C’è il disagio sociale, certo. C’è il caro vita. C’è l’inflazione, schizzata di oltre cinque punti in un anno. Ci sono i salari che non ne tengono il passo. Ci sono gli affitti alle stelle, le liste d’attesa nella sanità, i malati che rinunciano alle cure, tanti problemi per lo più vecchi, molti dei quali alimentati, se non creati, da chi oggi si presenta agli elettori come se avesse la ricetta per risolverli.
Ma oltre agli operai e ai disoccupati, ci sono i commercianti. C’è la libertà di iniziativa economica. C’è il diritto dei negozi a restare aperti. Quello dei commessi a lavorarci serenamente. Eppure, poiché aleggia lo spauracchio delle spaccate, anche ieri questi diritti sono stati conculcati.
A Milano, ad esempio, nei pressi della Stazione Centrale, qualche attività ha chiuso: «Abbiamo paura che distruggano tutto come è successo ai colleghi il 17 ottobre», hanno spiegato alcuni esercenti, mentre i pro Pal davano degli «infami venduti» ai giornalisti che raccoglievano la loro testimonianza.
C’è chi, già dalla scorsa settimana, si è barricato con i pannelli di protezione. C’è chi ha preferito tenere le serrande abbassate. Scene che si sono viste anche in altri Paesi europei, dalla Francia alla Germania. Rischia di diventare un’abitudine: man mano che si avvicineranno le elezioni, manifestazioni e cortei diventeranno più frequenti e sempre più a rischio infiltrazioni violente.
Dalle città ai piccoli centri, il coprifuoco di fatto per paura dei maranza
Non solo nelle metropoli. Anche nelle province. Dove, peraltro, le attività di prossimità già affrontano quotidianamente le falle nella sicurezza. Nella Pianura Padana, dove è più alta la quota di stranieri, vige da tempo un coprifuoco di fatto: nei piccoli centri – e a maggior ragione adesso, con l’ora solare e il tramonto anticipato – ci si chiude in casa appena cala il sole, per timore di trovare guai per strada, dove, a sera, girano solo maranza. I bar accelerano gli ultimi giri di bevute, prima che una pessima clientela alzi il gomito e, magari, scattino le risse.
I dati diffusi ieri da Confcommercio, durante l’evento «inCittà» a Bari, parlano chiaro. Dimostrano quanto l’insicurezza reale e quella percepita, non soltanto a causa dei disordini politici, incidano sul regolare funzionamento degli esercizi e sul volto stesso dei nostri centri urbani.
Se i furti nei negozi, rispetto all’era pre Covid (il 2019) sono leggermente calati (-1,4%), le rapine sono aumentate addirittura del 10,6%. Si fa presto a mettere in croce chi medita di armarsi o minaccia esplicitamente i malintenzionati: il punto è che gestire un’attività è diventato più pericoloso.
Il quadro che vedono gli italiani: microcriminalità, insicurezza e degrado in aumento
Poi c’è il modo in cui la delinquenza, che in assoluto si è ridotta ma si è concentrata in alcune aree del Paese, interferisce con lo stile di vita delle persone. Ormai, il 72,4% degli italiani va a fare compere solo in zone che considera tranquille; e il 61,4% valuta in che quartiere finirà, prima di prenotare la cena in un ristorante.
Circa quattro connazionali su dieci – anche di più, nelle città sopra i 30.000 abitanti – dichiarano che, nei luoghi in cui risiedono, sono aumentate microcriminalità (42,8%), insicurezza (39%) e degrado (38,8%). E se la teoria della finestra rotta è vera, sappiamo che l’incuria chiama il crimine: se lascio un’auto parcheggiata con il finestrino rotto, anche in un posto popolato da gente per bene, arriverà un ladro per frugarci dentro; poi si presenteranno i vandali; poi qualcuno che la demolirà per rivenderne i pezzi.
Non a caso, la maggior parte delle persone interpellate da Confcommercio considera il decoro fondamentale per garantire la sicurezza: il 72% degli italiani, ad esempio, insiste sull’importanza di una buona illuminazione. Alla quale contribuiscono anche le vetrine dei negozi.
L’importanza dei negozi per il decoro delle città
Per la gente, è un fattore più rilevante della presenza di forze dell’ordine, giudicata imprescindibile dal 62,4% dei cittadini, mentre i sistemi di videosorveglianza piacciono al 39,1% di loro. Le persone hanno chiaro qual è il ruolo delle attività di prossimità: per l’83,9% degli intervistati, i commercianti contribuiscono a mantenere sicure le città. D’altronde, nonostante la concorrenza spietata dei colossi dell’e-commerce, quasi il 96% degli italiani acquista nei negozi di quartiere. E l’83,2% si sente meno al sicuro quando chiude un’attività.
Ovviamente, a chi gestisce un negozio non basta essere tenuto al riparo dalle razzie. Per tenere accese le luci di una vetrina servono bollette meno salate. Per resistere all’era delle transazioni via Web, bisogna che i redditi delle famiglie siano abbastanza alti da lasciare spazio a chi, ogni tanto, vuole togliersi qualche sfizio.
Ma è necessaria anche una piena consapevolezza del ruolo sociale dei negozi. Perché non esistono solo le sfavillanti vie di Milano o di Roma. Ci sono paesotti depressi da salvare, zone interne da ripopolare, località lontane dalle metropoli, dove le boutique più preziose non sono Prada o Vuitton, ma una bottega di alimentari, una cartoleria, un bar. I nostri carabinieri di quartiere.
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