Coppa Italia, la rivoluzione parte dai dilettanti: «Facciamo giocare tutti»
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È vero, se uno pensa alla propria squadra del cuore, la prima competizione che vorrebbe vincesse in Italia è la Serie A. Anche perché di squadre nostrane in grado di competere per sollevare la Champions League, al momento, non se ne vede nemmeno l’ombra.

È pur vero che, a livello nazionale, esiste un altro trofeo (lasciando perdere la Supercoppa Italiana che è di nicchia e dove giocano solamente due squadre). Spesso ci si dimentica oramai dell’esistenza della Coppa Italia. 

Un tempo, quando il vincitore di questa competizione poteva giocarsi la prestigiosa Coppa delle Coppe, trofeo che vedeva scontrarsi le vincitrici della coppa nazionale di ogni Paese europeo, ci si pensava maggiormente. Aveva un peso diverso, non pari alla Serie A ma certamente superiore rispetto all’importanza quasi nulla che le si attribuisce oggi. Nel 2026, la Coppa Italia viene ritenuta a malapena la mesta consolazione per una stagione deludente in campionato, e vi si pensa solo in ottica di eventuali double o triplete.

Per questo, l’associazione di promozione sociale attiva Più Democrazia in Trentino ha lanciato su Change.org la petizione «La Coppa Italia è di tutti», con l’obiettivo dichiarato di avere più squadre, più territori, più giovani e più partecipazione.

La proposta di riforma della Coppa Italia

Alex Marini, presidente del movimento, ha illustrato il programma presentandolo come una vera e propria riforma calcistica: «La proposta parte da un principio semplice: il calcio italiano non vive soltanto nella Serie A, ma anche nelle società di provincia, nel dilettantismo, nei settori giovanili, tra allenatori, arbitri, volontari, famiglie e tifosi. Per questo la Coppa Italia potrebbe essere resa più aperta alla piramide calcistica, attraverso preliminari territoriali ed estivi, ingresso progressivo delle diverse categorie e un maggiore collegamento con le competizioni regionali».

«L’iniziativa», ha aggiunto «guarda alle esperienze già esistenti in Inghilterra, Francia, Germania e Spagna, dove le coppe nazionali coinvolgono in forme diverse un numero molto più ampio di società e creano occasioni di incontro tra club di livelli differenti. La riforma potrebbe inoltre diventare uno strumento per valorizzare i vivai, incentivare l’impiego dei calciatori formati nel sistema italiano e favorire una maggiore redistribuzione di visibilità e risorse verso il calcio di base».

Più Democrazia in Trentino ha chiesto dunque a Figc e Lega Serie A di parlare concretamente di questa «proposta pubblica, documentata e sostenuta dalla comunità calcistica». Ha inoltre sottolineato che non intende imporre un regolamento, ma «aprire un confronto. Una coppa più aperta non toglie valore alle grandi squadre: aggiunge valore a tutte le altre. La Coppa Italia è di tutti. Facciamoli giocare».

Insomma, non ci sarà più una Coppa delle Coppe a cui puntare per il vincitore, e la Supercoppa Italiana non avrà forse un fascino irresistibile. Ma una Coppa Italia dove ci sia un po’ più di spettacolo e dove si costruisca il futuro del nostro calcio sarebbe già un bel passo in avanti.

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