ANNA PAOLA CONCIA PD
Anna Paola Concia (Imagoeconomica)

«La Cgil non può dire che non c’entra niente. Ha evocato certi fantasmi e adesso non sa più come liberarsene». Paola Concia, storica militante della sinistra e attivista per i diritti civili, non usa mezzi termini per commentare la polemica sulla kefiah indossata dal nuovo segretario della Fiom. Dalla Germania, dove vive, allarga il ragionamento alla sinistra europea e all’utilizzo della bandiera palestinese nelle manifestazioni contro il carovita.

Paola Concia, che cosa l’ha colpita della kefiah indossata dal nuovo segretario della Fiom, Samuele Lodi?

«È una kefiah molto particolare, sulla quale compare il riferimento al Diluvio Al-Aqsa, il nome che Hamas ha dato all’operazione terroristica del 7 ottobre, quando furono uccisi circa 1.200 ebrei. C’è anche una cartina della Palestina senza Israele. È una kefiah che non trovi nei normali negozi. Io trovo gravissimo che il segretario della Fiom si presenti con un simbolo del genere. E lo dico da donna di sinistra».

Perché un segretario sindacale dovrebbe indossare una kefiah del genere?

«È proprio quello che mi domando. Dovrebbe occuparsi dei metalmeccanici, dei contratti, degli stipendi, della difesa dei lavoratori. È inquietante l’utilizzo di simboli che ormai sono diventati come il nero, che sta bene su tutto. Sono un passepartout identitario».

In che senso?

«Se non esibisci quei simboli non sei dalla parte dei buoni e dei giusti. Vale per la politica, per i sindacati, per il cinema, per gli scrittori. Tutti devono dire: io sto con la Palestina. Ma poi dei poveri palestinesi interessa relativamente. Io sto con i palestinesi, ma la prima cosa che vorrei è che venissero liberati da Hamas, che quel popolo disgraziato potesse finalmente vivere».

La Cgil ha preso le distanze dalla vicenda.

«È la storia degli spiriti evocati che poi non si riescono più a cacciare, per citare Goethe. Prima si crea un certo brodo di coltura e poi vigliaccamente si dice: io non c’entro niente. Non è vero, cara Cgil, c’entri eccome. Mi devono spiegare perché un segretario della Fiom debba lanciare quel messaggio. Sono ragioni autoreferenziali che con il problema della Palestina non hanno niente a che fare».

Non è anche controproducente identificare la causa palestinese con Hamas?

«Certamente. Hamas è un’organizzazione terroristica. Eppure una certa sinistra italiana ed europea non l’ha mai condannata davvero. Il palestinismo è diventato un fenomeno soprattutto occidentale, un marchio che una parte della sinistra si mette sul petto per riconoscersi. È tutto a uso e consumo di chi lo esibisce».

Lei vive in Germania. Vede qualcosa di simile nella sinistra tedesca?

«Assolutamente. Sto seguendo la vicenda di Berlino e della candidata sindaca della Linke, Elif Eralp. Il suo partito è accusato di avere problemi con l’antisemitismo e con la presenza di ambienti dell’Islam politico. Tanto che una parte della Spd e dei Verdi è titubante sull’ipotesi di un accordo».

Che cosa è successo?

«È emersa una vicenda incredibile legata a un’intervista allo Spiegel. Eralp avrebbe cercato di cancellare una domanda scomoda e, in una conversazione con il suo ufficio stampa poi finita al giornale, avrebbe manifestato paura degli estremisti presenti nel suo stesso partito, anche per la propria famiglia. Una cosa gravissima».

Per quale ragione?

«Perché se hai paura di una parte dei tuoi, sei ricattabile. Come puoi pretendere di fare la sindaca di Berlino se hai paura di una parte del tuo stesso partito? In Germania il tema dell’antisemitismo è sensibilissimo, per evidenti ragioni storiche. E questa vicenda ha provocato un enorme dibattito».

Torniamo all’Italia. Nelle manifestazioni contro il carovita vediamo moltissime bandiere palestinesi. Perché?

«Me lo domando anch’io. Che cosa c’entra la bandiera palestinese con il costo della benzina, dell’energia o con gli stipendi bassi? Sono rivendicazioni sacrosante. Anche in Germania abbiamo gli stessi problemi. Le persone scendono in piazza perché non riescono ad arrivare alla fine del mese. Ma la bandiera palestinese viene utilizzata come un segno di riconoscimento: noi siamo i buoni, voi i cattivi».

Una rivendicazione di superiorità morale?

«Assolutamente sì. È un tratto identitario fortissimo, non soltanto in Italia. Se non usi determinate parole vieni subito collocato dalla parte sbagliata. Se non dici che a Gaza c’è stato un genocidio, ma parli di una guerra sanguinosa che ha ucciso tantissime donne, bambini e uomini, vieni considerato un cattivo, addirittura un complice».

È successo anche a lei?

«Mi hanno accusata di essere genocidaria proprio perché non utilizzo quella parola. È un meccanismo terribile. La bandiera e certi slogan diventano un passepartout che divide il mondo in buoni e cattivi. E se sei tra i cattivi non sei più legittimato a parlare».

È questa la deriva che la preoccupa maggiormente?

«Sì, perché nella sinistra si è affermato un meccanismo di esclusione. Non puoi avere una posizione diversa, non puoi usare parole differenti, altrimenti vieni tagliato fuori. Io ho 30 anni di politica alle spalle e una cosa del genere non l’avevo mai vissuta. Agghiacciante».

Da non perdere

Sottomissione

«Ho sposato un islamico: dieci anni di calvario»

Una donna, italiana e cristiana, racconta il matrimonio con un musulmano. All’inizio c’era apertura per la fede differente ma da dopo le nozze solo umiliazioni, sorveglianza e allontanamento dei parenti: «Ogni sopruso giustificato in un versetto».