Per chi lo guarda con attenzione, la domanda interessante sul wrestling non è se sia vero, ma che cosa racconti. È la premessa di A Wrestling Tale (Lab DFG, 320 pagine, 19,90 euro) del giornalista sportivo Matteo Maria Munno che attraverso venti biografie ripercorre la storia del ring dal dopoguerra ai primi anni Novanta.
La kayfabe e i miti del dopoguerra
Al centro c’è la kayfabe, il patto tacito per cui pubblico e lottatori trattano come reale ciò che accade sul quadrato. Una convenzione antica quanto il teatro greco o il melodramma ottocentesco, e come loro uno specchio deformante delle ansie di chi guarda, con la differenza che di solito lo fa a suon di bodyslam. Nella prefazione curata da Angelo Carotenuto, il wrestling è percepito come un laboratorio del presente, dove il personaggio viene prima della persona e il conflitto prima dell’argomento.
Il percorso si articola in cinque parti, dai «padri fondatori» alle soglie della nuova era di Bret Hart, Sting e The Undertaker. Si parte da Bruno Sammartino, abruzzese di Pizzoferrato, rimasto nascosto per quattordici mesi sulle montagne durante la guerra e arrivato a Pittsburgh, a quindici anni, come «uno scheletro umano». Si ricostruisce a suon di pesi e diventa il campione dei migranti italiani: il lavoratore onesto che non si piega. Il 17 maggio 1963 batte Buddy Rogers al Madison Square Garden in 48 secondi e inizia un regno di 2.803 giorni, interrotto solo nel 1971 dal sovietico Ivan Koloff, in piena Guerra Fredda, tra il silenzio incredulo di ventiduemila persone. In Giappone invece c’è Antonio Inoki, che nel 1976 sfida Muhammad Ali al Budokan in un match nato come esibizione e diventato scontro vero. Poi la lucha libre messicana, con la maschera d’argento di El Santo, eroe popolare arrivato fino al cinema con più film all’attivo di James Bond e Godzilla.
Dagli eroi popolari all’esplosione degli anni Ottanta
Si passa quindi al wrestling «del popolo» di Dusty Rhodes, Ric Flair e dei Von Erich fino all’esplosione di massa degli anni ’80 con Hulk Hogan, André the Giant, Randy Savage, Ultimate Warrior. Il 23 gennaio 1984, ancora al Garden, Hogan sfida l’iraniano Iron Sheik, in un’America che usciva dalla crisi degli ostaggi e tornava a credere in sé: lui è il figlio del Midwest con la maglia «American Made» e una filosofia alla portata di un bambino, allenati, prega, mangia le vitamine. Un fatto politico, prima ancora che sportivo.
Una storia che arriva fino alle soglie degli anni Novanta
Mancano di proposito i volti più recenti, da John Cena a The Rock a Eddie Guerrero: prima di arrivare a loro, bisogna percorrere le strade aperte da chi li ha preceduti.
La scrittura è accessibile, ricca di note e di contesto storico, adatta tanto a chi ha una maglietta di Undertaker nel cassetto quanto a chi si avvicina ora al wrestling, magari dopo l’arrivo della WWE su Netflix. Il risultato è meno una galleria di campioni che un romanzo collettivo di sacrifici, riscatti e miti nazionali, in cui i corpi sul ring raccontano il mondo fuori dalle corde.