A Peonis, un piccolo centro del Friuli lungo il fiume Tagliamento, è il mattino del 3 giugno 1927. Un ciclista giace gravemente ferito dopo una caduta. Perde sangue dal naso e dalle orecchie e ha una spalla fratturata.
Lo trova un contadino di passaggio che lo trasporta alla vicina osteria da «Bepo». Viene adagiato sul tavolone della cucina dove è visto dall’ostetrica del paese. È troppo grave. Viene trasportato su un carro a cavalli all’ospedale di Gemona, dove giunge in coma.
Quell’uomo agonizzante era Ottavio Bottecchia, uno dei più grandi campioni del ciclismo di tutti i tempi. Morirà di lì a poco per la frattura della base cranica il 15 giugno 1927. Aveva solo 33 anni e una storia sportiva di fama mondiale alle spalle, oltre che una vita, seppur breve, a dir poco unica.
Si dice che durante l’agonia si riviva la propria vita come in un film: chissà se Bottecchia, steso sulla strada sterrata ferito a morte, si ricordò del suo lavoro di muratore, delle sue gesta di bersagliere ciclista durante la Grande Guerra, dei trionfi sulle strade del Tour de France?
La vita del grande campione, il «furlan de fèro» (friulano di ferro), era cominciata a San Giovanni di Livenza, nel Veneto al confine con il Friuli, il 1°agosto 1894.
La sua era una famiglia contadina numerosa e poverissima: ottavo di dieci figli, non finì neppure le elementari contribuendo al sostentamento della famiglia come muratore fin da ragazzino.
Dalla Grande Guerra al Tour de France, la scalata del «furlan de fèro»
La bicicletta la conobbe solo nel 1914, quando fu chiamato al servizio militare di leva nel 6° Bersaglieri ciclisti di Bologna, dove fu in seguito inviato in teatro di guerra in sella alla sua Bianchi su cui era montata la mitragliatrice Fiat-Revelli.
Al fronte, Bottecchia fu tutt’uno con la sua bici, guadagnò una medaglia di bronzo sul Piave, dopo la ritirata di Caporetto. Prigioniero per tre volte degli austriaci, colpito dalla malaria e intossicato dai gas, riuscì a fuggire altrettante volte.
Smobilitato nel 1919, Bottecchia riprese a fare il muratore e contemporaneamente iniziò ad allenarsi in bicicletta per le strade di campagna del suo Friuli, stanco del lavoro di muratore e carrettiere.
Si unì alla società dilattantistica U.s. Pordenone, con la quale cominciò a trionfare nelle gare locali. Nel 1923 partecipò al giro di Lombardia come «isolato», cioè corridore senza una squadra alle spalle, giungendo 5°assoluto. Il risultato eccellente lo portò agli occhi dei direttori di gara che l’anno successivo lo videro 5° assoluto al Giro d’Italia e primo tra gli isolati.
Due «Tour» vinti e un ritiro: l’alba e il tramonto di un campione
Si fece avanti allora Henri Desgrange, il padre del Tour de France, che lo consigliò alla squadra cisalpina «Automoto». Il pistard e giornalista francese ci vide lungo, perché Botescià come lo chiamavano i tifosi francesi, vincerà due Tour consecutivi, nel 1924 e 1925. Nel primo, il «furlan de fèro» indossò la maglia gialla dalla prima all’ultima tappa, mentre nel secondo lottò con il campione belga Adelin Benoît, trionfando alla fine del Tour con 54 minuti di vantaggio sul secondo, il compagno di squadra Lucien Buysse.
Il Tour del 1926, dopo i trionfi da record degli anni precedenti che lo resero un idolo tra gli emigrati italiani in Francia e famoso nel mondo, fu un incubo a causa di un meteo fortemente avverso e ad una forma atletica non ottimale che lo spinse al ritiro. La tragica tappa sui Pirenei da Bayonne a Luchon del 6 luglio 1926 fu l’ultima apparizione di un Bottecchia semiassiderato dalla bufera e in lacrime.
Voleva rifarsi nel 1927, allenandosi per le strade del suo Friuli. E qui la storia ritorna sulla terra polverosa della strada di Trasaghis il 3 giugno 1927: una bicicletta e un campione agonizzante.
La morte di Bottecchia, dall’ipotesi fascista al mistero della frutta rubata
Sulle cause della morte, ufficialmente attribuita ad un malore precedente la caduta, si sono fatte molte ipotesi, più o meno fantasiose. Naturalmente non sono mancate le voci «complottiste». Quella più insistente, mai confermata, fu quella dell’aggressione per mano di fascisti locali.
La tesi fu amplificata dal fatto che il fratello di Bottecchia, Giovanni, morì poco prima investito dall’automobile del gerarca Franco Marinotti con il quale Ottavio avrebbe avuto un alterco sul risarcimento.
Un’altra tesi, ancora meno credibile, fu quella che attribuiva la morte del campione alla reazione incontrollata di un contadino dopo che Bottecchia avrebbe rubato della frutta nella sua proprietà. Seguirono altre storie, come quella della vendetta di mafia accennata sul letto di morte da un emigrante italiano a New York, secondo il quale Bottecchia sarebbe entrato in un giro di scommesse illecite.
Nessuno sa come sono realmente andate le cose, al di là degli effetti reali del trauma. Ma il grande campione, sbocciato e appassito rapidamente tra le due guerre, rimarrà nel mito del ciclismo mondiale.
E nel marchio prestigioso di biciclette made in Italy che ancora oggi portano il suo nome, grazie al sodalizio che Ottavio Bottecchia strinse con l’imprenditore veneto Teodoro Carnielli, uno dei primi a scoprire e a sostenere l’eccezionale talento del «furlan de fèro».