Una donna italiana, maltrattata e minacciata dall’ex compagno iraniano, padre del loro figlioletto di nemmeno tre anni, non sta trovando aiuto in un giudice che difende e scusa il comportamento dell’islamico. Nemmeno l’evidenza, l’arresto dell’uomo da parte della polizia inglese per violenza sessuale e gli abusi domestici compiuti, fanno retrocedere di un passo il giudice della prima sezione civile del Tribunale di Padova, Federica Sacchetto.
Una storia di paura e di sofferenza, quella di Elena Maritan, medico psichiatra di Padova, 39 anni, che accetta di comparire con nome e cognome «perché se qualche cosa dovesse succedere a me e al mio bambino, si sappia che da tre anni cerco inutilmente di difendermi da un uomo che ha detto chiaramente di volermi distruggere». In questa vicenda, l’essere un medico affermato, una psichiatra che da anni lavora nel Regno Unito dopo aver conseguito a Londra un master in disturbi affettivi, rende l’atteggiamento del magistrato ancora più inaccettabile.
«Mi è stato ripetuto che sono una donna di cultura e con la formazione idonea a fronteggiare l’atteggiamento aggressivo di un uomo. Sarebbe questa la risposta alle persecuzioni che denuncio?», esclama Elena. Nemmeno un pugno, tiratole in mezzo alla strada con tanto di testimoni, ha fatto capire al giudice che i comportamenti del musulmano hanno passato il limite di «conflittualità tra coniugi» e che non possono essere ridotti ad «anomalie nella gestione dell’affidamento condiviso».
Una storia di abusi e violenze
La signora esercita da anni la professione a Londra, dove ha contratti di lavoro con cliniche private. Nella capitale inglese a gennaio 2021 conosce un iraniano (lo chiameremo Arash per tutelarne la privacy), 61 anni, con cittadinanza inglese e impegnato nel mondo finanziario. «Era molto gentile e premuroso, mi faceva una corte serrata, le cose andavano bene», racconta Elena. Progettano di vivere insieme, però con il passare dei mesi la dottoressa comincia ad avvertire dei cambiamenti nell’uomo.
«Diceva che dovevo chiamarlo padrone, che ero inferiore a lui. Ho ancora tutti i messaggi, mostrati al giudice. Frasi del tipo “Quando vedi il tuo signore, devi portare rispetto […] sei la mia sottoposta […] Devi essere una ragazza obbediente”». Capisce che la relazione non può continuare, lo lascia, ma come spesso accade poi ci sono riavvicinamenti, scuse da parte dell’uomo, promesse.
Elena rimane incinta, la storia peggiora. «Durante una discussione, a gravidanza avanzata mi ha violentata, dicendo che era quello che mi sarebbe servito». Non lo denuncia (lo farà solo quest’anno), si vergogna e nello stesso tempo ha paura di reazioni violente. Meccanismi che accomunano molte donne, scelgono di subire anche se hanno i mezzi economici per non tollerare più situazioni di abuso.
Nel novembre del 2023 nasce il bimbo, a Padova. «Arash arriva, impone al piccolo un nome iraniano, altrimenti non avrebbe acconsentito a dargli anche il mio cognome. Poi compra una casa accanto all’abitazione dei miei e inizia a perseguitarmi, dicendo di volermi “rovinare la vita”».
Le assurde decisioni della giudice
La questura di Padova vede come l’uomo si comporta, dice ad Elena di denunciarlo. Lei esita ancora, l’iraniano la minacciava di mettere il figlio «su un aereo privato e di portarlo in un Paese non soggetto alla convenzione dell’Aja». Il giudice Sacchetto invece accoglie le richieste dell’iraniano, le vieta l’espatrio, Elena non può tornare a Londra a lavorare.
Non esce quasi più di casa, non porta il bimbo al parco giochi, ha paura che l’ex compagno metta in atto le intimidazioni. Subisce ancora. Aggressioni verbali e fisiche nei giorni in cui il padre vede il figlio, fino a marzo 2025 quando Arash le sottrae il bambino per un giorno negandosi al telefono. Scatta la denuncia. A ottobre 2025 l’episodio pubblico più grave, l’iraniano sferra un pugno a Elena in mezzo alla strada, davanti a testimoni oculari.
Arriva la polizia, la donna riporta lesioni e lo denuncia, poi chiede che venga applicato un ordine di protezione per sé, per il bambino e per i suoi genitori pure aggrediti dall’iraniano. Il giudice Sacchetto non risponde, si prende tempo. Per fortuna che è una donna, dovrebbe sapere quanto siano pericolosi certi segnali. Però a dicembre dispone che il piccolo passi le vacanze natalizie con il padre islamico, tanto «il bambino di due anni non è ancora coinvolto in modo consapevole nelle cerimonie religiose che caratterizzano il Natale». Anche questo per favorire l’integrazione?
Risponde con calma a gennaio 2026, quando nega la concessione. La psichiatra fa ricorso, lo scorso aprile finalmente tre giudici impongono all’iraniano il divieto di avvicinamento alla donna e alla sua abitazione.
La questione affido del bimbo però torna al giudice Sacchetto, che non dispone una Ctu violenza. Per il magistrato, il padre può continuare a vedere il figlio «avvalendosi di persona di fiducia per il prelievo e l’accompagnamento», due giorni alla settimana e in weekend alterni.
Anche adesso, che la polizia inglese si è mossa per le aggressioni iniziate e denunciate a Londra. Una settimana fa l’iraniano è finito in carcere con l’accusa di violenza sessuale e abuso domestico. Ha pagato la cauzione, è agli arresti domiciliari. Sacchetto non fa una piega, dopo aver rifiutato di applicare un ordine di protezione che assicuri la tutela dovuta alla psichiatra.
Il 12 novembre ci sarà un’udienza sul procedimento per l’affido, se non ci sarà accordo il bambino verrà affidato ai servizi sociali. Ma ci rendiamo conto?
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