Il punto di svolta c’è già stato, c’è poco da sfogliar margherite: l’ombra di Antonio Conte ha smesso di essere un fantasma estivo per Coverciano ed è sbarcata direttamente alla Continassa, proiettando una sagoma lunghissima sulla panchina di Luciano Spalletti. Una panchina incandescente, dove il mister di Certaldo rosola a fuoco lento.
«La prima cosa da fare è chiedere scusa ai tifosi per la prestazione», ha detto l’allenatore dopo la scoppola di 2-0 patita a Marassi contro il Genoa. Poi l’analisi amara: «C’è bisogno di tempo per mettere a fuoco la situazione. È difficile parlare di tattica e di posizioni. Nel primo tempo abbiamo avuto delle occasioni senza concretizzare, ma dobbiamo capire che va alzato il livello del confronto fisico: serve essere più cattivi».
Fino alla stoccata al gruppo: «Bisogna vedere se questi giocatori riescono a mettere tutto in campo. Abbiamo lottato troppo poco, un tema che ci trasciniamo dall’inizio. Serve di più».
Eppure, la trincea tiene ancora: «Mi sento la persona giusta per dare la scossa». La scossa, già. Quello è il tema decisivo per la Signora inchiodata all’ottavo posto in campionato con 14 punti.
Come Spalletti potrebbe salvare il posto alla Juventus
Domenica sera arriva il Napoli del redivivo Max Allegri e la Juve sceglie la cura d’urto: ritiro monastico immediato, porte blindate fino al fischio d’inizio. L’ad Giovanni Carnevali ha parlato alla squadra in un clima perfetto per Halloween; mancavano solo i corvi a volteggiare sul campo d’allenamento. Il diktat societario? Una presa di coscienza individuale, senza sconti, davanti a una piazza inviperita.
Spalletti, intanto, erige le sue barricate dialettiche per non fare la figura del conte Mascetti: «Devo tanto a Napoli, impossibile non amare quell’ambiente quando lo vedi da dentro». Poi sgancia la battuta tattica: «In questo momento non ho ricambi logici per compensare la fatica accumulata. Proveremo qualcosa di differente».
Il passaggio al 3-5-2 visto contro Rennes e Lecce si mormora sia stato preteso dallo spogliatoio per sentirsi più protetto, pur con la smentita di rito del tecnico. Le assenze di Thuram, Yildiz e Locatelli pesano, mentre il resto della rosa mostra crepe preoccupanti: la mediana balbetta tra Sarr, Douglas Luiz e McKennie, Bremer e Lucumi ballano dietro, davanti manca la stoccata finale.
Ecco perché la piazza invoca Conte: non una minestra riscaldata, ma una zuppa iperproteica per rigenerare un gruppo privo di nerbo. È la specialità di don Antonio, che per ora smentisce illazioni di avvicinamento. Oltre al suo, si fa il nome pure di Simone Inzaghi.
L’ombra di Conte sulla panchina della Juventus
Spalletti ha dieci giorni per salvare il banco. La baldanza dell’insediamento di un anno fa è un ricordo sbiadito, soffocato dai numeri: 26 vittorie, 14 pareggi e 10 sconfitte (media di 1,84 punti a partita) in 50 gare. In Serie A il ritmo si abbassa ancora: 1,79 a match. Esattamente come Thiago Motta, appena tre decimi sopra Igor Tudor.
Una proiezione da 68 punti finali: tradotto, niente Champions League. E all’ombra della Mole lo sanno bene: restare fuori dall’Europa che conta sarebbe un bagno di sangue finanziario. La metamorfosi bianconera resta un mistero schizofrenico.
Accolto da John Elkann come l’uomo della lucidità e del bel gioco, Spalletti è scivolato in un’involuzione lenta: fuori dalla Coppa Italia, fuori dalla Champions, via l’ad Comolli con cui pare non fossero mancati dissapori, dentro un mercato di comparse senza vere colonne non troppo gradito.
Se la struttura dovesse crollare del tutto, si diceva, il Sansone pronto a sorreggere le colonne invocato dai fan potrebbe davvero essere Conte. E, ironia della sorte, persino l’accostamento tricologico finirebbe per calzare a pennello.
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