- Gli Azzurri esordiscono a Roma contro la Turchia e portano una ventata di entusiasmo dopo un anno e mezzo di sofferenze.
- La Uefa vieta lo slogan della rivolta ma approva la mappa col territorio conteso ai Russi.
Lo speciale contiene due articoli.
«Proviamo a vincerle tutte». L’aveva buttata lì come un dribbling impossibile dei suoi; aveva lanciato la profezia, Roberto Mancini, al primo minuto dell’arrampicata verso la qualificazione europea. E la sua giovane Italia ne ha vinte 10 su 10, con 37 gol fatti e soli 4 subiti. «Proviamo a vincerle tutte», adesso replica la frase portafortuna. Farlo significherebbe arrivare alla finale di Wembley. Forse è stupefatto lui per primo, di sicuro entusiasta come milioni di tifosi che dopo sette anni di oscurità ritrovano una Nazionale da amare. Occhi chiusi e inno di Mameli stasera all’Olimpico (ore 21 su Raiuno e Sky), in una Roma deserta non per l’emergenza sanitaria, non per i diktat di Roberto Speranza, non per la paura che ci ha attanagliato per 15 mesi. Ma deserta – dai Fori Imperiali al Colosseo, da Trastevere al raccordo anulare – perché gioca l’Italia. Finalmente nell’aria c’è profumo di normalità.
Sarà un bel ritrovare i gesti consueti; il collegamento in diretta, la birra gelata e la fantozziana frittatona di cipolle. Gli azzurri a centrocampo che stonano Fratelli d’Italia, meglio prima che durante. Andrea Bocelli rimetterà in riga le note, il presidente Sergio Mattarella in tribuna proverà a imitare Sandro Pertini. E poi il fischio d’inizio dell’arbitro Danny Makkelie, severo poliziotto olandese, per la sfida inaugurale contro la Turchia. Forse nel ricordo dello sgarbo di Recep Erdogan a Ursula Von der Leyen, L’Uefa ha designato come quarto uomo una donna, la francese Stéphanie Frappart che opererà proprio di fianco alla panchina della mezzaluna.
È l’ultima delle curiosità di un Europeo distribuito sul continente, che arriva un anno dopo la calendarizzazione ufficiale e che dovrebbe chiudere definitivamente la guerra di religione tra Alexander Ceferin e i ribelli della Superlega. Dopo avere minacciato fucilazioni alla schiena per due mesi, il presidente del calcio ha deciso di sospendere il giudizio e di non creare scosse telluriche alla prossima Champions. I bilanci continuano ad essere voragini, ma adesso tutti in tribuna a guardare le partite.
Risollevatasi dagli abissi dell’eliminazione mondiale contro la Svezia, l’Italia è finalmente una Nazionale da tifare, da vivere. Giovane, votata all’attacco, costruita dal ct Mancini per non abbassare lo sguardo di fronte a nessuno, fin qui ha battuto squadre deboli o medie, eccezion fatta per l’Olanda castigata ad Amsterdam nella notte del grande ruggito. Presto sapremo se strutturale o casuale. L’Italia è intensa come piacerebbe ad Arrigo Sacchi e veloce come l’Inter di Antonio Conte; due caratteristiche che la rendono imprevedibile per chiunque. Se in partenza la Francia di Kylian Mbappè e Karim Benzema (più altri cinque o sei fenomeni), il Belgio di Romelu Lukaku e Kevin De Bruyne (malconcio), la tostissima Spagna e la mai perdente Germania sono considerate un gradino sopra, questa volta la Nazionale può andare avanti a testa alta.
L’Italia ha il volto di 26 ragazzi, non di 11. Tutti si ritengono intercambiabili, anche se non è vero ed è bravo Mancini a farlo credere a loro. Tutti convinti che oggi il calcio si giochi partendo dal basso per non sprecare palloni, per attirare gli avversari e per ovviare alla mancanza di centimetri e chili nei confronti delle squadre più forti. L’Europeo si disputa con un anno di ritardo e questo ci favorisce, sono molti i protagonisti con più certezze. Jorginho ed Emerson Palmieri ci arrivano con una Champions League vinta, Nicolò Barella e Alessandro Bastoni con lo scudetto sul petto, Alessandro Florenzi dopo aver marcato Mbappè in allenamento per 12 mesi, Gianluigi Donnarumma con un’altra stagione di esperienza sulle giovani spalle. Giorgio Chiellini ha solo un anno in più e parla da veterano: «Vogliamo vivere il torneo con entusiasmo e un pizzico di follia».
Esperienza e leggerezza. La difesa sembra ermetica, collaudata proprio con Chiellini e Leonardo Bonucci (ma Francesco Acerbi, Bastoni e Rafael Toloi sono pronti), affidabile sulle fasce dove Florenzi e Leonardo Spinazzola sono naturalmente pronti a spingere e a supportare il centrocampo. Due i motori, Jorginho e Marco Verratti (o Manuel Locatelli), più l’incursore atomico Barella al quale Mancini chiede di diventare l’uomo in più. Davanti Lorenzo Insigne, Ciro Immobile e Domenico Berardi, con la speranza che vedano la porta un po’ più spesso che in passato. Se proprio dobbiamo trovare due difetti, sono l’era geologica della difesa titolare e l’assenza di un bomber. Ma la squadra è solida e completa, anche se nelle ultime due settimane è stata bersagliata dagli infortuni. Prima Mancini ha dovuto rimandare a casa l’interista Stefano Sensi, sostituito dall’atalantino Matteo Pessina; ieri è stato costretto a chiamare in fretta Gaetano Castrovilli per rimpiazzare il romanista Lorenzo Pellegrini, messo fuori causa da uno stiramento alla coscia. Perdita pesante.
Il Gruppo A è abbordabile (se non si battono Svizzera e Galles meglio andare al mare), però la Turchia è un test pericoloso soprattutto in attacco. L’ossatura della squadra è quella del Lille che ha soffiato il titolo di campione di Francia al Paris Saint Germain; Zeki Celik, Yuzuf Yazici e soprattutto il nonno Burak Yilmaz (36 anni a luglio) possono creare parecchie difficoltà ai nostri. Dietro giocano Ozan Kabak del Liverpool e Merih Demiral della Juventus, non proprio dei gregari; in mezzo la squadra del ct Senol Gunes può contare sul dribbling e sulla balistica del milanista Hakan Çalhanoglu. Battibili, test perfetto per questa giovane Italia da amare che ci aiuterà a ritrovare un po’ di sano nazionalismo sportivo. Ma se li sottovalutiamo faranno andare via la voce anche a Bocelli.
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