltare i gemelli da polso, preludio al calvario dopo il crepuscolo dell’era Sarri. Poi la sberla si è tramutata nella scintilla d’ingegno: sganciata dall’usura delle coppe, Formello è diventata un cenobio monastico dove Ringhio, con cocciutaggine da calabrone-calabrese tignoso si è congedato dalle ombre della nazionale, cercando di migliorare il suo curriculum di allenatore non certo vittorioso.
La tentazione sarebbe di liquidare il fenomeno riducendolo alla lavagna tattica: ne uscirebbe una squadra che parla una lingua comune, un esperanto del gol: sei pappine al Sassuolo, uno 0-3 sfacciato alla Juventus nel salotto torinese. Non semplici partite vinte, manifesti d’esistenza.
Mandas para i tiri come un portiere d’essai; Provstgaard e Sutalo blindano la retroguardia; Belahyane dà il tempo al centrocampo. Taylor, scivolato nei sotterranei della rosa per qualche capriccio di troppo, è ora un totem insostituibile. Davanti, Noslin sorprende, Isaksen ritrova le sue traiettorie a giro, Zaccagni indossa la fascia con grazia da primattore.
Le tempeste che sconquassano il club
Ma il paradosso va oltre il campo. La Lazio è prima con un mercato estivo a saldo zero. Le partenze di Romagnoli, Gila, Provedel e Castellanos avrebbero dovuto rimpinguare le casse di oltre 17 milioni di plusvalenze; gli acquisti, tra parametri zero e prestiti con diritto di riscatto, tra Frattesi, Gudmundsson, Sutalo, Pinamonti, Doekhi e Pedraza, formano un mosaico degno di un rigattiere accorto.
Il dogma contabile di Claudio Lotito dipinge una società votata alla prudenza notarile: factoring sui crediti, perdite negli esercizi e la rivalutazione di Formello a fare da scenografia a una prudenza che rasenta l’ascetismo.
E fosse solo quello. C’è pure la contestazione dei tifosi sulle barricate: all’Olimpico, imperversa il deserto spettrale come un teatro in cui gli abbonati hanno disertato la prima; le trasferte invece sono stracolme, con 10.000 laziali stipati a Reggio Emilia a urlare il loro amore.
E poi la chicca surreale: un tifoso giapponese in pellegrinaggio con il cartello «Lotito vattene», perfetta icona pop di una contestazione globale, che ogni giorno su Instagram sfoga i suoi bollori verso il patron con rigore nipponico.
Dove potrebbe arrivare davvero la Lazio
Non scordando le cronache: la Procura di Roma sta indagando Luigi Bisignani, gran maestro delle tessiture parlamentari occulte, insieme ai vertici della Banca del Fucino Mauro Masi e Francesco Maiolini, per un presunto piano volto a costringere il presidente a cedere la società. Secondo l’accusa, sarebbero state diffuse notizie false su possibili acquirenti del club attraverso articoli e social, con l’obiettivo di influenzare il titolo in Borsa. Bisignani ha respinto ogni addebito, sostenendo di aver agito per aiutare Lotito.
Vicende da maneggiare con i guanti, ma intanto rieccolo qui, il calabrone biancoceleste: vola mentre intorno ci si accapiglia sulle ali, sul carburante, sulla sostenibilità del nido e sul malumore degli ospiti di casa.
C’è già chi evoca lo scudetto quasi fosse un nuovo miracolo Leicester (raffronto in verità peregrino), mentre Gattuso fissa la pista d’atterraggio con pragmatismo disincantato: «Per ora puntiamo a salvarci». Con la salvezza in tasca, Lotito potrebbe peraltro cedere gli ultimi pezzi pregiati, chiudendo l’anno con un utile robusto e un sorriso sornione. Sempre che la truppa non decida di rallentare, di pagar pegno agli infortuni o di scoprire che il lusso di giocare una sola volta a settimana, alla fine, non basti a reggere il confronto con i giganti d’Europa.
Ma, come si diceva all’inizio, il calabrone laziale vola libero solo quando non si pone quel genere di domande.
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