Cognome e nome: Mancini Roberto. Jesi, Ancona, 1964.
Ha riabbracciato la Nazionale dopo essersi cosparso il ciuffo di cenere, causa fuga in Arabia dove in due anni l’hanno ricoperto d’oro: «È come quando da innamorato perdi la donna della tua vita, vuol dire che hai commesso degli errori e fatto qualcosa di sbagliato, mi dispiace», e amen.
Ha una mission impossible: far disputare il prossimo Mondiale all’Italia, l’ultimo fu quello del 2014. Curiosità: lui non ci ha mai giocato. «Enzo Bearzot mi escluse nel 1986 perché non chiesi scusa (il Vecio lo aveva beccato a fare le ore piccole durante una trasferta Usa, era andato allo Studio 54 di New York con Marco Tardelli, nda). Nel 1990 Azeglio Vicini mi convocò senza mai schierarmi in campo».
«Arrigo Sacchi mi lasciò fuori nel 1994 perché non tornai sulla decisione di autoescludermi (accusò il ct di non essere stato ai patti, dopo che lo aveva indicato come “riserva” di Roberto Baggio: “Ho chiuso, non mi chiami più”, nda). Risultato: non ho fatto neanche un minuto di un Mondiale, e la trovo un’assurdità anche se in buona parte la colpa è mia» (a Paolo Condò per la copertina di GQ nel 2018).
Il Mancio. Il condottiero che ha guidato gli azzurri all’imprevista vittoria agli Europei 2021, con a seguire il ricevimento al Quirinale. Il generalissimo che però non li ha portati ai Mondiali 2022 in Qatar. Adesso speriamo tutti nell’appuntamento del 2030. Salvo eccezioni.
Ci sono infatti personaggi che, sottovoce, ti confessano di tifare «contro»: «Così Mancini e Giovanni Malagò imparano» (l’umiltà, sarebbe il sottinteso). Perché il Mancio è stato imposto ai presidenti di serie A (che volevano Antonio Conte) da atto d’imperio di «Megalò», commissario di sé stesso nella scadente, quanto imbarazzante, vicenda Coni-Figc, una commedia dell’assurdo degna del miglior Eugène Ionesco.
Tanto da far dire ad Alessandro «Spillo» Altobelli, campione del mondo 1982: «Se volessi fare l’allenatore mi iscriverei all’Aniene (il circolo romano “regno” da decenni di Malagò, nda). I nuovi vengono tutti da Roma (c’è anche Claudio Ranieri direttore tecnico, nda), dallo stesso ambiente, e sono amici. Per carità, tutti e tre bravissimi, quindi non parlerò di amichettismo. Il problema è il metodo. Ma in Italia sappiamo come funziona».
«Il perdente Mancini, scappato per soldi in Arabia Saudita, ritorna a testa bassa, malconcio e azzoppato perché, dopo Wembley, è stato il generale in fuga dell’Italia battuta. Un badogliano, lo bollerebbe il fascistone Roberto Vannacci», gli ha fatto eco Francesco Merlo su Repubblica.
«Mancini è il ritratto del predestinato che si sente piuttosto fico e autorizzato perciò a fare tutto quello che gli garba di più: è uno capace di unire il talento – luminoso sia da calciatore che da allenatore – alle buone maniere, dietro cui nasconde furbizia, presunzione, spregiudicatezza, ipocrisia.
Azzecca l’iscrizione nel circolo giusto, l’Aniene, leggendario luogo di potere sul Tevere, con memorabili tornei di calcetto dove confeziona assist al bacio per Malagò, il presidente», così Fabrizio Roncone sul Corriere della Sera.
Perfino Condò, legato da amicizia di lunga data con il Mancio, non è stato tenero: con la sua scelta come ct, Malagò «ha spostato in avanti il limite della decenza: da oggi puoi abbandonare l’Italia 27 giorni prima di gare che contano per andare a prendere un ingaggio fiabesco in Arabia Saudita, 50 milioni tra compenso e buonuscita, e tornare a Coverciano come se nulla fosse».
E se pure poi avverte: «Non facciamo i moralisti con i soldi degli altri, l’offerta saudita era oggettivamente enorme, non critichiamo Mancini per averla accettata», la sentenza è inappellabile: «Quello che ci resta inconcepibile è come si possa pretendere di tornare sulla panchina tradita una volta che la vita di Riad ti è venuta a noia, perché già al momento di sostituire Luciano Spalletti, poco più di un anno fa, Mancini si era riproposto in tutti i modi a Gabriele Gravina, all’epoca capo della Figc, venendone stoppato anche per l’intervento di Gianluigi Buffon, identico in questo a Paolo Maldini, e non è certo casuale il comune sentire di due monumenti della storia azzurra».
Il contropelo più abrasivo gliel’aveva già fatto nel 2023 il sito specializzato Rivista11: «Mancini ha attraversato il calcio italiano da protagonista. Non proprio da primattore, sempre il personaggio incompreso. Controverso. Ombroso. Sfuggente.
Da prima pagina, ma mai realmente l’uomo attorno a cui costruire un film. Il suo è sempre stato il ruolo del controcorrente. Ma non nel senso di scomodo. Men che mai contro il potere. Più nel senso di capriccioso. Fino all’addio alla Nazionale in piena estate.
Alla sua maniera, da vittimista, da complottista, con tanto di accuse al mondo. In realtà la verità sembra molto più banale: ha ricevuto un’offerta che in tutto il globo avrebbero rifiutato in cinque-sei. Ha salutato e se n’è andato».
Da giocatore lo ricordiamo, in coppia con l’amico di una vita Gianluca Vialli, nella Sampdoria dello scudetto del presidente Paolo Mantovani, che dirà: «Senza Mancini non mi diverto». In 15 anni (1982-1997) a Genova conquista due record: presenze, 566, e marcature, 173. Approderà poi alla Lazio, dove realizzerà un gol indimenticabile, il suo 150°, contro il Parma nel gennaio 1999.
«Mancini, tocco divino», si esaltò la Gazzetta dello Sport. Sven Goran Eriksson, suo allenatore: «Vedere giocare Mancini vale il prezzo del biglietto». Calcio d’angolo di Sinisa Mihajlovic, Mancini corre verso la palla all’angolo destro alto dell’area piccola, e poi la «zampata» capolavoro: un colpo di tacco spalle alla porta, e rete.
Elegante dentro e fuori dal campo, il Mancio. Attento all’outfit e al look. Una cura che l’ha portato ad ardite variazioni armocromatiche, quanto ai capelli, 50 sfumature di grigio-mogano, o giù di lì. Senza dimenticare – si è sempre inzigato – il ricorso ai «ritocchini».
Nel giugno 2020 Dagospia arrivò a descrivere «il curioso caso di Benjamin Mancini» (riferimento al film con Brad Pitt – Benjamin Button: con l’età ringiovanisce, anziché invecchiare): «Ieri sera è apparso stirato come un polsino, lucido come un bidet, con mimica pietrificata. Più passano gli anni e più calano le rughe».
Per poi concludere: «Segnaliamo anche un’indecisione sul colore della “cofana”: il ciuffo varia a seconda delle stagioni, dal rossiccio al castano, senza rinunciare alla frezza bianca».
Sarà forse per questo suo essere azzimato che, durante un Napoli-Inter nel gennaio 2016, l’allenatore dei partenopei Maurizio Sarri, emblema della, per dir così, rude virilità, se ne uscì con un’espressione indegna.
Per invitare alla calma il collega, gli dà del «gay», titoleranno pudici alcuni giornali. Macché: «Mi ha chiamato frocio, finocchio. Sono orgoglioso di esserlo se lui è un uomo. Si deve vergognare».
Sarri si scuserà in privato e in pubblico, «ero nervoso, per me sono cose da campo che finiscono lì». Per il giudice sportivo, no: due turni di squalifica e 20.000 euro di multa per «epiteti pesantemente insultanti». Ma senza l’aggravante della discriminazione.
In sostanza: Sarri non è omofobo perché Mancini non è gay (nel calcio siamo sempre dalle parti di Ionesco).
Al netto della «lasagnona» araba, Mancini ha sempre saputo monetizzare le sue capacità. Nel 2016, l’Inter lo esonera per la seconda volta e vorrebbe le dimissioni. Mancini risponde picche, non intende rinunciare al contratto da 5 milioni netti, si accordano per chiudere la pratica, e lui esce con 3 milioni di «liquidazione».
Ancor meglio gli era andata la volta precedente, dopo aver allenato i nerazzurri dal 2004 al 2008. Lo sostituiscono con Josè Mourinho, Mancini resta fermo un anno percependo comunque lo stipendio (milionario). La rescissione del contratto arriva l’anno dopo, 8 milioni di euro la generosa buonuscita.
Ci sarebbe poi er pasticciaccio brutto con il Manchester City, che avrebbe aggirato le regole sul fair play finanziario per pagarlo di più, con una triangolazione con un club di Abu Dhabi, che gli riconosceva un compenso da 2 milioni l’anno per quattro giorni di attività di consulenza (La Verità ne ha scritto il 27 settembre scorso).
Il procedimento riguarda la società, non lui, che si è sempre limitato a replicare: «Ho pagato le tasse. È tutto in regola». «In regola» è stato anche giudicato il suo coinvolgimento nel crac della Img Costruzioni di Roma, di cui era socio.
Nel rito abbreviato, assistito dall’avvocato Carlo Longari (uno dei legali di Malagò), il gup lo assolve dall’accusa di bancarotta fraudolenta perché «il fatto non sussiste».
Sussistono invece le immagini di una rissa con Mario Balotelli, un rapporto odi et amo, «gliel’ho detto mille volte: Mario, stai sprecando un talento enorme».
Gennaio 2013. Durante una partitella di allenamento del Manchester, Balotelli entra duramente sul compagno Scott Sinclair. Al suo rifiuto di fare ammenda, Mancini lo prende per la pettorina urlandogli in faccia. Saranno divisi a fatica. È stata l’unica volta che al Mancio si è scompigliato il ciuffo.
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