Beppe Sala si è lanciato nell’affermazione secondo cui «a Milano all’improvviso sarebbe venuta la paura dei grattacieli» e lui da questo atteggiamento «si dissocia». Dovrebbero essere i milanesi a dissociarsi dal loro sindaco, che non conosce tradizioni consolidatissime nell’identità della città. Una collega – Patrizia Missagia – ha ricordato: «Mio nonno mi diceva che Benito Mussolini, quando decisero di costruire la Torre Littoria, pose un limite all’altezza in omaggio a una credenza popolare». La Torre Littoria, oggi Torre Branca – venne edificata al parco Sempione dal Comune di Milano nel 1933, in occasione della quinta Triennale – fu progettata da Giò Ponti come «segno evidente della modernità e dello sviluppo della città», ma venne contenuta in altezza a 108,6 metri in omaggio a una credenza popolare, secondo cui a Milano nessun edificio può elevarsi al di sopra della Madonnina. È significativo che Mussolini abbia imposto a Ponti: «Non si può superare il divino con l’umano».
Ora viene da chiedersi se Beppe Sala si dissoci dalla tradizione popolare accusando i milanesi di hypso-fobia (hypsos in greco vuol dire altezza) o abbia architettato una dichiarazione antifascista. Bisogna grattare il cielo per far dimenticare i precetti di Mussolini? Bisognerebbe che qualcuno al sindaco ricordasse che il rispetto di stare più bassi della Madonnina è così radicato, che anche quando ci si è sentiti liberi di superare la guglia del Duomo su cui è collocata la statua si è cercato di non «offenderla».
A Milano, le Madonnine, per questa ragione, si sono moltiplicate: oltre a quella che protegge la città dal 1774 ce ne sono altre tre. La prima vene collocata in vetta al Pirellone: il grattacielo progettato sempre da Giò Ponti, oggi sede del consiglio regionale della Lombardia, si erge fino a 127 metri. La seconda statua della Vergine è stata posta in cima a un altro palazzo «lombardo»: la sede della Regione, che svetta a 161,3 metri. Pure City Life si è mostrata rispettosa della tradizione, dato che in cima alla Torre Isozaki (o Torre Allianz, inaugurata nel 2015) è posta un’altra riproduzione della Madonnina.
E c’era il «vincolo del Resegone» dalle montagne celebrate da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi, per cui un’ottocentesca norma urbanistica imponeva agli edifici che dovessero essere costruiti oltre Porta Venezia di non superare l’altezza di 2-3 piani. Il motivo? Non dovevano nascondere la vista delle montagne. Ma anche allora ci fu una «variante urbanistica» dettata dal denaro. Così sorse palazzo Luraschi. Lo progettò e costruì nel 1887, sull’area dell’ex lazzaretto, l’ingegner Ferdinando Luraschi, che elevò l’edificio fino a 8 piani. Palazzo Luraschi è una nemesi dell’inchiesta dei giorni nostri. L’ingegnere giustificò la sua scelta con il progresso, tant’è che usò, per la prima volta, il cemento armato. Ma incorporò il senso del limite. Sapeva di avere in qualche modo «offeso» i milanesi che erano soliti passeggiare lungo Corso Buenos Aires (palazzo Luraschi è al civico 1 di quella strada, emblema di Milano) per ammirare le montagne manzoniane e, a compenso, decise di sistemare nel cortile, quasi a capitello delle colonne recuperate dal vecchio lazzaretto, dodici busti che raffigurano i protagonisti dei Promessi Sposi.
Forse bastava ricordarsi di tutto questo per evitare di andare oltre il limite a Milano. Anche Luraschi smantellò la consuetudine, recuperò un’area dismessa in nome della modernità, ma ebbe rispetto, prima ancora che delle leggi, dell’identità della città e di chi la abita.
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