La politica torinese è in mezzo a una strada. Letteralmente, perché la bagarre tra centrodestra e centrosinistra riguarda la toponomastica. Metaforicamente, perché il buon senso viene soppiantato dal moralismo progressista. Nello specifico, la Commissione toponomastica si è bloccata sulla titolazione di una piazza a Oriana Fallaci: figura ritenuta troppo «divisiva». Ma Tito, l’Unione sovietica e le altre figure realmente divisive continuano a stare comode sulle targhe.
L’ostracismo torinese contro la Fallaci ha avuto inizio questa estate, quando Domenico Garcea, esponente di Forza Italia, ha chiesto l’intitolazione in onore della giornalista e scrittrice dello slargo tra via Mercadante e via Cherubini, spazio noto acome «piazza Tre Cabine». L’iniziativa intendeva celebrare il ventennale della morte dell’autrice di La rabbia e l’orgoglio, su suggerimento del Centro Panunzio.
Per il Movimento 5 stelle e il Partito democratico, però, la sensibilità islamica deve prevalere su cultura e ricorrenze. A detta loro, è «provocatorio» dedicare uno spazio a una giornalista critica verso l’islam a Barriera di Milano, un quartiere con una rilevante presenza musulmana. Da qui il rilancio: intitolare lo stesso spazio a Tiziano Terzani, firma che si contrappose alla Fallaci dopo l’11 settembre.
Lo scontro in Commissione toponomastica
Martedì scorso la bagarre si è spostata in Commissione toponomastica. O forse sarebbe meglio dire «non» si è spostata. Infatti, il centrodestra ha deciso di disertare i lavori in modo da non vedersi bocciare la proposta di intitolazione alla Fallaci. In questo modo, però, è venuto a mancare il quorum necessario alla prosecuzione di tutti i lavori, cioè la presenza dei tre quarti dei membri.
Come ha spiegato Garcea, «il Pd mi ha chiesto di mettere da parte la Fallaci per approvare gli altri nomi in elenco. Ho rifiutato per non cadere in una trappola. A questo punto ogni proposta rischia di essere divisiva». Sale in cattedra Andrea Russi, capogruppo pentastellato: «È grave trasformare la toponomastica in una moneta di scambio tra partiti. Se l’assenza del centrodestra dipende davvero da questa vicenda, il sospetto che l’intitolazione sia stata usata come bandiera politica si rafforza. E intanto a pagare sono tutte le altre proposte in attesa».
Corso Unione Sovietica e piazza Che Guevara: l’ipocrisia delle intitolazioni
A pagare, però, è il buon senso, soprattutto volgendo lo sguardo alle intitolazioni realmente divisive. Dall’altra parte della città continua a esistere corso Unione sovietica: una delle principali arterie cittadine mantiene il nome di un regime totalitario assegnato negli anni Cinquanta. Poche voci isolate hanno provato a contestare l’obbrobrio: lo scorso anno l’iniziativa di Gioventù nazionale di incollare per una notte il nome di Sergio Ramelli sulle targhe e due anni prima la proposta del consigliere radicale Silvio Viale di rinominarlo corso Unione europea.
Nel frattempo, nella vicina Collegno, l’Anpi e le autorità locali continuano indisturbate a organizzare commemorazioni in piazza Che Guevara. In giro per l’Italia continuano a esistere strade titolate a Tito. Anzi, nel 2023 il centrosinistra torinese ha tentato di accentuare l’impronta ideologica, mettendo in discussione le intitolazioni coloniali. L’assessore ai Diritti, Jacopo Rosatelli, inserì nel piano antirazzismo l’idea di una «riflessione critica» su piazza Bengasi, Massaua e via Tripoli, ventilando cambi di nome. Il sindaco Stefano Lo Russo bocciò l’iniziativa perché avrebbe generato troppo caos burocratico. All’epoca ci si accontentò di apporre targhe e Qr code esplicativi. Ma forse l’ideologia progressista può stare bene solo in mezzo a una strada.
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