Il voto etnico avanza e la sinistra vince con la demografia
Le elezioni di midterm negli Stati Uniti (Ansa)

Ciò che sta avvenendo in tutte le democrazie occidentali, ed è stato mostrato chiaramente dalle elezioni di Midterm, è la trasformazione della democrazia in demografia. Le migrazioni di massa cambiano l’assetto demografico; la cultura, la società e le dinamiche politiche di una nazione dipendono dall’assetto demografico.

La negazione del fenomeno oggettivo del voto etnico sta assumendo ormai i contorni della farsa e non è un caso che si inneschino nell’elettorato fenomeni punitivi nei confronti di una classe politica che non solo ha promesso di porre fine alla fase delle guerre in Medio Oriente e ne ha fatta una dalla quale non sa uscirne, ma che non è stata nemmeno in grado, pur avendo la maggioranza, di approvare una legge federale che introducesse l’obbligo di riconoscimento ai seggi elettorali.

La vecchia democrazia basata su una base sociale omogenea che si riconosce in alcuni valori e che si divide sulle decisioni politiche, viene superata e resa inefficace dal voto etnico il quale non si limita a sovrapporsi ai programmi politici ma li rende strutturalmente inutili perché sostituisce la valutazione deliberativa su mezzi e fini con il presupposto di appartenenza etnico-religiosa.

La trasformazione della politica in esito statistico di tassi di natalità

L’idea stessa di «patto costituzionale», storicamente nato ed evolutosi nella società occidentale per sancire un ambito dentro il quale potersi dividere senza dissolvere la società, perde la sua funzione di vincolo procedurale e degenera in mero strumento simulacrale a disposizione delle più conflittuali e punitive interpretazioni contro la fazione nemica.

La politica diviene così l’esito statistico di tassi di natalità e di attribuzioni di cittadinanza a prescindere dagli specifici contenuti e, soprattutto, dalle figure candidate a promuoverli.

E ancora una volta l’idea di Stati Uniti come di impero in declino a favore della Cina contemporanea viene ribadita in forza della constatazione che un ordine politico di grande potenza può funzionare efficacemente anche senza democrazia elettorale, proprio perché organizza la società attorno a un’unità etno-culturale la cui modificazione appare inconcepibile e a un principio di legittimità non negoziabile: la sovranità del Partito come espressione confuciana della civiltà Han.

I dem negli Usa premiati da una strategia politica impostata sulla composizione etnica dell’elettorato

La lezione fondamentale che viene dagli Usa mostra come la trasformazione del corpo elettorale attraverso l’iscrizione massiva di nuovi elettori etnicamente connotati svolga il ruolo di variabile politica autonoma non correlata a premio o punizione per scelte politiche o insuccessi amministrativi e sposta la possibilità di vittoria unicamente sulla capacità di mobilitazione.

In Minnesota sono stati eletti candidati sotto processo per frode connessa alle inchieste sulle false Ong, in North Carolina è stata eletta in Parlamento una persona sotto processo per furto d’auto, in Texas la candidata democratica Ericka Lomick, sospesa a pochi giorni dal voto perché già condannata per il reato federale di frode ipotecaria e riciclaggio, ha comunque vinto il suo collegio, e nessun fondatissimo argomento che illustri gli errori dell’amministrazione Trump può spiegare questo tipo di voto acritico se non, ancora una volta, la trasformazione della democrazia in demografia.

La sinistra ha impostato ovunque la propria strategia politica dismettendo la «conquista» dell’elettorato inteso come blocco unico al quale proporre scelte e adattandosi strutturalmente alla sua composizione etnica, facendosi collettore e garante degli interessi di un preciso insieme demografico.

Il revanscismo postcoloniale dei candidati immigrati

E in ciò non ha fatto altro che seguire le analisi postmarxiste che indicavano appunto nella sussunzione della classe operaia alle masse immigrate la mossa politicamente vincente. Si è verificato insomma lo stesso patto di spartizione che negli anni Settanta vide la Dc detenere per sé il potere politico concedendo al Pci l’insieme delle casematte del potere che compongono il Parastato gramsciano.

Esattamente come a Londra, a Birmingham, a Saint-Denis e nello Stato-pilota del Minnesota, la sinistra ha concesso piena rappresentatività agli esponenti immigrati e ha così rafforzato il proprio controllo del Parastato gramsciano e dei servizi da esso erogati, ben sapendo che essi rappresentano, nell’attuale assetto, la reale fonte del potere.

E se storicamente l’immigrato eletto si vantava di rappresentare innanzitutto la nazione e la sua unità, oggi le componenti etniche, in tutto l’Occidente, dichiarano esplicitamente di voler annullare le identità nazionali per sostituirle con le proprie in una sorta di revanscismo postcoloniale.

Ecco come la destra può arginare questo fenomeno

Una destra che non si rende conto di queste dinamiche strutturali, e che continua a proporsi come semplice forza rallentante, si pone in una contraddizione politica insanabile per la quale le vittime sacrificali dovrebbero accettare il loro stesso sacrificio. Ma c’è una possibilità al di fuori dalla politica che può cambiare l’intero quadro ed è la rivoluzione basata sulle nuove tecnologie.

L’Intelligenza artificiale applicata alle pratiche amministrative, le nuove forme di selezione meritocratica e, soprattutto, il superamento del concetto stesso di «mano d’opera importata» renderanno obsoleta e non più sostenibile l’idea stessa di Stato basato su sussidi e debito. Qui sta la possibilità reale di veder nascere un mondo nuovo, un mondo nel quale forse la democrazia potrà tornare quella di Atene.

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