In Italia non vediamo le cose come sono, ma vediamo le cose come siamo. Lunatici, incoerenti, maneggioni. E poiché la più realistica metafora del Paese è rappresentata da 22 uomini in mutande che calciano un pallone, ecco che non c’è nulla di più normale della più titanica, surreale, anacronistica (e presumibilmente feroce) delle sfide: Giovanni Malagò contro Adriano Galliani.
Altro che Alì-Foreman. Wrestling in guanti bianchi fra il grand commis più inaffondabile della politica sportiva nazionale e l’ex plenipotenziario del Milan di Berlusconi, oggi senatore di Forza Italia. Sono sul ring e si guardano storto: l’obiettivo è conquistare la presidenza della Federcalcio nel voto del 14 dicembre.
Ieri Galliani è uscito dalla nebbia e le anticipazioni dei giorni scorsi sono diventate ufficiali: l’antico zio Fester (82 anni portati divinamente) ha sciolto la riserva e si è ufficialmente tesserato come dirigente accompagnatore dell’Enotria 1908, storica società dilettantistica di Milano un tempo vicina al Milan ma oggi nell’orbita dell’Inter. E lo ha fatto – pur turandosi il naso – perché l’iscrizione è propedeutica alla corsa alla poltrona occupata da Malagò dopo la farsa planetaria dell’autocommissariamento.
La mossa del cavallo è illuminante: la luna di miele di parte dei presidenti di Serie A con Malagò è già finita e nel voto a scrutinio segreto si profila la guerra dei mondi. Circolo Aniene contro circolo Enotria, Roma contro «i potentati del Nord». Siamo alle solite, sotto i campanili ci sono sempre gli oratori.
Il tentativo di Marotta di tagliare Malagò fuori dalla Figc
Il primo a sfilarsi è stato Beppe Marotta (Inter) con lo storico alleato Antonio Percassi (Atalanta), con Claudio Lotito (Lazio) e con Gerry Cardinale (Milan), mentre la Juventus di Giovanni Carnevali – da sempre amico del presidente nerazzurro – si mantiene tiepida. Il piano era machiavellico: coalizzare 11 scontenti su 20 e bruciare Malagò, candidando direttamente Galliani.
Blitz fallito perché la maggioranza rimane con il presidente. Sintesi di Urbano Cairo condivisa dalla maggioranza: «A maggio proponi un candidato, a giugno lo eleggi, a ottobre gli volti le spalle? Non capisco. E non vedo attorno a Galliani tutto questo consenso».
Mosse e contromosse da elezioni americane, con le bandierine del calcio d’angolo sulle mappe e il Frosinone come l’Ohio. Sotto il pelo dell’acqua nuotano gli squali, il commissario autonominato ha in mano almeno 11 grandi elettori e per non sbagliarsi li ha resi noti: Napoli, Roma, Bologna, Torino, Lecce, Monza, Frosinone, Genoa, Udinese, Fiorentina e Como.
Per ufficializzare le candidature c’è tempo fino al 4 novembre. Con una sorpresa: l’uomo delle cinque Champions milaniste diventato a sorpresa il campione del presidente dell’Inter e rientrato in gioco dal pertugio dell’Enotria, rappresenterà ufficialmente le associazioni Calciatori e Allenatori.
A questo punto è necessario un ripasso delle puntate precedenti. Un errore e tutto è precipitato. Una disattenzione e ciò che sembrava granitico è diventato di burro. Lo sbaglio formale lo ha commesso Malagò, che prima di farsi eleggere si era dimenticato di affiliarsi alla Federcalcio medesima, prestando il fianco all’immancabile ricorso per invalidare tutto. In Italia si scherza con gli pseudo terroristi, mai con i cavilli.
Morale, tutto da rifare sotto lo sguardo perplesso e dubitoso dell’intero mondo del pallone, più preoccupato di ricostruire una Nazionale degna di un mondiale che di giocare a nascondino con le regole.
Le peripezie di Malagò per la Figc
Cercasi commissario straordinario, e chi viene proposto dalla giunta del Coni per traghettare il circo pallonaro verso sponde sicure? Il Malagò medesimo, fra qualche gastrite (soprattutto dei ministri Andrea Abodi e Giancarlo Giorgetti) e qualche sana risata.
Nella lunga estate calda ci sono ripensamenti, la Lega B e la Lega Pro fanno un passo di lato, la Lega dilettanti di Giancarlo Abete (già competitor di Malagò alle elezioni) va per conto suo, le associazioni Calciatori e Allenatori arricciano il naso. E i Marotta boys tentano l’intervento a fil di caviglia rispolverando Galliani, già presidente di Lega nel Pleistocene, consapevoli che le altre componenti hanno maturato in pochi mesi un certo malcontento nei confronti dell’ex numero uno del Coni.
Il pasticcio Nazionale con le dimissioni di Paolo Maldini, la scelta di Diana Bianchedi come capo delegazione durata un mese, la stessa «autonomina» commissariale, la mancata nomina di Giancarlo Viglione a segretario generale (pur promessa per gennaio 2027) hanno raffreddato gli entusiasmi e la fronda ha preso piede.
Le previsioni per le prossime elezioni
La tessera firmata da Galliani sta a indicare che a spanne i numeri ci sono, le componenti tecniche (Aic e Aiac) hanno fatto blocco e il 30% dei voti dovrebbe essere già nella sua cassaforte. Ora comincia la campagna elettorale, il resto della galassia pallonara voterà secondo le promesse sotterranee delle prossime settimane.
Così il Jurassic match diventa teatro e i dinosauri in gara escono allo scoperto. Come sempre sarà fondamentale accaparrarsi il 34% della Lega dilettanti. È vero che Abete solo cinque mesi fa è stato l’unico oppositore del più olimpionico e potente dei dirigenti, ma è anche vero che non c’è nulla di più liquido di un voto per il sottobosco del potere, tra simulazioni e falli di reazione. Servirebbe il Var ma il capo degli arbitri Daniele Orsato lo ha spento. Si naviga a vista, situazione perfetta per due vecchie lenze.
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